I nomi della luce (II)

libertc3a0202

… scopre che il cielo
con altre immense dita
sta colorando l’alfabeto
dei suoi segni, l’enigma
che brilla nel migrare.

 

Francesco Marotta – I nomi della luce (1998 – 2000, inedito)

 

Specchiata nel lume ghiaccio
della notte, lingua e canto
di terre azzurrate in pozze di luna,
la costellazione
invisibile di un seme.
Nessun colore lo trattiene,
la sua sola memoria
è un passato
votato a diventare foglia
nel silenzio materno dell’ombra.
Corre come olio
evaso da lampade di tenebra,
annaspa nella vertigine
fonda di una zolla, schiude
dimore d’oasi tra i sassi –
inaccessibile respiro
dell’anima che si fa voce
e parla dalle labbra della luce.

 

*

 

Sotto il flutto che inebria
sillabe levate in volo
verso terre senza ritorno,
pietre votive accendono
lampade di muschi
tra le cui reti si disseta
un astro – occhio di mare
sospeso nel lampo di una voce.
La mano che tremante
traccia il solco, per chiudere
entro margini d’inchiostro
pagine interminate
di deserto, strappa al vuoto
bagliori di cometa, brucia
distanze, si accampa nel grido
di stagioni increate
da varcare – scopre che il cielo
con altre immense dita
sta colorando l’alfabeto
dei suoi segni, l’enigma
che brilla nel migrare.

 

*

 

Renitente mattino invernale
i passi assonnati
si trascinano
frammenti di ieri,
segni illeggibili
di mappe chiazzate di neve,
presenze intraviste
al lume del freddo
che agli occhi rimanda
immagini di non sai quali
paesaggi, sentieri.
Siamo in quest’attimo sospesi,
in questo vento deserto
che nessuna fiamma
potrebbe sbrinare.
Siamo la memoria che cresce
su resti di bivacchi solitari –
il fiore oscuro
che sorveglia il canto
illuminato a giorno
dai silenzi che trascina.

 

*

 

C’è sempre un’ombra
che ci somiglia,
rinserrata in noi, nelle pupille,
come cenere nell’urna,
come una vela nel porto
alla fine d’una lunga traversata.
La strada degli occhi
è costellata di onde
che il giorno visita una ad una
prima di immergersi nella purezza
di quarzo degli abissi.
E’ cammino di voci
che bussano alle tempie
in cerca di dimora,
è fiochi grani di pollini
vaganti in reti di alveare,
è lingue di sorgente in attesa
del deserto in cui svanire.
Pensa una rosa di nessun luogo,
la rosa dei miraggi,
nella cui luce il tempo
schiuma unguenti di destino,
e senza suoni
guarisce la ferita delle sabbie.

 

*

 

Il salice
che sussurra alla fonte
parole affrancate dalla morte,
ha occhi bambini
consegnati a legami d’amore,
penetrati di luci ineludibili
fiorite in terre di ogni dove.
Salice – fuoco azzurrato
di chiarori ribelli
agli specchi dell’aria,
dove gli astri s’incontrano
e si scambiano gli occhi
senza riconoscersi –
ala fraterna
venuta da cieli di diluvio
per farsi ramo,
abbraccio di radici,
fronda flessuosa
china fino alle labbra
di chi dispera il sogno,
l’ombra di un volo,
e vive, creatura dei tramonti,
il legame perenne,
indissolubile,
col dolore che sale dalle zolle.

 

*

 

La morte si rivela
sostanza di silenzi,
se al suo passaggio
spezza il legame
coi volti che vivono
al traino della voce –
la morte è muto labbro
di ghiacce albedini d’abisso,
ombra senza volo
partorita dalla cenere
di un lume –
è calce che indossa
il colore dell’erba
per incantare l’alba
e murare gli occhi
nelle dimore della neve.
Eppure il suo passo
non cancella l’eterno
turbine che dal cerchio
di immagini spente al giorno
fa rifiorire nuove sillabe
in luce d’acqua –
la morte fugge da sempre
lo spazio sacro delle fonti.

 

*

 

Nell’ascolto della luce
la voce per dire
l’indicibile del giorno
sprofonda nel peso
di silenzi senza eco,
corre a ritroso
il cammino delle sue ferite,
margini brinati
dove sanguinano mute
le stelle, gli alberi,
il canto intraducibile
che sorregge un volo,
il fuoco, l’ombra –
cancellati
nello specchio finito
di ciò che è semplice fiato,
calco rovesciato
dell’alfabeto misterioso,
inviolato della vita.

