Esilio di voce – Nota critica di Natàlia Castaldi

“come chi vive
per lasciare impronte, un
solco per la morte che
ci segue, che ci precede
in forma di stagioni”

 

λέγω – λόγος – ποιέω – ποιήτης

Il poeta osserva le cose, i fenomeni, gli accadimenti, respira il pensiero del tempo, ne assimila nessi, connessioni e se ne fa portavoce consapevole di caducità e oblio, cui resiste in una battaglia al frastuono confusionale degli inganni della storia, affinché permanga una traccia che non disperda i frammenti di memoria del suo canto di vibrazione e rimembranza, sospesa nella dimora del tempo custodito.

“varcare la soglia di una domanda / rasente all’ombra che a fatica / recupera i suoi codici eccede gli argini / imponendosi torsioni di lingua / per esempio la trama discorde / che dai margini offre un sentiero / al silenzio” – (da “Esilio di voce”, 2009)

E difatti, il poeta è “custode” della bellezza, del dolore, dell’angoscia, del vero, di cui si nutre per restituirlo in forma di dono da condividere (“il dolore / mi dice continua / la corsa, riempi le mani / imbratta di sillabe” – da “Impronte sull’acqua”); egli sa che la sua parola è nulla/silenzio e non pretende verità che non sia la propria soggettiva essenza questionante di dubbio, la propria intima elaborazione degli spazi di luce ed ombra del tempo (“l’inchiostro che / vaga tra silenzio / e silenzio” – “Impronte sull’acqua“); conscio del fatto che il suo dire non potrà mai prescindere dai fatti, dalle parole, dal pensiero in arte nella storia, non chiuderà mai la propria esperienza in un castello di specchi, ma aprirà le finestre al pensiero ed allo scambio, cercherà sempre nuove forme, osserverà ed amerà la pluralità delle voci, fondendo il proprio essere in un’armonia di contrasti, da cui stillare il senso precipuo dell’esistenza.

“Lascia alla parola l’aura / incantata delle origini, / il lume che le compete
per nascita e destino, / il fondo oscuro / matrice d’ogni luce”.

(Per soglie d’increato, Edizioni Il crocicchio, 2006)

Lo scorrere liquido del pensiero in parole nella creazione poetica non è altro che fluir/si in offerta nuda agli occhi, alle orecchie, alle labbra di un reale o presunto interlocutore. Niente di più carnale, umorale, intimo ed oggettivamente soggettivo della poesia può costituire il mistero irrisolto dell’esistenza e della “necessità” della tradizione/traduzione del pensiero in scrittura. Segni grafici che costituiscono suoni catalogati in ordine di organi e lembi vivi di carne che ne implicano la pronunzia: labiali, gutturali, liquide, dentali, palatali…. sono le vocali e le consonanti, praticamente le note, di una composizione di suoni codificati in parole che costituiranno il pensiero – dentro di noi – o il dia-logo – quando il pensiero sia espresso per trans-itare da noi ad altri.

La liquidità densa della parola, nei versi di Francesco Marotta, si consuma nella sua stessa carne, nel suo stesso analizzare il dolore. Il verso spesso appare sincopato, spezzato, irrisolto e ripreso con profonda consapevolezza nella gestione del verso – sia pure libero – che apparirà rilegato e ricucito ad arte in enjambement, sinafie e sinalefi, che non hanno unicamente il compito “formale” di conferire il voluto ritmo – musicale quanto ottico – al “colon”, ma – ancor più – il senso sciolto dell’affermare il dis/ordine del tutto e del suo stesso contrario nello scorrere del pensiero.

Forma e parola si fanno quindi tessuto, tessuto vivo, sanguigno, denso di fluidi: acqua/sangue/sudore/umori che cambiano, che si rincorrono dalla fonte alla loro stessa foce: inchiostro nero come il cielo che fa da sfondo all’umana aspirazione al bello d’una illusoria luna o, ancora, inchiostro nero come sangue, che quando si rapprende perdendo la sua intima vitalità si stimmatizza in segno grafico che permanga, macchiando di sé la pietra, la carta, come il sangue innocente che -irrimediabilmente- scrisse la storia.

La ricerca linguistica operata sulla parola, in Francesco Marotta, esula dal mero compiacimento letterario e, ancor quando sia ricca di echi e rimandi, non è mai fine ma “mezzo”, “arca” che incarnandosi del proprio intimo dis/ordine si veicola in sostanza reale, materica, duplice nella proiezione di senso della sua stessa ombra.

