I nomi della luce (I)

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Sarebbe voce
stagliata su orizzonti di vertigine,
alfabeto di fuochi in fondo al mare,
e i nostri volti, tutti,
gli infiniti nomi della luce.

 

Francesco Marotta – I nomi della luce (1998 – 2000, inedito)

 

Se potesse lo sguardo
consumato dalla febbre del cammino,
fiume senza requie di memorie,
fermarsi a rimirare
gli orli feriti delle immagini
che costellano le rive,
e osservasse le pietre
dove frange la marea dei giorni
come un uccello fissa il proprio volo
negli specchi del cielo, anche il nulla
di cui fa fede la risacca
illimitata dei miraggi
sarebbe un silenzio che bordeggia
cinto di deserti rifioriti,
il mistero che si schiude
dal grembo di neve dell’aurora,
la gemma che s’annuncia
nel respiro profondo della pioggia,
l’astro delle stagioni
che fascia i calici dell’anima.
Sarebbe voce
stagliata su orizzonti di vertigine,
alfabeto di fuochi in fondo al mare,
e i nostri volti, tutti,
gli infiniti nomi della luce.

 

*

 

Pupille di uragano
nel lievito ondoso
di fanghiglie innevate
e fiori cicatrizzati
nell’abbraccio color muschio
delle pietre – scroscianti
palpebre di sere
in lenta fiamma
davanti al grido vanescente
di uccelli di nebbia.
E’ tempo di parole
che al vento ricrescono
come ali di ghiaccio,
lingue accampate
in cavità di tempo,
un labbro sopra l’altro
come chi assiste al rito
di vele alla deriva
incantate da immobili maree.

 

*

 

Sul volto di una pietra
levigata da lingue di sorgente,
i segni di luoghi aperti
a venti di visione –
le orme del tempo e l’acqua,
a immagine del cielo,
che si avvicina
a cavità di quarzo
con mani colme
del lume delle fonti.
Domani sarà un flauto
che risale l’aria e incastra
suoni nelle lettere del mondo,
una guglia accesa
su cattedrali d’alghe,
oppure uno sterpo,
un rivo di sabbia dove l’ombra
s’imbevera d’azzurro
come una foglia arsa
all’apice dei sogni.
Domani sarà albero o stelo
di granito, pupilla in volo
o cieco affluente di memoria,
sarà fiamma, pioggia,
luna trapassata d’echi,
forma indefinita, pulviscolo,
pensiero –
domani sarà una rosa,
verdissima linfa
che soffia luce all’alba.

 

*

 

Nidifica nel silenzio
degli occhi
la luce albeggiante
partorita da un cielo
tuttostelle –
luce che vigila
la piaga risanata
delle ombre,
indecifrabile volo
di ali non scritte,
invetrate di simboli,
respiri al traino
di spazi senza notte.
Il canto ubbidiente
del buio
rovescia immagini
morse d’immenso
nella clessidra dello sguardo –
paesaggi
seminati di brine,
gemme eternate
nel sogno millenario
delle sabbie.

 

*

 

Pensa un istante sottratto
a dimore d’inchiostro,
una sillaba refrattaria
a immobili eternità di alfabeto.
Pensa una figura che s’immilla
e s’inoltra in sconosciute
migrazioni d’esilio,
in terre silenti di un tempo
fuggito dal seno
di meridiane estinte.
Pensa. E poi pensa.
Il nulla che attraversa la mente
e rovescia in cristalli di sonno
lo sciame lunare di un grido,
ha il volto schiarito
dell’ultima pagina
conquistata a fatica –
è una lacrima che traghetta
fuochi, pupille di faro
colme del gelo di astri mai nati.

 

*

 

Fossimo lo sguardo
che si arena
in un guado
sorvolato d’astri,
una parola
svanita nell’eco
di insondabili richiami,
che si nasconde
agli specchi
mentre naufraga
l’inverno
in torbe di silenzio.
Nel disgelo che esala
millenarie devozioni
di fuochi, quieto
si arresta il volo
alle porte di una gemma
che negli occhi
rosseggia.

