Per soglie d’increato – Nota critica di Gianfranco Fabbri

Si arriva quindi al sito del buio irreparabile
e a quello del richiamo alla pre-storia e all’ante-tempo:
una serie di universi dove il silenzio parrebbe svezzarsi
con il latte cagliato della Natura Irriverente.

 

Francesco Marotta, Per soglie d’increato, postfazione di Luigi Metropoli, Bologna, Edizioni Il Crocicchio, “Le Invetriate”, 2006.

 

Gianfranco Fabbri – Nota critica su “Per soglie d’increato” di Francesco Marotta.

     L’affrontare una raccolta poetica come quella di Francesco Marotta, intitolata “Per soglie d’increato”, equivale a salire un’irta vetta dolomitica, nel senso che, strada facendo, si viene a contatto con una segnatura carica di altissima energia – vuoi retorica, vuoi visionaria, vuoi sintattica – che obbliga il lettore a tripli salti mortali, al fine di poter entrare all’interno di un’avventura fuori della Storia e del Tempo. Il libro affronta diverse sezioni che il testo molto spesso travalica, riducendole a mera cesura respiratoria. Lo stile, infatti, rimane una costante per tutto il volume e non viene mai meno il tenore retorico, nonché la frantumazione. L’insieme è felicemente riassunto dalla continua lava di lapilli (o peduncoli sillabici che formano nel pentagramma un vero tripudio di sincopi e di ritmi personali) ; si campionano anche slittamenti sintattici, i quali contribuiscono a fare emergere alcuni begli esempi di allusività criptica. Si sviluppa in tal modo un’elevata reticenza, anche in virtù di un campionario oggettistico composto da vocaboli, per lo più astratti. In una tale situazione fantasmagorica (“albe tagliate” ; “fulminazioni di bave”), pre-poetica (laddove deve ancor nascere ciò che verrà creato), la lingua usata è per davvero un idioma/ectoplasma, scaturente immagini (gli oggetti mentali), nella cui membrana il mondo dell’umano parrebbe situarsi in una dimensione aristocratica, concepita per i pochi fruitori che potrebbero benissimo abitare la mitica “Castalia” del famoso romanzo di Hermann Hesse, “Il giuoco delle perle di vetro”.

     Ma, venendo a piani più pratici, potremmo chiederci: “In quale mondo siamo? Quali sono le coordinate di questa dimensione? Si vive il senso dell’onirico, oppure l’onirico è soltanto un preziosismo collaterale?”. La verità parrebbe stare dietro il paravento di una lingua iper-trofica. Come decodificare quindi un tale segno pensante? (“sguardi ermetici / d’inquisitore che osserva / in uno specchio d’acqua / il suo corpo rivelarsi”). Forse la risposta sta nell’affermare che, questa di Francesco, è una raccolta da non interpretare con il solo ausilio della lettura “lucida”, ma deve anche essere setacciata per ciò che sembra (ovvero, per i soli segni che i “sintomi” rendono visibili). Il testo di pagina 13 è chiaro, in tal senso (“Prima di ogni dire, prima del silenzio”; “Per soglie d’increato / vanificando accenti sconosciuti / per margini brinati / di mondi lontanati / …”), e ci pone un’altra domanda, di rimbalzo: “Lo stupore può avere un codice linguistico a disposizione?” E tale codice può retrocedere alla soglia del pre-silenzio?”.

     Quello letto in questo libro ha tutta l’aria d’essere un idioma del pre-umano. Con “le forme fluviali del sonno”, riportato a pagina 20, la dichiarazione del non luogo e del non tempo si fa più colorita; perfino l’autore è a-temporale; è, egli stesso, il totale vocabolo, nudo di qualsiasi difesa, che si mostra come un feto soltanto pensato, e non germinato. I grumi icastici si fanno sempre più fitti, col procedere innanzi. A pagina 23 spicca il seguente scampolo : “nella grafia invecchiata / delle nostre vite – alcune / si dispongono / in ibridi di carne, / cesellano malìe sui nastri, / incisi nella traversata / …”, al cui interno sarà da prendere con le molle quella “seconda persona plurale”, della quale nulla si sa (la folla non è, infatti, peculiarità di questo lavoro). Puntuale, ancora, nei suoi corsi e ricorsi, appare il senso dell’innocenza –ovvero, l’energia anfibia che visita acqua e terra , fuoco e aria -. Marotta entra così nelle quattro stagioni; convincente, sotto questo aspetto, il testo di pagina 31, che a un certo punto intona così: “neve amara di un verso / che sconfina in favole di latte / e alla fame rivela / il dubbio del buio / in ciotole fiammanti di presenze / …” e che tacitamente sorveglia l’emivita di un inverno, anch’esso increato e di là da venire.

     A pagina 32, il nostro poeta scrive: “lascia alla parola l’aura / incantata delle origini, / il lume che le compete / per nascita e destino, / il fondo oscuro / matrice di ogni luce / …”, come per sancire in modo definitivo il pedigrée del linguaggio, ovvero, tanto per ripeterci, il suo senso esclusivo e “castaliano”. Nelle pagine successive si possono leggere affermazioni originali, come questa che segue: “non cede, il cielo, alle sabbie / ammonite dalla voce, / all’ultimo sterpo che, d’autunno, / s’infolta d’occhi solari / … “. Pare di capire allora che gli elementi inanimati possano compiere delle azioni umane (come il resistere o l’essere ammoniti …) e così partecipare, nell’automatismo della scrittura, al flusso dei lapillo-morfemi che si “intrecciano” con i fattori del nodo riflessivo. Il “profondo” di questi abissi marini esige allora la propria fetta di sovranità. Nel suo procedere in avanti, la raccolta si evolve in maturazione biologica e ci riserva l’apparizione delle presenze angeliche. “Angeli di tanti spazi”, dice Marotta a un certo punto; “occhi profondi di vertigine / e lampi / in trasparenze d’ali, / esatta disposizione di ombre … /”; il volume dell’occupazione di questi angeli assume caratteri di una vastità paradossale. In un siffatto spazio, la pietà è ricalcolata mediante formule segrete (clandestine e aristocratiche). Si arriva quindi al sito del buio irreparabile e a quello del richiamo alla pre-storia e all’ante-tempo: una serie di universi dove il silenzio parrebbe svezzarsi con il latte cagliato della Natura Irriverente.

     Francesco fa intendere la propria volontà di isolamento: egli, soltanto, è l’archetipo di un segno ancora increato; egli (il poeta) sa di trovarsi nel mondo piumato delle correzioni e delle aspettative, ovvero nel mondo dove la rettifica della solitudine è pure essa increata. A pagina 40 potrebbe sorgere il dubbio che un tale segno possa nascere da un regime narcoide (al netto della trama, sul tipo delle allucinazioni del “Principe di Homburg”, di Kleist), in cui la malattia si rigenera nel mancato volo degli angeli (p.42) : “angeli di quiete dove matura / lo spazio verticale /…” è un verso che ci racconta il volo troncato dal peso del marmo. In un insieme mentale di questo tipo, Marotta ricorre anche al “pastiche”, e lo fa perfino nei punti in cui parla della zona dei confini geografici: laddove, perdizione e malinconia stanno per cedere la loro sovranità a nuovi orizzonti – nei contrafforti dove è possibile ammirare i “deserti di lune ondose”, e dove non pare estroso dire che talvolta avvengono “Brandelli di miracoli”. Basta sapere ascoltare il riverbero igneo dell’animo, perché tutto il mondo di Francesco Marotta possa comparire nella sua sapiente Verità.

(La costruzione del verso, 17 febbraio 2008)

 

***

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...