Marotta è parola che si fa grido, carezza, richiamo, messaggio di un’umanità in cui spera nonostante la disillusione, nonostante le atrocità della storia, le urla murate negli occhi di innocenti, gli olocausti del passato e quelli cui assistiamo inermi, passivamente, inconsapevolemte bendati dal fuorviante buonismo del nostro tempo, che tutto edulcora e trascolora, mascherando anche il sangue sugli altari cerimoniosi della scarsa memoria; poesia come *resistenza*, fuga e ritorno alla vita, con un’aderenza che cuce l’anima al derma per essersi testimonianza ed interezza di vita.

Una traccia, che non scolora.

 

 

Esilio di voce (2009, inedito)

 

scrivi strappando chiarori di pronome
dalla voce la luce malata
che s’innerva
al rantolo di un verbo scrivi
con lo stilo di ruggine che inchioda l’ala
nel migrare anche la morte
che sul foglio appare dal margine
di sillabe di neve s’arrende alla caccia
al sacrificio necessario
dell’ultima lettera superstite

*

        ci accomuna la conta differita dei morti
        la mano adusa a separare codici e correnti
        dal gorgo dove si adunano le ore
        indicibile chiusa
        di apocrifi in sembianti di volti
        di giorni in forme declinanti
        di parole

*

come questa luce di specchio
quando raccoglierla è già spreco
di fulgidi rosa un chiedere al sonno
gli spazi
intagli per minimi azzurri
l’abuso di crescere che sia privo del prima
mutilata la mano da una lama
d’inchiostro
che trema sul foglio

*

        guarisci il dubbio trafitto
        dall’ansia di essere riparo malattia
        a cadenze autunnali guarda gli sterpi
        che ti battono un’altra luce
        sui fianchi e nell’ombra che sale
        gioca il sogno di un confine
        sospeso la tua pelle si stacca aggiunge
        ore ai tuoi segni al graffio che resta
        dove togli parole
        ai tuoi occhi

*

assenza che sia illuminata erosione
un luogo che i sensi coincide
a un poi di riflessi se colma l’immagine
di grandine di minerali celesti e trascina
a ogni singola mano sangue di fuga
all’occhio l’identico accordo l’energia
perversa di un dono l’attrito
di maschera e volto
impaziente del balzo

*

        è un abbaglio la morte la polvere
        sbrina il suo vento sull’acqua un abisso
        d’aria e correnti
        che l’arte della pietra modella
        per l’oblio materno dell’alba

*

in equilibrio di colore e distrazione
conserva segni in un forse di miscugli
sillabici il resoconto di un ramo l’ipotesi
di immagini dove presente e senso
versano lacrime agli occhi così
ritorna alla scienza diseguale del volo
l’angelo che spiuma
desideri di carne di danza
il presagio
di un nevaio che brilla dolore
sul confine tra cielo e memoria
ad altezza remota di lingua

*

        paesaggi che alle palpebre tendono ombre
        e distanze a volte un passo che irrompe
        nel viluppo a sfrondare la norma
        la linea di bianco imposta
        dall’ennesimo inverno eppure
        si potrebbe affidare l’oltraggio a grammatiche
        docili ogni senso al destino e svanire
        al suono che la preda sbalza dal sonno
        verso una morte in punta di rima

*

varcare la soglia di una domanda
rasente all’ombra che a fatica
recupera i suoi codici eccede gli argini
imponendosi torsioni di lingua
per esempio la trama discorde
che dai margini offre un sentiero
al silenzio

*

        dove macerano tracce e l’abisso
        è radice di ore lo scarto svelato
        tra il crepuscolo e un’assenza
        disattesa di voci dove scopri
        sgraziato e distratto
        tutto il credito di una piccola morte
        l’orizzonte che regge la scia
        di astri vanescenti e la tua mano
        che ne traghetta il lutto
        verso il largo

*

avanzi verso un mare inaccessibile
e la sera ti impiglia nello sguardo un diluvio
di sillabe l’onda franata sotto i passi
e quel tempo di amare che ha l’ombra
quando ne invochi il morso vivo
dove trovare riparo

*

        febbri e vene a passo d’erosione
        il farmaco in affondo da scomporre
        in linee inquiete notte dopo notte
        inaugurando verbi di declino
        il lontano di un’offerta in forme d’acqua
        la replica ardente che passa sugli occhi
        e depone il franto
        pulviscolo
        di un nome alla deriva