 

*

 

Luce
nel cavo di una mano
che traversò l’estate
col suo carico di foglie –
figlia dell’acqua,
madre delle fonti,
soglia seminata d’albe
dove anche il buio
si fa prodigio di bagliori,
scrigno di presenze,
calice di sogni
dove il dio che cerchi
è l’ombra in forma di lampo
che beve alle labbra
del tuo desiderio –
illumina le strade
di chi ha occhi
capaci di sentire
l’eco inavvertita dei suoi passi.

 

*

 

Sera insaziabile
di una luce ebbra
esplosa in lampi di roseto,
sera divampata
nella speranza
di una seconda nascita
in forma di pupilla.
A noi basta sapere
ciò che nell’ombra accade,
quando nell’esile
inciso del tramonto
si staglia un fiore
partorito dalle ceneri
del giorno.
A noi compete
solo il bagliore illune
della spina, memoria
raggelata di petali
e di linfa – ormai lontana,
sul sentiero che conduce
alla dimora delle origini,
la chioma illuminata,
coronata di presenze,
dell’altro che nel silenzio
ci cammina al fianco
e si fa notte per contenere
la chiarità dei passi.

 

*

 

Schegge di suono
rapite alla luce delle messi –
l’eco che sfocia
a delta nel crepuscolo
è traccia vociante
per la notte in attesa,
rifluita estasi di grani
separata dall’onda grigio oro
dove la morte frange.
Stormi leggeri
sospinti da venti di memoria
ricoprono il tramonto,
stille di mille ali
cresciute come lacrime
nel palmo, già trascorse
pupille di sorgente
nel lontano.

 

*

 

Erbe al passo delle fonti,
con nomi d’alberi e di stelle
iscritti in libri d’ore,
segnati dal labbro
rossofuoco del deserto.
Domani porta con sé
reliquie di respiro,
il lampo immutato
di occhi risanati
con linfe di visione.
Le parole per dire
la distanza incolmabile
tra gli steli e la mano
le possiede il silenzio –
indicibili rose d’abisso
germogliate
all’insaputa degli occhi
tra le pagine d’ombra
di memorie mai scritte.

 

*

 

Mani che annaspano nell’aria
dietro ombre salpate
al richiamo di un faro –
mani che stringono
le stesse parole mute
che il polline semina nel vento
per salutare l’esilio
della foglia dalla spina.
Mani arrese
a un volto che si scioglie
come la terra d’autunno
in un abbraccio d’acque,
come la notte
a un passo dall’addio
che marchia il cielo
col rosso del suo sguardo,
prima di immergersi
per legge di silenzi
nella luce improvvisa
di non visibili tracce.

 

*

 

Anche le pietre hanno pupille
che cercano la luce –
schiumano muschi e pozze
di salnitro, innervano fonti
e sonnolente eredità di lune,
solchi baciati da lampi d’umidore,
acque sonore sul labbro d’ombra
dove respira il migrare delle ore.
Aprono soglie in lenti di granito,
tratti di mare imprecisati
che insistono di risacche
sull’orizzonte di una vela,
aiutano le nevi a farsi fiamma,
custodi dell’oro degli sguardi
in scrigni d’ali, reliquiari
segreti delle lacrime del cielo.
Forse vivere è soltanto
specchiarsi nel volto d’una pietra,
generare desideri di luce
da immobili siti di sabbie
assiemate in un grido –
scoprire che la luce è una distesa
infinita di cristalli di volo,
sostanza delle origini
evasa dal diluvio
per librarsi in forma di chiarore
e risalire lungo derive d’anni
fino al silenzio dove dio si sogna.