 

*

 

Ramifica intorno alla voce
l’iridescente muschio
verdebuio,
occulta arsura
galleggiante
nel pozzo delle mani,
ultimo porto di luce
nel declinare aspro dell’estate.
Presto anche il polline
troverà dimora
in estasi di tuono
e una parola, tremula luna
in respiri di passaggio,
allaccerà i suoi occhi
alle vene rosseggianti
di una foglia –
parola àncora
in acque inavvertite
di piovasco –
indicibile come il lampo
che cava dalla pietra un grido
e trapassa il silenzio
appesantito d’ombre
della rosa che imbianca
sul crepuscolo.
I fiori dell’autunno
ci parlano dal cupore fondo
che ha il luccichìo
dell’anima dei morti.

 

*

 

Sigilla nella purezza del gelo
l’alfabeto sulle cui ali
attraversi i giorni,
trascinando di soglia in soglia
il dolore di una luce
che non ha più parole.
L’estasi immillata di presagi
di un petalo che cade
nell’onda di risacche d’erba,
il faro sempreluce
racchiuso nello scrigno
di un grido di gabbiano,
cercano il porto in carità di nevi,
si fanno vela nel vento
che stempera il fuoco
dei pensieri,
e da maree di tempo
cercano la lingua dei tuoi occhi.

 

*

 

Pupilla di grandine
che accende
il fuoco antico delle messi,
pupilla dove rimpatria
il pane raccolto dal vento,
impastato con mani
di sillabe notturne –
la luce che sprofonda in te,
nelle tue ghiacce arterie,
riemerge stringendo nel pugno
breviari per il giorno
e spine dove si aduna l’acqua –
luce, lingua di seme
che sbuca da cunicoli di zolla
per annunciare all’aria
nuove stirpi d’ali,
i segni rivelati
di chi dalla morte risale
portando in bocca
il lume degli abissi,
lettere indelebili di fiamma.

 

*

 

Risonante ombra
frammezzo gli occhi
di una stella incisa a punta,
a strali, o sulle ali
offerte in voto
a un angelo di marmo –
ombra che regge
la repentina luce
che nomina, oscurandoli,
i ceri di un grido e della sera.
Qualcosa sbarra il passo
a transiti di luna –
stellalbe deserte
sul ciglio di una rupe
o gli occhi del cielo
rilucenti di schiuma verdefaro.
Qualcosa d’incompiuto,
nell’ora che s’innalza
come una preghiera
sul margine più quieto
di silenzi arresi
a interminabili, luminosi
baratri di gigli.

 

*

 

Riconoscere la veste di sabbia
che serve al dolore
per mascherare
il silenzio della lingua,
il deserto che sibila
dune abissali
sulla pagina degli anni
listata di ferite.
Ma ciò che guardi
è neve scivolata
in calici di fiamma,
in un lontano di assenze
scavato come un solco
tra le ciglia –
neve solidificata
in grani di rimpianto,
il corpo d’acqua murato,
incapace di varcare
soglie di clessidra,
farsi grappolo maturo
a una preghiera che sa di fame,
al volo a spirale, planante,
degli uccelli del giorno.
Acqua che non conosce,
non nomina, non cura,
non immagina,
non si accosta,
ma vacilla, si allontana,
si spoglia, si rinserra –
non mai si nega
all’arsura che urla dalla riva.

 

*

 

Echi di dislagate foci,
fronte di stelle
rese invisibili
da sigilli d’acqua
e fiori cifrati di marea.
L’altro nome di una foglia,
l’altra spina di un nome,
è tempo di sillabe
immobili,
quasi un delirio
dell’albero che graffia
respiri di luce
dalla brina
che aggruma le radici
in sterpi di rogo
senza fiamma.
Echi di foci e stelle,
nell’istante,
sconosciuto agli occhi,
in cui la voce valica
i confini della sua dimora,
s’immette ignara
in terre d’increato,
mentre le labbra ascoltano
i passi dell’aurora.

 

*

 

S’inarca il fuoco
di un fiume
mareggiante d’ali
trattenuto dal vento
a un passo dalla foce,
dialoga con la notte
dai pori accesi
dei suoi mille occhi,
e l’eco riporta
cristalli azzurrati
di perdute sorgenti,
l’infanzia
offerta in dono
alla sete della terra
e delle stelle.
Dalla sua ombra
prendi solo quanto basta
per farti mondo
e orientarti
su strade d’uragano,
camminare tra spine
di boschi pietrificati
e luci che fuggono
al riparo delle pietre,
lo sguardo filtrato
da corpi trasparenti
in bilico nell’aria
che tace di faville,
e ti apre il varco
alle distese di un canto
senza voce.

 

(Immagine: Giusy Calia, Libertà, 2008)

***

 

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