*

così è la grazia delle immagini
rovesciate nel palmo venute via dall’ombra
che ora ricordi accampata da sempre
alla tua soglia ma
si trattava di attese esercizi
privi di simboli come adornare sbrinati
specchi col battito salino
di una pupilla naufragata

*

        è un percorso che si rivela in squarci
        e argini disparenti al primo soffio
        un affluente da riconoscere dall’alto
        dalle torri del giorno se
        nel lontano vigila un dissestato
        teatro di corpi e alla chiusa
        le sillabe raccogli che la mano nasconde
        prima di cedere sotto la sferza
        di un lampo
        alla cecità di dare ancora un nome

*

nudità di deserto e alla cintura
una sacca d’aria rarefatta per talismano
e balsamo tu la trascini
abbandonando respiri a folate alla luna
seguendo a palpebre sbarrate
nell’esilio di voce
la lampada elementare che risale
fino alla sommità delle labbra
la selva di due desideri intrecciati

*

        alla curva del vento
        slarga foglie e rotaie l’assenza di cielo
        e labbra a distesa dall’altra parte
        dell’acqua si pensa un paesaggio
        grande quanto una mano lungo
        fino a sfiorare i capelli con la dolcezza
        verde della sabbia si pensa la terra
        divisa in pagine leggere e uno sguardo
        luminoso di bambina
        piantato tra le zolle come una spina
        come una sillaba
        come un’attesa

*

dal largo
sopraggiunta da un chiarore incurabile
svapora memorie come umori d’erba
accesa dai roghi dell’inverno
nuota verso la parete la mano
legge l’aspro sapore di fumo
di una foto ingiallita quell’unico dolore
di avere ancora suoni
per l’orecchio murato dei morti

 

***

 

 

 

 

Esilio di voce (2009, inedito, seconda parte)

 

si inciampa in un grido
che si dissangua in luce
ogni volta che cerchiamo le stelle
nessuna soglia ci separa dall’assenza
nessuna parola così profonda
da poterla tacere

 

fossero simili a foglie
che si combinano in fuochi
di caduta le vigili inudibili parole
cresciute tra labbra e desiderio
oppure grida che colmano
tutta la distanza di un ricordo
e poi acqua che fascia il viso
dei morti quando fa buio
anche la pelle e l’occhio
soffoca di essere visione
solo una maglia slabbrata
uno squarcio nella rete del tempo
incurabile misura del guardare

*

        cammina pensando una deriva
        la corrente paziente delle ombre
        il suono che trascorre
        inascoltato
        alle tue spalle immagina
        con quale lingua il deserto
        racconta la piaga dove premeva
        la lama della luce il varco
        dove precipita il respiro
        di una terra libera dal dolore
        del nome

*

trascini per inerzia
il tuo peso che agghiaccia l’orma
con l’esattezza di un’assenza
dimentichi i volti uditi nel sonno
e ricuci tempo ai giorni la lingua
a un vuoto di parole eppure
basta un’eco una reliquia di voce
affiorata all’insaputa delle labbra
e il confine è la tua mano
che prova ad accendere decisioni
di neve s’inventa geografie
di segni rende chiaro il cammino
come il sale che brilla la pupilla
esplosa di un fiore

*

        sulla pagina svuotata di segni
        la notte incide formule e gesti
        poi tenta gli occhi la pelle un idillio
        di voci sgranate quando dici
        il mio corpo ancora mi svela
        quando reggi spenti equinozi
        che sarebbe cera bruciata
        per chi ha nuotato a ritroso
        intera la superficie di una fiamma
        per chi ancora respira della luce
        deposta solo l’ora che imbianca
        in mezzo al guado la sua ombra
        che parla con lingua di sete
        da un labirinto di acque murate

*

si origina dal tuo sguardo il volo
dai tuoi occhi che arrancano l’aria
mentre vegli mani d’infanzia
al riparo degli anni un battere
d’ali a pochi istanti dal lume
che precede un grido la bocca
trattenuta a spilli
dove vasto di vento il ricordo
dimora s’apprende alla grazia
frugata tra colori di neve
dissolti

*

        un tempo concluso dai lampi
        registro di fragili danze
        al cospetto del buio
        eredità di mondi
        racchiusi tra pagine e brina
        presagi che hai voluto sfogliare
        offrendo alla veglia
        suoni al fondo dell’acqua
        e poi altra acqua
        le stagioni respirate a fatica
        la vocazione di un salice
        che sfronda al cielo distante

*

al ritmo del fuoco
riprende i suoi accordi raccoglie
una nota dismessa
e la concede alla mano
operosa nel bianco
risolve un assedio di febbri
la notte indecisa
sorpresa dal passo di chi ritorna
da una crepa del vivere
apre le porte alla lingua
le pupille dilata in un lampo
sepolte di voci

