Per soglie d’increato – Recensione di Cristina Babino

C’è invece un eterno ritorno, un divenire necessario e salvifico,
un’acqua che riflette e trascorre, e nel trascorrere muta,
e si ferma infine sotto nuova, più concreta forma.

 

Francesco Marotta, Per soglie d’increato, postfazione di Luigi Metropoli
Bologna, Edizioni Il Crocicchio, “Le Invetriate”, 2006.

 

Recensione di Cristina Babino

 

La poesia di Francesco Marotta è una folgorazione lenta. Necessita di un certo tempo di assimilazione, raggiunge il suo speso specifico per gradi e sedimentazioni nella mente del lettore. E’ una goccia che scava insistente la pietra, che infine trova, segna, e insegna la (sua) via. E’ un seme che s’insinua in grembo, e feconda.
La prima illuminazione sta nel testo che apre e dà il nome alla raccolta. E’ un lampo primigenio che viene “Prima di ogni dire, prima del silenzio”, sulla soglia del non essere, dell’increato appunto: è una condizione a priori, un’esortazione a un coraggio tutto interno, nel sé riposto e diretto: “tu dialoga con lo stupore / che non conserva tracce, / con la stella che dissigilla / un senso che non dura, / con l’assenza che si desta / in palpiti migranti fatti verbo, / al verbo estranei per legge / d’indicibile esperienza (…)”. Da questo dialogo primordiale, quasi per procedimento maieutico – e di certo poetico – l’io acquista coscienza.
Marotta parla una lingua carica di immagini. Una lingua fertile, preziosa, che brulica vita (continui sono del resto i rimandi all’esistenza umana, animale e vegetale), e della vita porta addosso il pensiero e l’impegno, la meditazione inesausta sul senso. Non c’è verso nell’intera raccolta che svicoli dall’assunzione di consapevolezza, che si ritragga, che per un tratto pur minimo sfugga. C’è nell’opera di Marotta una dignità altissima, un’umiltà commossa, un dettato d’urgenza che non diventa mai fretta.
Una poesia dal “verso eracliteo”, suggerisce Luigi Metropoli nell’acuta postfazione: e in effetti non c’è rigidità, non c’è schema precostituito. E’ un percorso senza soluzione, senza conclusione, a ben vedere senza un vero e proprio inizio. Non ci sono neanche i punti a chiudere i versi, mai. Il discorso è aperto, l’opera è aperta. C’è invece un eterno ritorno, un divenire necessario e salvifico, un’acqua che riflette e trascorre, e nel trascorrere muta, e si ferma infine sotto nuova, più concreta forma: la raccolta è disseminata non a caso di termini come neve, gelo, inverno, a indicare tali cambiamenti di stato, ma anche un freddo che provvidenziale porta in sé e con sé, che conserva tracce e memoria quale bene supremo (”i vivi / e i morti / insieme”).
L’elemento acqua attraversa tutta l’opera, la innerva e la nutre, in un inventario di immagini d’incontaminata, struggente suggestione che descrivono visioni frante, sequenze spezzate in successione, correlativi quindi di una condizione umana fatalmente parziale, frammentaria, finita: “e corpi immersi nel lessico / fluviale della foce”, “e la notte irraggia gelidi / navigli d’esuli sulle mani / oscurate”, o ancora “la risacca notturna, / per un attimo si arresta / rovescia le cupole vocianti / in mappe senza segni / illeggibili / come rose dei fondali – un mare di strade / in bilico tra veglia e sonno…” . Un fiume in piena che arriva a lambire una terraferma che si lascia infine inesorabilmente inondare.

(Stilos, giugno 2007)

 

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