Esilio di voce – Nota critica di Enzo Campi

“come chi vive
per lasciare impronte, un
solco per la morte che
ci segue, che ci precede
in forma di stagioni”

 

 

INDECIDIBILI SEQUENZE DEL SEMPRE
(uno sguardo su Esilio di voce di Francesco Marotta)

 

 

Parlare di questi e degli altri versi che Marotta ha disseminato nel corso della sua (r)esistenza poetica non è cosa agevole e richiederebbe un’attenzione particolare di cui questo breve e inesaustivo sguardo non è che un infinitesimo granello di sabbia all’interno di un deserto.

I fattori e gli elementi che concorrono alla configurazione della poetica marottiana sono svariati e andrebbero presi in considerazione prima singolarmente e poi nelle relazioni con gli altri. Si potrebbe parlare di una sorta di catena patemica, e in effetti, a ben guardare, nella poetica marottiana ci sono delle ricorrenze che non esiterei a definire esemplari, talvolta lampanti e, per così dire, in bella mostra, talvolta invece celate all’interno del non-detto poetico. Siamo in presenza (sarebbe più appropriato dire: siamo nell’avvento di una «venuta in presenza») di affezioni e di passioni. Come vedremo tutto quello che esce fuori di sé è destinato a rientrare, potenziato, al sé che l’ha generato. Qui si tratta di comprendere l’essenza di un percorso, la natura dell’erranza in cui l’io-particolare cerca di instaurare un rapporto con l’io-universale, o meglio cerca di presentarsi – magari omettendo il suo nome proprio – all’universale per carpirne i segreti e ridefinirsi. La presentazione di sé è una venuta, è un impadronirsi del luogo. Aver-luogo nel luogo è «venire in presenza». Questo è quello che potrebbe risultare ovvio. Ma anche mettere l’assenza «in presenza» potrebbe entrare a far parte della categoria della «venuta». Cerchiamo di capirci: l’erranza è costituita in egual misura dal qui-agisce e dal qui-giace, non solo dal movimento ma anche dall’inerzia, non solo dal transito ma anche dall’attesa.

un sintomo bianco
nel gioco del sole un balzo
d’insetti nella calma del rovo
malattia che tutto muove
e trascina a un dettato febbrile
di sensi rappresi
aggrumati per somiglianza
in soprassalti di mare
domani un letargo
memoria senza risveglio
dove riposano polvere e lampo
indecidibili sequenze del sempre

Detto questo vorrei partire da una frase di Natàlia Castaldi che inaugura la presentazione di questi inediti:

“Il poeta osserva le cose, i fenomeni, gli accadimenti, respira il pensiero del tempo, ne assimila nessi, connessioni e se ne fa portavoce consapevole di caducità e oblio, cui resiste in una battaglia al frastuono confusionale degli inganni della storia, affinché permanga una traccia che non disperda i frammenti di memoria del suo canto di vibrazione e rimembranza, sospesa nella dimora del tempo custodito”.

In che modo scorre il tempo nella poetica marottiana?

visitazioni di parole nel tempo
immaginando cosa nascondono
di gesti incompiuti le mani
pietrificate senza lume
quanta l’incuria in calce ai suoni
ripetuti in forme di abbandono
fino a scoprire il labbro
dove ripara un grido
scampato alle carte della sera
una dimora d’ombre e fortuna
in cui si recitano pensieri
a una corolla il sillabario delle api
udito alla foce del respiro

Questa è solo un’occorrenza e sul concetto di tempo ritorneremo più avanti.

Se isoliamo alcune parole possiamo riscontrare la presenza di alcune chiavi d’accesso: visitazione, pietrificazione, abbandono, dimora, sillabario, foce e respiro.

In soli tredici versi troviamo una sorta di summa atheologica delle (r)esistenze e delle ricorrenze marottiane, una summa che non è sicuramente esaustiva ma che rappresenta comunque una soglia d’accesso alla sua visione del mondo.

Come già detto ci troviamo in presenza di affezioni e di passioni. La cosiddetta catena patemica non si esaurisce nel portarsi in fuori, ma si concede il lusso di programmare il percorso in vista di un ritorno non tanto al sé quanto a un qualcosa che ha preceduto l’esistenza di quel sé, un qualcosa che potrebbe essere definito in vari e svariati modi: nulla, origine, chaos (ma ognuna di queste definizioni apre un infinito ventaglio di accezioni), tanto per abbozzare solo tre terminologie.