*

        al cospetto della polvere
        anche il ricordo si scioglie
        in macchie impazienti
        una pozza di esaudite meraviglie
        tiene dietro a reticoli d’alba
        e cemento un sepolcro d’acque
        disabitate e rari colpi di vento
        a reggere l’onda che cresce
        il profilo di un volto riemerso
        per caso una florescenza un respiro
        che al deserto s’impone
        a un trascorso errore di luce

*

s’appoggia al notturno che migra
il pensiero d’un silenzioso distacco
uno spazio arredato da precipizi
di voce si enumera in sghembi
movimenti di pagine arabeschi
d’inchiostro che accelerano fughe
e disagi chiamando a raccolta
le ultime tracce di volo
ora che sulle labbra senti una fitta
e il tuo nome è il confine
dove palpita l’urlo d’una sfinge
morente

*

        uno sguardo arenato
        nello specchio più fondo
        la mano che preme e marchia la carta
        di ricami di muschio ammassati
        a tempesta anche questo trasuda
        la lingua a chi mastica cielo
        membrane di sogno scomposte
        là in fondo alla gola anche
        questo disordine la fibra animale
        che annega nel guado
        di un diverso tramonto

*

è acqua che si acquieta
quando smette memorie di sorgente
al richiamo di un varco veloce
sopra mappe di sete è lingua
che si oscura votata nel segreto
a spiragli di luce
un astro che perde peso
risvegliando sensi agli amanti
è questo corpo che insiste
e nell’urto nebbioso dei giorni
libera sangue dagli argini
dalle dita qualche piuma invernale
il sigillo infranto di un nido

*

        raccogli le foglie purpuree
        che la sera conclude le foglie
        sospinte nel vuoto lunare
        scomposte esibite esplose
        da un vincolo d’ombre ecco il tempo
        che ci respira nei trascorsi
        di un albero nel parto nel nome
        nelle voci alla fonda negli occhi
        nella traccia di vento
        del nostro svanire all’approdo

*

resti di qualche luce
custodita per un cielo mai vissuto
salsedine che rischiara derive
s’incolla alle mani con la tenacia
vischiosa del naufragio
e alla bocca regala parole
senza suono frange in bave di tempo
alfabeti scomposti in oceani
di nuvole ombre di una comune sera
per la pupilla che risale le dita
fino agli orli franati del ricordo
fino a un volto ferito d’infanzia

*

        prova a trattenere il crepuscolo
        prima che l’estremo sbiadire
        dei colori trovi requie sul tuo volto
        ascolta la squilla sul filo delle pietre
        il varco sonoro dove sabbia e radici
        restituiscono il duro lavoro del giorno
        qui non un gesto che dica il prossimo
        squarcio il morso del fuoco
        che indurisce cristalli nel palmo
        neanche il buio che preme e squama
        le impronte degli occhi solo il ritmo
        fraterno delle cose immaginate
        in piena luce materia vivente
        visibile appena il tempo di passare

*

suoni a memoria
in luogo di sillabe e accenti
un più di polvere che maschera
segmenti di notte una materia
verticale di brividi
che continua una pagina
inesistente
sul rovescio del cielo
il calco di un mattinale
dissolversi
d’ombre

*

        inizia dove la voce è spazio
        di una ferita uguale una metafora
        imbandita da giorni minori quelli
        che annaspano nella traversata
        in prospettive d’isole
        inalberando indici di esilio
        o coprono paesaggi di neve
        per interposta assenza di vento
        con una rosa
        una parvenza di luce
        un inciso

*

visitazioni di parole nel tempo
immaginando cosa nascondono
di gesti incompiuti le mani
pietrificate senza lume
quanta l’incuria in calce ai suoni
ripetuti in forme di abbandono
fino a scoprire il labbro
dove ripara un grido
scampato alle carte della sera
una dimora d’ombre e fortuna
in cui si recitano pensieri
a una corolla il sillabario delle api
udito alla foce del respiro

*

        macerie in bilico e nello scollo della frana
        tutto il candore
        dei germogli agghiacciati
        in passaggi di stagioni
        materia di canto orfano dei silenzi del ramo
        teso come un arco
        aereo sulla superficie del pensiero
        tra le grate del ciglio semplice traccia
        levigata reliquia del vento

