Impronte sull’acqua – Nota critica di Marco Furia

copertina_marotta

gesti costruttivi che si aprono ad inconsueti
scenari, che obbediscono ad impulsi
in cui etico ed estetico sono congiunti

 

Marco Furia – Poetiche tracce

Con “Impronte sull’acqua“, silloge vincitrice della quattordicesima edizione del Premio Internazionale di Poesia “Renato Giorgi”, Francesco Marotta presenta sequenze accuratamente scandite, limpide nel loro assiduo alludere.

Alludere a cosa?

Un indizio si può trovare già nei primi versi:

se arrivi appena a
pronunciare un nome
“.

Affermazione chiara, esplicita, di scontento: la lingua dice, ma non abbastanza.

Tanto è vero che

la pagina è pronta
per l’inchiostro che
vaga tra silenzio
e silenzio

ossia per un segno affiorante da mute regioni, nell’attesa d’un altro simile.

Mute regioni, dunque, non considerate quale vuoto, indistinto nulla, bensì ineffabili campi d’energia da cui la parola sgorga.

Ma, allora, se la lingua non spiega se stessa e soltanto si mostra, perché ritenersi insoddisfatti?

Non è sufficiente una presa d’atto?

No, davvero.

Il linguaggio non è qualcosa di statico, da analizzare una volta per sempre, ma di vivido e dinamico: possiamo aggiungere espressioni, proporre nuove forme.

Lo possono fare soprattutto i poeti, sensibili al senso più che a poco elastici significati, al farsi del dire più che a ripetitivi protocolli: costoro percorrono itinerari inediti, invitano gli uomini ad avere fiducia nei propri passi così da sconfiggere il timore del dissimile, del non usuale, chiamano a riflettere su usi idiomatici non semplicemente denotativi, ma fusi in maniera inscindibile con l’esistere.

La loro insoddisfazione, ben lungi dall’indurli a seguire sterili sentieri, è origine di gesti costruttivi che si aprono ad inconsueti scenari, che obbediscono ad impulsi in cui etico ed estetico sono congiunti, mostrando come restare schiavi di rigidi concetti non costituisca inesorabile destino.

Con pronunce nitide, non alieno da (vigile) attitudine a spezzare vocaboli in fine di verso, sicuro nel proporre tratti, talvolta vere e proprie traiettorie, che entrano ed escono ritmicamente dal campo visivo del lettore (“ci sono versi scritti / con gli occhi“), accostando elementi di natura esistenziale ad illuminanti riflessioni sul linguaggio, insomma, offrendo una versificazione varia e dinamica, Francesco Marotta mostra come la poesia non costituisca una via di fuga, un sottrarsi al mutevole divenire, ma sia un importante strumento, un aiuto nello scorrere della vita.

Originali e feconde impronte, senza dubbio.

 

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Tratto da Carte nel Vento, anno VII, 2010, numero 11.
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