Alle sette ricorrenze che formano la nostra summa aggiungeremo adesso un ottavo termine, un elemento oserei dire essenziale per avvicinarsi a questa poetica: la sabbia.

impressioni di sabbia nell’annuncio
labiale arrecato dal vento
s’inclina disperso per legge d’isole
e cielo un vapore dettato da tante storie
sfigura a brani il percorso dell’occhio
più spesso il corpo di una parola
porosa che esplode
sanguinante nella mano

Se scrivo sulla sabbia una frase e poi vi cammino sopra, le orme dei miei piedi cancelleranno quella frase. La cancellazione non sarà totale e le orme, mescolandosi a ciò che resta della scrittura, daranno vita a un qualcosa d’informe, privo cioè di una forma specifica e riconoscibile, ma allo stesso tempo depositaria di più forme. In quest’ottica l’informe diviene informale. Svela o comunque lascia ad intendere una molteplicità di fondo che è strettamente riconducibile a quelle tre definizioni che abbiamo abbozzato poc’anzi: nulla, chaos e origine. Ed è all’interno di questa morphé informale che le isotopie marottiane ci fanno comprendere che qualsiasi sentimento d’appartenenza non può prescindere da una sorta di disappropriazione.

macerie in bilico e nello scollo della frana
tutto il candore
dei germogli agghiacciati
in passaggi di stagioni
materia di canto orfano dei silenzi del ramo
teso come un arco
aereo sulla superficie del pensiero
tra le grate del ciglio semplice traccia
levigata reliquia del vento

Così all’interno della catena patemica ogni oggetto diventa soggetto, viene cioè dotato di anima propria. E Marotta, scusate l’iperbole, si fa portavoce della loro voce. Non è raro che nei suoi dettati ci si ponga all’ascolto della voce di una pietra, di una duna, di un’acqua che fluisce, di un fuoco, ecc.

Se ogni cosa ha un’anima, la voce di quest’anima ci permette di entrare in contatto non tanto con la cosa ma con il cuore della cosa. Se poesia significa “toccare la cosa delle parole”, ebbene Marotta ci permette di toccare il cuore poematico di tutte quelle cose che, attraverso il suo tocco, si fanno portavoce di poesia.

In questa pluralità di voci, nonostante l’infinita propagazione di echi e di risonanze, vive una sorta di esilio. Perché? Forse perché la ricerca marottiana verte non solo sulla disseminazione di tracce ma, anche e soprattutto, sulla loro cancellazione. Non a caso ho fatto l’esempio della scrittura sulla sabbia che è, a tutti gli effetti, prima una cancellazione meta-poetica e poi una cancellazione metafisica.

Cosa si intende qui per cancellazione?

Bisognerebbe che fosse lo stesso Marotta a rispondere (o a riproporre, in termini altri, l’interrogazione). Noi possiamo abbozzare la possibilità che ci si volga al nulla da cui si proviene, a un inizio che prefigura quei processi che andiamo a definire come «spartizioni» e «spaziamenti».

all’inizio è una forma d’onda
una cresta aerea che si offre
alla spartizione del moto poi
il caso che si libera tra ipotesi
ed evento forse la lettera finale
di un ricordo una vela che si oscura
negli specchi franati di ieri
in cambio di un accordo muto
di una lenta consunzione
senza cenere

Cosa abbiamo qui?

Evidenziamo almeno due elementi: la “spartizione del moto” che genera tutti gli spaziamenti a venire, e la “lettera finale”, la parola ultima, quella parola che non sarà mai trovata, non alla fine almeno, ma solo nell’ “ipotesi” di un nuovo e rinnovato inizio: l’arco arcuato (“forma d’onda”, “cresta aerea”) ove rendere precario il proprio equilibrio. Non la parola ultima quindi ma, forse, la traccia che dissolvendosi ne conserverà la memoria. Siffatta traccia, sia incoativa che terminativa, è (e deve essere) effimera. Si consegna all’erranza non per sparire del tutto, ma per rinnovarsi, per risorgere dalla sua stessa cancellazione.

Una significativa ricorrenza che certifica il lavoro sulla cancellazione è riscontrabile in un termine che andiamo ad aggiungere al nostro palinsesto patemico: fuoco.