*

passioni inudibili fiutando la cera
la lampada erbosa che inscena il distacco
o trama in punta di pelle
un vuoto chiazzato ai bordi del buio
uno stilo una bolla un flauto in disuso
che pende affrescato alla bocca
regala silenzi di neve al tuo passo
materia d’esilio all’azzurro

*

        il dolore mormora la vita più lontano
        irrompe per dire la smania l’ansiosa
        caduta in principio di volo ma
        si parla di giorni nemmeno compiuti
        e sostanze intraviste per caso
        per esempio un muschio un lievito
        metamorfosi d’aria di pollini
        della terra che rimane nel palmo
        custode di ogni richiamo
        sorgente acerba dell’ala

*

rimani di guardia all’alba
vivente parentesi
nell’ocra bruciato delle ore ombre
d’alberi al dito e il capo
tenuto in disparte
da un pudore di anni di solchi
s’appartiene a parole mai dette
secrezione che regge un bisogno
fiorire
appassire
al modo inconsapevole degli astri
in obbedienza cieca alla spina

*

        nessuna necessità
        nessuna figura a ombreggiare
        luci di radura
        nel verso che realizza un disegno
        il bilancio di un tempo
        non ancora scaduto quando
        la lingua aspira angoli di notte
        alfabeti inattingibili
        alla voce tutto un cielo
        che sgrava coralli verbali
        orazioni dall’iride diaccia
        di stelle appassite di specchi
        increspati lascivi di vita

*

un sintomo bianco
nel gioco del sole un balzo
d’insetti nella calma del rovo
malattia che tutto muove
e trascina a un dettato febbrile
di sensi rappresi
aggrumati per somiglianza
in soprassalti di mare
domani un letargo
memoria senza risveglio
dove riposano polvere e lampo
indecidibili sequenze del sempre

*

        impressioni di sabbia nell’annuncio
        labiale arrecato dal vento
        s’inclina disperso per legge d’isole
        e cielo un vapore dettato da tante storie
        sfigura a brani il percorso dell’occhio
        più spesso il corpo di una parola
        porosa che esplode
        sanguinante nella mano

*

sera che dubita la pupilla arresa
il soccorso per rampe
definite dalla fissità della luce
carte a grappoli che scivolano sul viso
a dettare inudibili immaginarie grida
sapienti di sangue e memoria
sera di un’ultima carezza sulla pelle
un fuoco che nell’inguine s’accende
come il faro di guardia
a un mare deserto

*

        la tua ombra è un crocevia
        di mondi in transito neve
        e rose sognate
        usando un respiro che arde
        tra le spine del ricordo
        dove la tua figura s’indovina
        quando gli occhi sostano
        tra luce e fiume
        madre che dall’acqua
        porgi la tua mano un gesto
        la misericordia di un chiarore
        per essere ancora fuoco
        sotto il foglio che regge il giorno

*

dissacra la pupilla del mondo
il castigo deciso dalla luce un fiotto
di sangue lo svela
che risale le labbra come pane
raffermo dilata la bocca in lente
forme d’incendio e dalla mano
percorre il tuo nome
da masticare lettera dopo lettera
senza gli umori della voce lontano
qualcuno scrive sull’acqua
il profilo di un’orma imperfetta
nell’oblio di sorgente qualcuno
che veglia l’ombra recisa
dei tuoi fogli offerti in pasto
alla sera

*

        all’inizio è una forma d’onda
        una cresta aerea che si offre
        alla spartizione del moto poi
        il caso che si libera tra ipotesi
        ed evento forse la lettera finale
        di un ricordo una vela che si oscura
        negli specchi franati di ieri
        in cambio di un accordo muto
        di una lenta consunzione
        senza cenere

 

_______________________________________________

Quando lessi per la prima volta “Esilio di voce”, mi si palesò un’immagine *ResurrExit* – Kiefer. Una lettura per immagini la mia, che mi consegna la poesia di Francesco quale eredità di parola, verbo, sillaba, ostinatamente urlata sin dentro la luttuosa cecità delle *orecchie murate*, in sfida agli inganni, ai dubbi, alle norme ed ai codici da violare per oltre-passare – traghettare – in un naufragio privo di argini, fin dentro la visionarietà di angeli spiumati, capaci di verità di carne oltre ogni inverno, oltre l’inferno di presagi e bilanci tra presente e memorie, in una sferzata *paleontologica* e sfacciatamente evocativa di riordinata lingua.

 

______________________________
Tratto da Poetarum Silva del 18 Febbraio 2010.

Esilio di voce (I) è leggibile anche su Rebstein.
______________________________

 

***

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