Il deserto al filo della sorgente

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Francesco Marotta: il deserto al filo della sorgente

(Tratto da: Stefano Guglielmin, Senza riparo. Poesia e finitezza, Milano, La Vita Felice Edizioni, “Sguardi/Saggi”, 2009)

Ciò che anzitutto colpisce in Per soglie d’increato, la plaquette di Francesco Marotta (1954) pubblicata da Il crocicchio nel 2007, ma scritta tra i 1992 e il 2004, è la proliferante metaforicità, che germina a cascata e per rapide sequenze, secondo lo stilema di René Char, sino a trovare «un centro – come sottolinea lo stesso autore in una discussione in rete – nell’immagine-di-immagini che ogni testo rappresenta, denunciando, in questo modo, la vocazione analogica che sostanzia l’intera impalcatura segnica. Una vocazione, poi, che trova nella estrema riduzione etimologica un segnale ben preciso della volontà che presiede al tutto: quella di provare a scrivere utilizzando l’alfabeto immaginale della metamorfosi». Questa dichiarazione, fra l’altro, conferma l’indole grammaticale-derridiana di Marotta, in quanto la pratica della scrittura diventa in lui l’esercizio infinito della differenza, in un disargine che, slabbrando l’identità, espone nel medesimo tratto il sensibile e l’intelligibile, l’interiorità e l’esteriorità. Ma l’insistenza con cui il poeta d’origine nocerina metaforizza il repertorio attinente alla scrittura (verbo, archivio, lettere, sillabe, alfabeto, lessico, breviari, archivi, solo nelle prime quattro poesie), lo avvicina anche a Edmond Jabès, che sempre sognò, come questi scrive ne Il libro delle interrogazioni (Marietti, 1995, p.23), «di occupare un posto nel libro» per diventare «parola condivisa dagli occhi e dalle labbra».
     L’opera di Jabès dà corpo infatti a un’erranza senza posa e senza proprietà, dove ogni passo migrante descrive le ragioni dell’intero migrare, in un procedere orizzontale, errabondo e senza luogo, che si libera sia dal peso di sentirsi erede di una tradizione e sia dalla volontà di tramandarsi, per aver luogo invece nella sua evidenza grafico-semantica, nel suo esser-così, temporaneamente accampato nel silenzio della pagina. Lo stesso nomadismo inaugura Per soglie d’increato: «Tu dialoga con lo stupore / che non conserva tracce, / con la stella che dissigilla / un senso che non dura / che l’assenza che si desta / in palpiti migranti fatti verbo, / al verbo estranei per legge / d’indicibile esperienza – / per osservare la vita / nello specchio albale / di una luce / pensata prima d’ogni dire, / prima del silenzio».
     Riposa fra l’altro in questo pensiero «albale» la vicinanza di Marotta con la linea anteremiana (non a caso, egli vinse il premio Montano per l’inedito con Postludium. Il tempospazio di un sillabario serale, Anterem, 2003). Anche in questo libro, il deserto è figura centrale, così come il «caso», che gioca i suoi dadi nella fusione fulminea degli elementi, fra scrittura e mondo, e nella loro disgiunzione, come ben ricorda Gramigna nella postfazione. Fusione, dunque, quale operazione ustoria che ha bisogno dell’acqua, che subito evapora, per fissare temporaneamente il passare, il benedetto disgiungersi. Fusione che diventa, in Per soglie d’increato, metafora fortemente ossimorica: «e brucia frammenti di pelle / nel rogo anfibio / di paradisi d’acqua».
     La vicinanza fuoco–acqua ribadita anche nell’e-book Impronte sull’acqua (Paginazero, 2007) in due immagini dal forte segno surrealista (ancora Char), nelle quali «il risucchio dell’olio / che sciama in vapore e / incendia il tuo occhio / che spunta in un prato» convive con l’«annegare negli specchi / del cielo». Simile l’«orizzonte / nuovo disteso ad arco sull’ultima disfatta» descritto in Hairesis (collana e-book di Cepollaro, 2007), dove però, finalmente,coperchio lontano, giacché, recita un’altra poesia, «nessun foglio / contiene a misura il / flusso dell’ultima acqua». In Hairesis (nella collana e-book di Cepollaro, 2007), finalmente, biografia e storia sostanziano la scrittura, ne interrompono parzialmente le sincopi, in un annuncio che diventa auspicio: rifondare la «lingua» che veicoli il sapere ancestrale, la «lingua» che unisca le generazioni e, queste, al ciclo naturale degli eventi, a partire dal dialogo con il figlio Gabriele, cui sono dedicate due importanti sezioni del libro: «vorrei sapergli dire, con lingua lieve / di neve che acquieta gli specchi dell’anima e lascia immacolato l’alfabeto del suo universo nascente, / che l’arco infinito delle stagioni / disegnato dal fuoco verde dell’infanzia / si muta lungo gli anni nel cammino inarrestabile / di un fiume che volge alla foce». Sono versi decisivi, proprio perché il fuoco, che è istinto, passione rapinosa, piacere, chiede finalmente di mutare in «fiume», che è l’acqua della necessità, consustanziazione del voglio in devo, di nietzscheana memoria. Legame, quello tra il compito affidato al figlio – d’essere messaggero dei giusti – e l’eredità nietzscheana, annunciato qualche pagina prima: «stanotte sei tutti i nomi che la storia ha cancellato» dice Francesco a Gabriele, rammemorandogli la radice disvelante del suo nome. Eppure l’annuncio si ferma sulla soglia, dolorosamente: «vorrei potergli dire, ma la parola si trattiene / come vento che ha smarrito le orme sul sentiero» scrive il padre-poeta, spostando a «domani» la rivelazione che tra il passare naturale (o il morso al serpente del’oltreuomo) e la finitezza degli umani c’è l’orrore della morte, «la ferita di quella fonte ammutolita» che non può essere ignorata. Si spinge sino a qui il viaggio di Hairesis, dove il «deserto» sta «a filo di sorgente», ma non la abbraccia, rifondando così un soglia di nuovo ustoria e mai casa: «Solo l’esilio resta / agli ultimi abitatori delle sabbie». E solo la poesia, ci dice Francesco, costringe «la morte tra due accenti».

 

Qui altri testi tratti dall’opera di Stefano Guglielmin.

 

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