Il carattere fortemente isotopico della poetica marottiana implica la correlazione semantica dei vari elementi e offre la possibilità di una decodificazione lungo una linea (magari non retta, ma pedissequamente e lucidamente smussata) sulla quale l’erranza dell’autore non preclude l’erranza del lettore. Sia l’asse paradigmatico che quello sintagmatico condividono lo stesso spazio, anzi sembrano spaziarsi. Creano come dei buchi, aggiungono spazialità allo spazio, si declinano anche attraverso effrazioni il cui compito principale è quello di rischiare il continuo rinnovarsi di una delle aporie più ricorrenti e significative: luce / buio.

cammina pensando una deriva
la corrente paziente delle ombre
il suono che trascorre
inascoltato
alle tue spalle immagina
con quale lingua il deserto
racconta la piaga dove premeva
la lama della luce il varco
dove precipita il respiro
di una terra libera dal dolore
del nome

“La corrente paziente delle ombre” e “la lama della luce” sono qui proposizioni oppositive ma semanticamente equivalenti perché concorrono alla spartizione e allo spaziamento di un concetto. Ho scelto questa occorrenza perché si confà anche a quanto appena accennato sui buchi e sulle effrazioni: “con quale lingua il deserto / racconta la piaga”; “il varco / dove precipita il respiro” (ma, naturalmente, le occorrenze in tal senso si moltiplicano a vista d’occhio in tutti i dettati che compongono questa raccolta di inediti).

La ricorrenza del fuoco è pressoché lampante: “in lente forme d’incendio” – “per essere ancora fuoco / sotto il foglio che regge il giorno” – “un fuoco che nell’inguine s’accende / come il faro di guardia / a un mare deserto”. E possiamo leggere ancora di un “ritmo del fuoco”, di una “cera bruciata”, della “superficie di una fiamma”, di “fuochi di caduta”. Ma al di là delle occorrenze ciò che vorrei sottolineare è che se il fuoco è luce, la cenere che ad esso sopravvive potrebbe essere considerato come l’elemento che ne certifica la cancellazione. Una doppia cancellazione: il fuoco che distrugge e il fuoco che viene distrutto.

È forse questo il compito della luce?

C’è sempre un dare / ricevere, un agire / subire. Per dirlo alla Nancy la cenere rappresenta il qui giace del fuoco. Ma è anche vero che in quel qui giace ristagna, solo apparentemente allettata, la possibilità di reiterare il misfatto.

La cenere, come residuo del fuoco originario (della scrittura originaria?) può essere usata come elemento per tracciare una nuova scrittura. Non si tratta di una fenice che rinasce dalle sue ceneri, ma di una fenice che usa le sue stesse ceneri per riscrivere e rinnovare il suo verbo. Un verbo effimero, la cui traccia è comunque destinata a un’ulteriore cancellazione.

Sembrerebbe un gioco senza fine, ma la chiave non è il gioco bensì il senza-fine in cui sfinirsi nella riproposizione – ad aeternum – dell’interrogazione.

A questo punto bisogna introdurre anche il procedimento della «licura».

Cos’è la licura?

Nell’antica Roma si cancellava uno scritto coprendolo con uno strato di cera, per poi riscrivervi sopra (una sorta di gesto della cancellazione dei codici, dei segni, delle rivelazioni che metteva al bando lo scritto originario per favorire la diffusione del nuovo scritto).

In poche parole: cancellare per riplasmare.

E quella “cera bruciata” di cui si è appena accennato non è forse riconducibile anche a questo?

sulla pagina svuotata di segni
la notte incide formule e gesti
poi tenta gli occhi la pelle un idillio
di voci sgranate quando dici
il mio corpo ancora mi svela
quando reggi spenti equinozi
che sarebbe cera bruciata
per chi ha nuotato a ritroso
intera la superficie di una fiamma
per chi ancora respira della luce
deposta solo l’ora che imbianca
in mezzo al guado la sua ombra
che parla con lingua di sete
da un labirinto di acque murate

Jabès: “Un giorno arriveremo a leggere gli spazi bianchi tra le parole, grazie ai quali soltanto possiamo avvicinarle”.

Ho sempre avuto l’impressione che gli spazi bianchi tra le parole marottiane non fossero mere pause del dettato. Quel bianco si concede l’onere e l’onore di farsi depositario del non-detto. Quel bianco si apre accadendosi.

