Impronte sull’acqua – Nota critica di Rosa Pierno

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Non solo il caso, dunque, nella costituzione di un mondo
reso finalmente dicibile, immaginato, costruito
con mani e occhi, ma anche responsabilità poiché
ciò che si inventa può anche accecare.

 

Rosa Pierno – Nota critica a Impronte sull’acqua di F. Marotta

     Nel voler rappresentare il mondo, nel costruirne un’immagine personale – qual è, in sintesi, la specifica attività del poeta – Francesco Marotta si trova a fare i conti con una restituzione sforacchiata e bruciata sui bordi, resa lacunosa dal silenzio e forse insediata dall’impossibilità di dire. Persino il vento vi fa ombra rendendo l’azione, prima che impossibile, paradossale. Ma di fatto leggendo ci ritroviamo già avvolti da essa. Intorno a noi si proiettano immagini sfocate e pallide, luminose e instabili ove insieme alle cose vediamo allungarsi e sfilare le parole: “la chioma / scomposta di lampade / che si rincorrono / si urtano non / ti riconoscono, ma / sono state il rosa di ogni pelle..” Comprendiamo allora che tale visione è costruita con materiali impalpabili, mobili, dondolanti. Non sarà, dunque, una costruzione in cui si assommano definizioni, in cui si scambiano parole come monete, ma piuttosto come indicazioni. Seguiamo una sintassi franta, dove preposizioni penzolano nel vuoto, ma nella quale gli aggettivi sono ferreamente saldati ai sostantivi. Non scorgiamo nessuna dissolvenza o cesura, invece, nel passaggio continuo e forse non individuabile fra il reale e la scrittura, il percepito e la sua rappresentazione. Coesistente e complanare: il foglio è la realtà e crediamo che persino il corpo dell’amata riposi sulla medesima superficie: “ritorno a questa pace che / lontana dai tuoi fianchi, a / questo vuoto di radura, questa / piaga che profonda / in un grido, rallenta il / respiro dei fogli”. E, dunque, nessuna distanza nemmeno del soggetto poetante da ciò che vive. Lacune sono presenti in ogni aspetto della realtà e della rappresentazione, ma al tempo stesso intere porzioni di materia trapassano da uno stato all’altro. Marotta s’interroga sulla modalità che egli stesso inaugura nella costruzione del suo mondo: “forse un sogno / che abolisce l’ordine e / separa forme”. Ma subito poeta e lettore sono travolti dall’onda che il medesimo irrefrenabile gioco delle associazioni e delle analogie sta montando: “come / avviene tra il fuoco e / una vela / arenata in onde di brace / o allevando porfidi d’acqua / per la sete di / segni / illegibili, cresciuti”. Che il mondo esista perché lo si costruisce e debordi e divenga instabile perché messo in moto da segni senza freno, ora è certezza.

     Non solo il caso, dunque, nella costituzione di un mondo reso finalmente dicibile, immaginato, costruito con mani e occhi, ma anche responsabilità poiché ciò che si inventa può anche accecare: “la tenebrosa / sapienza di / chi regge lumi / al mattino, ti / acceca”. Risiede in questo snodo la difficoltà di giungere a definire di cui parlavamo all’inizio. In questa rullante onda che travolge non si deve comunque perdere la consapevolezza del proprio intervento: mutuando dalla scienza quantistica, potremmo dire che intervenendo col processo creativo, il poeta determina lo stato del mondo: “sempre al termine / l’inganno dello sguardo / punito, trovare in se stessi / il rame che modella la festa”.

     Non è un mondo poetico costruito con oggetti – sebbene il corpo vi abbia una sua poderosa presenza – ma con fenomeni visuali instabili: transiti, vertigini, macchie, echi, soglie, lampi o con oggetti geometrici: angoli, spigoli, simmetrie, cerchi, superfici, punti, mentre la luce, i riflessi, l’ombra punteggiano l’intero testo e lo sostengono come paletti saldamente infissi.

     Il corpo vi è presente non solo con le membra, ma anche con i suoi organi o liquidi: labbra, ossa, sangue, pori, bocca, vomito, carne. Si direbbe che l’unica cosa certa è il proprio corpo e che soltanto una mediazione geometrica consenta di accostarsi ai fenomeni reali. Presente, anche un tentativo di giungere all’altra sponda che non sia necessariamente esercitato tramite oggetti mentali: sogni, ricordi, sensazioni, dolore. Eppure, contemporaneamente, troviamo che “le linee / aguzze che nuotano / nel grumo sono un sigillo / di notti, e notte che ricorda / vene, umori sparsi, immagini / franate, come chi vive / per lasciare impronte”. E’, comunque, la parola stessa che, se pure registra la separazione di tali entità, si assume il compito di portare a termine l’impresa.

     Al dolore spetta un ruolo centrale: “forse è un pianto, un / parto, dove / si affolla la ferita / per emergere al / la luce, ma il crepuscolo / preme, impolvera”. Il mondo di Marotta appare come una mirabolante effimera proiezione in cui il dolore se è parte integrante e ineliminabile è pure motore di mobilità, stimolo alla ricerca inesausta di un mondo in cui sia possibile situarsi con dignità. E, d’altronde, ancora una volta si assiste alla miracolosa sostituzione che avviene tra corpo e realtà: “la trappola di / parole rarefatte / l’estasi in / quieta / di chi impara la sete / osservando il cielo che / rosseggia intorno a un lume”. Nessuna scissione tra corpo, realtà e parole: è questo il potere della poesia, dopo che, pure, ne ha registrato la separazione.

 

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