 

*

 

Le parole della notte
crescono fin dentro il palmo,
costringono il respiro
intorno al suo asse azzurrato,
arrese all’eco profonda
che incanta le dita –
vele silenziose
nel lampo intermittente
di ombre protettive, inquiete
di incomprensibili visioni
disserrate dalla pupilla
di uno stormo attardato.
L’estate che dalle ali sciama
verso il buio, indolente
riposa in certe sillabe
di mai disperse nevi –
s’aggruma oltre il margine
che sbrina nel chiarore,
risale l’acqua di un antico sole
stringendo in bocca alghe
dal luminoso stagno delle ore.

 

*

 

Nessun fiore
nello spazio sabbioso
di urne di canto – solo la polvere
dice di un astro venuto a lambire
per strade di fiamma
la sorgente dove lo stelo
si veste d’immenso
e s’affila nell’orbita
di cieli scoperti per caso.
Nessun fiore racconta alla voce
le sue storie di un giorno
covate tra febbri e radici –
quando sporge oltre i bordi
bagnati di luce
a contemplare la chiarità
di una morte sapiente,
il colore dissolto nel fango
di un’acqua ormai cieca.

 

*

 

Lascia incolti gli specchi del silenzio
la pupilla di un fiume – antica,
perpetua nel suo sottrarsi
alla carezza evocata
da ciò che non ha voce.
Chi grida speranze
dalla cenere immobile del tempo,
attende che il suo vaso si colmi
dell’anima di un fiore –
dei suoni d’acqua
che inconsapevoli corrono
alla caduta nella tenebra del mare.
La luce che lievita
con lo stesso nome, declinando
aggiunge fiamme al fuoco,
ore alla clessidra –
prima che il labbro della sera
strappi corde chiare
dall’arco del suo canto.

 

*

 

L’occhio segreto
di una rosa innevata di giorni
contempla sui bordi del cielo
sciami di luci alate
partorite da spine di pietra,
s’immerge nella purezza
d’acqua del silenzio.
A te che attendi
dalla misericordia dell’aurora
il dono di un fuoco fiorito,
una sorgente accesa
tra le sillabe di sabbia
del tuo volto, l’inudibile
dio che libera nell’aria
il vento del disgelo
colma la pupilla di presenze,
un concilio di immagini
raccolte in taciti,
liquidi cristalli di sale.
Tu le chiami lacrime,
schegge di mondo
che il nulla strappa a un grido –
ma il nulla è nella mano
di chi sigilla il varco,
cancellando quelle tracce
d’infinito dal suo ciglio.

 

*

 

Il cielo della sera
si riconosce da albedini di canto
consacrate a una lingua
d’incontrollabili voli
stagliati sul confine delle ombre –
traspare da un occhio di mare
preso d’assalto da grani lunari,
ombre migranti
che dalla sua pupilla a schiere
si addensano a simulare
angeli annottati, miniati
nel libro d’ore del risveglio.
La rosa che cresce
nell’eco di richiami cristallini,
tra parole sognate in più terrestri
fibre d’esistenza, somiglia
una stella, evasa dal ghiaccio,
che si distende in geometrie
di luci, pulsa in corolle
smeraldine di scintille,
s’insinua in cicatrici oblique
di visioni, s’arresta nella mano
che costringe la rotta del migrare
in angoli di pace. E dura.
Sussurra oltre il tempo
delle labbra – il tempo che avanza
alla carità dei pollini
per rianimare pozze d’acque assenti.

 

*

 

Il calice inviolato
di memoria
su cui talvolta posano le labbra
al lume d’invisibili presenze,
conserva la neve segreta
sposa dei boschi,
il bagliore dove dio si mostra
nel vento sempreverde
di una gemma.
Il suo occhio
che d’un tratto s’illumina
nell’eco sotterranea
di una fonte,
fruga tra le brume fumanti
l’ombra dalle mille braccia
nella cui stretta farsi corpo,
albero, eternità migrante
in un respiro.

 

(Immagine: Giusy Calia, Libertà, 2008)

***

 

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