Impronte sull’acqua – Nota critica di Mario Fresa

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… evoca il dolce e duro conflitto che lega la parola
all’acquatico apparire dei luoghi e dei pensieri
con il dono di una lingua che sembra, appunto,
farsi acqua essa stessa…

 

Mario Fresa – La via della notte e del suo liquido respiro
In margine a Impronte sull’acqua di Francesco Marotta

Quale rapporto stringe, in una costante unione e disunione, la parola e l’assenza, il corpo del testo e la fuga dell’immagine? La poesia tenta la sacra coincidenza dell’istante con l’assoluto, del tempo finito con l’eterno e irripetibile accadere degli eventi; Francesco Marotta è immerso nella ricerca di questa congiunzione amorosa di opposti, in cui l’io – scheggia e frammento di una realtà in perenne disfacimento e rinnovamento – scorge la bellezza e il dolore di quel legame provvisorio che annuncia, per un momento solo, la possibile identificazione dell’ora con il sempre, dell’individuale con il Tutto.

Eppure il linguaggio sembra in aperta lotta con ciò che scivola verso un continuo sperdimento di sé, di ciò che vive e, contemporaneamente, muore in un’inarrestabile essere-per-finire; è possibile, dunque, fissare il volto di quelle immagini che sempre si disciolgono come liquide ombre, come fantasmi che compaiono e dispaiono – dèmoni ansiosi, imprendibili e fuggenti?

Marotta evoca il dolce e duro conflitto che lega la parola all’acquatico apparire dei luoghi e dei pensieri con il dono di una lingua che sembra, appunto, farsi acqua essa stessa; una lingua che pare, cioè, diluirsi interamente in un magico stupore che non tenta di appropriarsi di ciò che le si mostra, ma che desidera, piuttosto, perdersi e annullarsi nella dolcezza di quella medesima visione, nel vortice di un abbandono e di un sonno che accoglie tutto il possibile, tutti i suoni e i colori e le più antiche e sconosciute cose; queste ultime si rivelano, insieme, reali e oniriche, presenti e scomparse, tangibili e fumose («la forma che/ brancola nel buio del/ la mente/ sente la pupilla/ divaricarsi al passo e/ nel respiro/ superare il furore di ogni/ distanza,/ ho eletto/ a mia dimora / la materia in/ differente/ di un’/ ombra/ che resta/ ombra anche in pieno/ giorno»).
C’è ansia e dolore – eppure amore infinito – in questa veglia perenne su cui si basano i versi di Francesco Marotta: la ferita insopportabile nasce dall’impotenza del dire (e del comprendere) la festa incomprensibile dell’esistenza; la gioia, al contempo, viene – sognata e inaspettata – poiché quel disperato dire e quel cercare di comprendere la vita si attuano, saggiamente, in virtù di una fuga dallo sguardo soggettivo e in un totale consegnarsi a quell’infinita notte del non sapere, in cui l’identità si azzera per accogliere, nel fondo dell’anima, la congiunzione del singolo con l’eterno – in cui tutto è riabbracciato dalla matrice indescrivibile (perché solo sperimentabile) del Nulla.

Necessario è tale immergersi nell’acqua del non essere, perché allora la poesia si fa assoluta, ovvero priva di scopo e tutta destinata a una contemplazione felicemente distaccata; ed è la poesia a pretendere un tale venir meno dell’esserci e del volere; infatti: «qualunque poesia o scrittura, o qualunque parte di esse esprime o collo stile o co’ sentimenti, il piacere e la voluttà, esprime ancora o collo stile o co’ sentimenti formali e con ambedue una noncuranza una negligenza una specie di dimenticanza d’ogni cosa. E generalmente non v’ha altro mezzo che questo ad esprimere la voluttà! Tant’è, il piacere non è che un abbandono e un oblio della vita, e una specie di sonno e di morte» (Leopardi, Zibaldone, 19 aprile, Lunedì di Pasqua, 1824). Francesco Marotta conosce l’inevitabile e dolente necessità di essere accolti, con una resa incondizionata e felice, dal fiume del divenire dell’esistenza; poeta dall’orecchio altissimo (l’ascolto è il primo, irrinunciabile passo per cedere alla vertigine di quella intermissione della vita suggerita da Leopardi) e sceglie una «tenebrosa sapienza», in cui l’occhio impara dall’ombra, in una prospettiva più consapevole, più autentica e più ancora sconvolgente: «forse è un pianto, un/ parto, dove/ si affolla la ferita/ per emergere al/ la luce, ma il crepuscolo/ preme, impolvera/ gli orli, la/ pelle slabbrata/ le finestre dischiuse/ accese per il volo, noi/ ci legammo al/ respiro degli alberi/ intravisti all’ultima sosta/ come ombre che/ imitano il sentiero/ carnale, la strada/ in mezzo a/ gli occhi, una/ forbice/ che recide le ore al/la radice».

 

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