Per soglie d’increato – Recensione di Luigi Metropoli

Adagiatosi sul fluttuare del verso, il lettore entra
in un ordine diverso di idee, sapendo che se la grammatica
è data, è la liquidità del suono a slittare sull’asse
del significato, generando inconsueti scenari.

 

Per soglie d’increato – Recensione di Luigi Metropoli
(“La Mosca di Milano” n. 20 maggio 2009, pp. 124-5)

 

Per soglie d’increato esibisce fin dall’architettura una calcolata simmetria: 4 sezioni di 16 liriche (l’ultima di 10), a testimonianza di un’armonia che si specchia ad ogni livello del testo. La silloge è la parte edita di circa 400 componimenti che hanno impegnato Marotta per 12 anni: un’opera complessa che cresce su se stessa, caratterizzata da una «sintassi organica» (P. Fichera). La parola nasce dalla parola, il verso dal verso, le immagini rimandano ad immagini… un mise-en-abîme il cui nucleo è in fuga (sbalordisce la tenuta semantica di 4 liriche «nascoste», frutto della sutura di 16 capoversi per sezione, come nota Fichera). La metamorfosi e il differire, assi portanti della raccolta, si riflettono, sul piano formale, nel procedere analogico – l’ininterrotto flusso di immagini sottende un’estetica del frammento, e risale il sentiero dell’uno-tutto, specchiandosi e generandosi nelle tessere di un grande mosaico –, e nell’abbondanza di metafore – imperniate sulla preposizione di, genitivo che rimanda all’atto del generare/biforcare (il titolo ne è un esempio). Questi artifizi retorici agiscono su una dinamica dei contrari che contraddistingue l’intero libro. Infatti la natura che lo popola è polarizzata: acqua, neve, gelo; fuoco, cenere, sabbia. La tensione fra gli opposti innesca un fluire senza tregua: la parola è equorea, figura della metamorfosi; le sabbie sono continua mutazione di forme, nell’articolarsi diverso delle dune. Adagiatosi sul fluttuare del verso, il lettore entra in un ordine diverso di idee, sapendo che se la grammatica è data, è la liquidità del suono a slittare sull’asse del significato, generando inconsueti scenari: la sintassi è ordinata, il suo procedere tuttavia muove da un senso logico-razionale ad uno analogico-visionario. Il tono alto vive di repentine deviazioni, bruciando immagini e concetti nel verbo. Nella dialettica del libro si inseriscono, infine, speculazione e canto, dando vita ad ulteriori innesti e diramazioni. Il pensare è il medio di una proporzione che vede estremi corpo e immagine. L’io, rinunciando all’individualità per farsi plurale, vive in simbiosi con la natura (un corpo-natura da intendersi come spartito dove, per frizione, sboccia la lingua-poesia: impasto di carne e terra). Il pensiero, a sua volta, è conseguenza della creatività della mente, della sua attitudine a produrre immagini: una sintesi di logos e istintualità. Secondo tale principio, la visione, e la sua traduzione in pensiero e canto, è la cerniera tra sé e altro, il luogo del dialogo su cui l’autore insiste: per Marotta è dono, apertura, stupore nel rivelarci uomini, consci della nostra finitezza: «tu dialoga con lo stupore/ che non conserva tracce» (p. 17). Nella ricerca ostinata di condivisione, attraverso una parola immanente, risiede la forza etica e utopica del libro.

 

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