Vulnus (I, 1, 14, 16)

VULNUS
(2010)

ci vuole la luce violenta di un rogo
per accostare l’abisso di volti che migrano
immaginare una sosta tra fioriture di imbarchi
liberare le tue labbra dal gelo
madre che parli l’infanzia dei giorni

 

I. Nitens Imaginis Vulnus

 

1.

nessun presagio
solo un fremito di ebbra insidia
ripensando l’orlo franato
del calice il pungolo inquieto
che fosse visibile sostanza
l’urlo tracimato del sole il nero
di luce che tradisce le dita
così sciama in rivoli d’insonnia
l’immagine a cui la mano aggiunge
il taglio e l’ombra e dentro l’ombra
il segno che racconta un corpo
dove il mattino è scritto
in piaghe e croci dove il farmaco
pietoso rovesciato intorno
era cedimento d’argine e labirinto
di voci appare ora al tatto

 

14.

un cerchio di umori
il rarefarsi della luna su un paesaggio
di resti cui manca l’afflizione dello sguardo
il permanere nel punto estremo
dove l’ultimo refolo di luce
ammanta la maceria di miracolosi
risvegli sarà questa leggera
vigilia di attimi inudibili
il rovescio che a volte germoglia
da umbratili congiunzioni di polvere

 

16.

la chimica dei passi
la musica che serra orme in un intrico
di curve e forme in fuga lo spazio
severo incorniciato da pietre
di confine l’ultima possibile nascita
d’indivisa appartenenza
dove si apre il passo e il corpo
è acceso dai suoi mille nomi
resina e respiro in fiamme irreparabili

 

***

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