Cos’è che accade?

Accade l’accadimento che non è manifestato e che vive all’interno di quei buchi, di quei varchi, di quelle piaghe cui si accennava poc’anzi. Accade la spartizione. Accade lo spaziamento. Accade l’inconosciuto. Accade l’inderogabile, e via dicendo.

È come se quel bianco contenesse i resti di una prima scrittura le cui tracce (impronte), quasi impercettibili, sopravvivono a qualsiasi procedimento di licura.

La scrittura di Marotta è, idealmente, sovrascritta sulla scrittura originaria. È questa la sua grandezza.

È difficile trovare una scrittura che cancelli il tempo originario per innestare un nuovo tempo che, a sua volta, tende a ritrovare proprio quel tempo che ha cancellato per meglio cancellarsi. Ma questo è proprio quello che accade, questo è l’accadimento che si apre spartendosi e spaziandosi. E, beninteso, qui non si tratta del classico e abusato serpente che si morde la coda, qui si tratta di certificare l’urgenza dell’erranza e di riproporre un’interrogazione sempre ultima ma mai definitiva. Una poetica fortemente escatologica, ma allo stesso tempo incoativa. L’ennesima aporia da disseminare. Un’aporia fortemente correlata al tempo e ai tempi in cui produrre transiti ed effrazioni.

Questa poetica difatti non può permettersi il lusso di adagiarsi sugli allori della consueta tripartizione del tempo (passato-presente-futuro).

Non c’è un inizio che non sia ri-cominciamento, non c’è una fine che non si configuri nel senza-fine, non c’è un durante che non si presti ad essere ri-attraversato. L’erranza è pressoché continua ed è condizione necessaria anche per il fluire del tempo.

Sembra quasi che sia lo stesso tempo ad adattarsi al fluire di questa poetica, che tenda cioè a ri-modellarsi sulla base degli elementi che Marotta mette al lavoro.

Questo è forse il dono più importante e pregnante: donare tempo al tempo.

Jacques Derrida inaugura il suo Donare il tempo così:

«“Le roi prend tout mon temps; je donne le reste à Saint-Cyr, à qui je voudrais le tout donner”.

È una donna a firmare. Si tratta infatti di una lettera, e di una donna a una donna. Madame de Maintenon scrive a Madame Brinon. Dice, insomma, questa donna, che al Re dona tutto. Donando tutto il proprio tempo, infatti, si dona tutto, si dona il tutto, se tutto ciò che si dona è nel tempo e si dona tutto il proprio tempo».

Quando Derrida, in una mirabile trasposizione, trasforma Madame de Maintenon in Madame de Maintenant (ora, adesso, in questo momento, presente, immediato), non fa altro che ribattezzare quella donna in una sorta di “signora dell’adesso”. Questa donna fa un presente (regalo, dono) impegnando tutto il suo presente (tempo). In un certo senso si priva del proprio tempo per donarlo al tempo del Re; così facendo dona anch’essa tempo al tempo.

Il tempo nuovo di Marotta è un dono per il tempo precostituito, un presente nel presente, lo è “adesso”, in quell’immediato in cui la scrittura si manifesta, e lo sarà in futuro nella sovrascrittura conseguente alla licura dei testi dell’adesso, e tutto questo sempre all’insegna dell’effrazione, in nome di quell’urgenza che non può esimersi di produrre tagli, incisioni, squarci, di scavare e di aprirsi dei varchi.

solo una maglia slabbrata
uno squarcio nella rete del tempo
incurabile misura del guardare

In questo dare/prendere c’è tutta l’apologia del poeta che si priva del suo tempo per donarlo al tempo, o meglio ancora per donarlo al tempo della scrittura e del libro.

“La” scrittura e “il“ libro, una disseminazione al femminile in un «corpo» al maschile. Sulla falsariga delle «ricorrenze» che caratterizzano la poetica marottiana penso, come già accennato, alla cenere («la» cenere) e al fuoco («il» fuoco). Entrambi gli elementi vivono in una sorta di corrispondenza biunivoca, in un regime di co-appartenenza; sembra quasi che ognuno dei due serva l’altro. Se il fuoco si fa tramite per la cancellazione, la cenere (le reste, il resto del tempo che fu, che è stato) non si limita solo a tramandarne il ricordo, ma si fa portavoce di una sorta di resurrezione.

