I nomi della luce – Nota critica di Alessandra Pigliaru

Giusy Calia - Libertà

Quello che si apre appare in un tempo percepibile
da più sensi. Come se il senziente-lettore potesse
cogliere il grido e l’ombra rispettivamente
della parola e della luce.

 

I nomi della luce – Nota critica di Alessandra Pigliaru.

     Nei versi di Marotta vi è una spinta inesausta di ricerca di senso. È un cammino, potremmo dire, quasi un percorso per tappe e innumerevoli visioni. Un cammino di conoscenza del sé profondo e del prisma luminoso che affranca il creato. Marotta racconta della caducità e dello stordimento umano dinanzi all’eventualità dell’alfabeto, della nominazione, potremmo dire, di ciò che vede all’orlo dell’occhio. Quello che si apre appare in un tempo percepibile da più sensi. Come se il senziente-lettore potesse cogliere il grido e l’ombra rispettivamente della parola e della luce. L’occhio si trasfigura nella rifrazione della visione avvertendo il dritto e il rovescio degli enti. Lo avverte ontologicamente, si potrebbe azzardare, in quanto capace di sinestesie metafisiche. Così la pupilla di grandine diviene il rifugio e il porto da cui salpare, ogni volta. L’iridologia sta nella memoria dell’occhio che, simile ad una mappa, racconta di sottosuoli e luci che nascono come semi nella terra e che, sebbene fisicamente invisibili, irradiano. Eppure nella raccolta di Francesco Marotta sta un’ineludibile consapevolezza del paradosso.

C’è sempre un’ombra  / che ci somiglia, / rinserrata in noi, nelle pupille, / come cenere nell’urna, / come una vela nel porto / alla fine d’una lunga traversata. / La strada degli occhi / è costellata di onde / che il giorno visita una ad una / prima di immergersi nella purezza / di quarzo degli abissi.

     Occhio come fine delle cose del mondo. Pupilla come pellicola di luce che si fa lanterna magica. È uno specchio, la pupilla, un’impressione che col solvente diventa altro-da-sé. Ciò di cui si ha memoria nella traccia ottica risente dell’ora debole.

E’ cammino di voci / che bussano alle tempie / in cerca di dimora, / è fiochi grani di pollini / vaganti in reti di alveare, / è lingue di sorgente in attesa / del deserto in cui svanire. / Pensa una rosa di nessun luogo, / la rosa dei miraggi, / nella cui luce il tempo / schiuma unguenti di destino, / e senza suoni / guarisce la ferita delle sabbie.

     E ancora:

Siamo in quest’attimo sospesi, / in questo vento deserto / che nessuna fiamma / potrebbe sbrinare. / Siamo la memoria che cresce / su resti di bivacchi solitari – / il fiore oscuro / che sorveglia il canto / illuminato a giorno / dai silenzi che trascina.

     Come ricorda Severino, “solo l’uomo si raccoglie attorno al proprio grido, in assenza degli eventi che l’hanno provocato”. Così Marotta setaccia l’ombra e ne capta la sostanza. La luce così, nel suo ascolto, richiama il peso dell’assenza e del silenzio. Richiama forse lo scacco linguistico del non saper più dire l’ulteriorità, rifacendosi ad un principio di trascendenza (mancata).

Luce / nel cavo di una mano / che traversò l’estate / col suo carico di foglie – / figlia dell’acqua, / madre delle fonti, / soglia seminata d’albe / dove anche il buio / si fa prodigio di bagliori, / scrigno di presenze, / calice di sogni / dove il dio che cerchi / è l’ombra in forma di lampo / che beve alle labbra / del tuo desiderio – / illumina le strade / di chi ha occhi / capaci di sentire / l’eco inavvertita dei suoi passi.

     Quell’alfabeto misterioso inscritto non solo nell’uomo ma nella natura tutta fa della parola poetica di Marotta una radura di cui si riesce ad avvertire il bagliore. Se anche le pietre hanno un’anima mundi, il principio unificatore sta nella parola, nella capacità di chiamare la molteplicità tutta a sè. In un unico palpitante vociare.

 

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