Esilio di voce – Nota critica di Stefano Guglielmin

“come chi vive
per lasciare impronte, un
solco per la morte che
ci segue, che ci precede
in forma di stagioni”

 

Anche negli inediti di Francesco Marotta che oggi presento, dal titolo Esilio di voce, la scrittura e la percezione sensibile (contrapposti all’oralità e all’intelligibilità della ragione) sono il luogo in cui la realtà metamorfica si espone. Le differenze (tra interno ed esterno, corpo e paesaggio, sentire e percepire) diventano in tal modo intrinseche all’unità diveniente, così come quest’unità tracima nel continuo aprirsi ad altro, all’imprendibile. L’uso dei «verbi di declino», dal forte impatto emotivo, espressionistico, accentua tale processo che, nicianamente, governa il reale, che violentemente lo pervade, mentre lo stato di dormiveglia, spesso nominato, si mostra quale condizione psicologica necessaria per tradurre in scrittura tutto ciò. Si tratta di una circolarità virtuosa, che pone il soggetto in un vortice espropriante ma ricco di conoscenza, in cui il senso profondo dell’essere si lascia così avvicinare. L’esilio, qui, non patisce lutto, bensì gode del proprio stare nel vero, nei pressi del suo occhio ciclonico. Tuttavia, queste poesie sono attraversate anche da un altro esilio, in conflitto con il primo e che al primo, apparentemente, contende il primato. Esso spinge dai margini l’io lirico verso un disordine non voluto, ma patito, simile alla condizione «di un nevaio che brilla dolore», e che Marotta traduce, con Lévinas, nell’«attrito / di maschera e volto / impaziente nel balzo». Tale evenienza non è che un «presagio», un’ombra che tuttavia, inesorabilmente, rosica la luce: è la voce interiore che vorrebbe lo spazio del dire limpido, della parola impudica perché intenzionata a squarciare il velo, la “maschera” della scrittura rizomatica, lasciando il nudo dolore per la precarietà della vita alla vista di tutti: «una morte in punta di rima», appunto, che «sul foglio appare dal margine». Le due forze, i due esìli, l’uno dato dalla scrittura, l’altro detto dalla voce, non sono tuttavia due principi ontologici, ma vengono entrambi dal medesimo principio/non principio, da quell’essere-differenza che consente maschera e volto, che tiene in moto il tempo, che è il tempo nella sua dicibilità più profonda ed enigmatica. Sapere tutto questo, non libera tuttavia l’autore dal suo continuo stare dis-locato, anticipato sia dal luogo e sia dalla poesia, che egli probabilmente vorrebbe metonimica rispetto al primo e che invece, inevitabilmente, gli si offre, contemporaneamente, come risposta scritta in continuo pericolo di sparizione, e come voce inquieta, “luce malata” del profondo, che cerca, nella scrittura, liberazione.

 

______________________________
Tratto da Blanc de ta nuque del 21 Febbraio 2010.
______________________________

 

***

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...