Jabès: “Scrivere, scrivere, per mantenere vivo il fuoco della creazione! Far risorgere, dalla quieta notte dov’erano sotterrate, le parole ancora stupite dalla loro resurrezione!”

Scusate l’autoreferenzialità ma vorrei citare me stesso: “psyché / estesa in lungo / si sfalda al largo / di punto in punto / ancorandosi / al lumen depauperato / e recita il peana / in cui pervertire / la cenere in fuoco”.

Spetta alla cenere, in quanto residuo di ciò che fu, il compito di ri-pervertirsi in fuoco, di riscrivere cioè “il fuoco della creazione”, di ri-celebrare il chaos, lavico e sorgivo, da cui la poetica marottiana è destinata e a cui, nella sua erranza circolare, si destina.

Ma il libro è anche luogo del deserto e la cenere che si perverte in fuoco è la luce che lo investe.

Una luce al nero, una luce che accade, che dissemina simultaneamente fuoco e cenere, che non può concedersi il lusso della sola armonia, che è originariamente portata a disseminare e a far parlare l’esilio dei buchi che la contraddistinguono.

Difatti, in questo Esilio di voce, c’è una certa tendenza a evidenziare gli strappi e le strozzature. Gli enjambements si moltiplicano corposi, non tanto per vanificare un’armonia e una musicalità (che comunque persistono e resistono) ma, forse, per far scendere in campo l’impossibilità di un percorso che sia lineare. Si potrebbe parlare di un’erranza claudicante, fortemente aporetica, caratterizzata da un’indecidibilità di fondo che consenta ad ogni singolo passo di interrogarsi in sé prima di esportare verso un fuori il contagio dell’interrogazione.

Abbiamo parlato più volte di «spartizione» e di «spaziamento». Questi due termini rappresentano due accezioni del francese partage che viene generalmente tradotto con «condivisione».

Jabès, in apertura de Il libro della condivisione (Le livre du partage), dichiara:

“Molto presto mi sono trovato di fronte all’incomprensibile, all’impensabile, alla morte. Da quell’istante ho capito che niente quaggiù si poteva condividere perché niente ci appartiene…

C’è una parola in noi più forte di tutte le altre – più personale anche. Parola di solitudine e di certezza, così nascosta nella notte che a malapena è udibile da se stessa. Parola di diniego ma, al contempo, del coinvolgimento assoluto. Parola che forgia i suoi legami di silenzio nel silenzio abissale del legame. Questa parola non si condivide. Si immola.”.

Ora, se è lo stesso Jabès a dirci che non tutto può essere condiviso, non ci resta che agire per propagazioni ed estendere le accezioni di quel partage alla «spartizione» e allo «spaziamento».

La poetica di Marotta non cerca solo la prossimità e il contatto tra l’uomo-soggetto e l’oggetto-soggetto, ma cerca anche di mettere a nudo uno scarto, ovvero il dispiegamento degli scarti che intercorrono tra due soggetti: quello che si presuppone pensante e agente e quello che si presuppone invece privo d’anima e inerte. In questa messa a nudo persiste comunque una volontà di condivisione che implica una «spartizione», ed è per questa ragione che il dispiegamento degli scarti produce uno «spaziamento». In questo spartirsi e spaziarsi Marotta crea i suoi buchi, apre i suoi squarci, mette al lavoro le sue lame e comincia a scavare nel cuore degli oggetti-soggetti con cui si rapporta. C’è quindi un doppio movimento di estroiezione verso l’altro e di inframissione nell’altro. Un movimento che si declina ulteriormente perché quell’inframissione nell’altro serve per ritornare al sé e per innestarvi i segni e le tracce accumulate nell’erranza.

Vorrei chiudere riproponendo quella che Marotta definisce “la lettera finale” per metterla sullo stesso piano di quella che Jabès definisce “parola in noi più forte di tutte le altre”. Entrambe, in un certo senso, non possono essere condivise. Possono solo spartirsi e spaziarsi. Possono solo immolarsi al loro destino di luce. Possono solo consegnarsi alla «venuta in presenza» della cancellazione.

 

 

(Enzo Campi – Reggio Emilia – prima stesura Febbraio 2010)

 

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Tratto da Poetarum Silva del 20 Febbraio 2010.
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2 thoughts on “Esilio di voce – Nota critica di Enzo Campi

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