Per soglie d’increato – Nota critica di Sebastiano Aglieco

Non è un libro, questo, scritto per la Storia,
per i vessilli del tempo, per la tenzone e le parole vane;
è un libro che guarda la Storia da un limes, da una soglia, appunto.

 

Francesco Marotta, Per soglie d’increato, postfazione di Luigi Metropoli, Bologna, Edizioni Il Crocicchio, “Le Invetriate”, 2006.

 

Nota critica di Sebastiano Aglieco

 

Leggendo questo libro, ospite delle città tedesche distrutte nell’ultimo conflitto mondiale – Dresda, Norimberga, Monaco, Colonia, Francoforte – sono stato assalito dall’immagine dell’esule, dal dramma dell’Essere nel suo peregrinare di soglia in soglia fra le distruzioni della storia. Mi sono detto: queste poesie si potrebbero pronunciare in una terra discosta, a tutte le latitudini di questo mondo, e probabilmente di ogni pianeta abitato. Là dove qualcosa è andato bruciato. Non parlano di cose, luoghi e tempi riconoscibili nel nostro diario quotidiano, piuttosto di eventi universali: della nascita, del sostare in questa vita; della morte. Dell’evento, momento irripetibile per ciascuno di noi, cancellati i particolari del racconto, della biografia. Come dice Marco nel suo Vangelo: “ e così lo crocifissero”, presupponendo che, conosciuto il protocollo della crocifissione, non sia necessario attardarsi sui particolari. Si presuppone che ciascuno – ogni madre che mette al mondo un figlio, ogni sacerdote che lo riconsegna a Dio, possa rivolgersi a tutti i nati e a tutti i morti con la stessa chiarezza dello sguardo. Dicendo semplicemente: “questo è umano”.
Non è un libro, questo, scritto per la Storia, per i vessilli del tempo, per la tenzone e le parole vane; è un libro che guarda la Storia da un limes, da una soglia, appunto. I versi osservano questa alchimia del divenire nascondendo il soggetto, ciò che i moderni hanno trasformato nel Narciso, intuendo il potere mortuario della parola la quale, mentre descrive la vita, ne proclama la morte. Il libro certamente è scritto lungo le rive del grande fiume delle mutazioni, dell’incessante trionfare ed eclissarsi delle forme in altre forme simili e dissimili coscienze. Nel varco, le cose potrebbero decidere di non nascere e tornarsene nel regno indistinto, ma l’oblio è possibile solo alla coscienza, bevendo dalla fontana della dimenticanza. E la coscienza è stato che appartiene alla poesia, non necessariamente a un fiore:

sugli orli dell’alba
da sempre maturano
due lampi, due bagliori –
quello che annuncia il giorno,
riaffiorando da vampate
d’ombra e di silenzio,
e quello che insiste
in remoti segnali di voce,
in lettere di dolenti predizioni

(p. 19)

Lettere di dolenti predizioni, appunto; visione e premonizione.
Cosa sia questo prima, questo sporgersi dell’Essere nel mondo, è cosa che possiamo raccontare solo attraverso le immagini del mito e dell’allegoria. In questo stare a margine, la poesia può vedere ciò che gli altri vivono, subendo questo dolore del dover dire, dell’essere altro linguaggio senza aspettarsi coscienza. Le parole da dire sono prepotenti e potenti; è questa la condizione del poeta che sta in ascolto, che non può soffermarsi sulle piccole cose ma è costretto a viaggiare di notte, ad arrampicarsi sulle montagne, ad essere atterrito dal soffio potente dell’uragano, a sopportare i flussi e i riflussi della marea in attesa dell’evento. Questo poema dell’inconsistenza, del trascorrere, paga al tempo il suo essere fuori tempo, a contatto invisibile con i grandi miti e i grandi riti della poesia.

Lascia alla parola l’aura
incantata delle origini
Il lume che compete
per nascita e destino

(p. 37)

Dov’è l’Io in questo poema? Esso non si è sottratto facendo parlare la Natura. La Natura non parla. Piuttosto emana un soffio, un suono. La Natura, trasformata nelle immagini potenti e contratte dell’allegoria, rimanda ancora al suo silenzio, alla responsabilità del vecchio poeta demiurgo che deve farsi tramite, traduttore del linguaggio. Ma qui è il punto: il linguaggio che usa Marotta è privo di allegoria. Esso è descrittivo, nel senso che si pone nella presa diretta dell’accadere, del descrivere guardando. Come il battello pazzo solcava le acque, attraversava il tempo e riportava la visione di paesaggi sconvolgenti, ecco, qui il procedimento consiste nel mettere in atto una forma di sensorialità congiunta al pensiero, al creare forme. Descrivere, nella visione, i trasalimenti della materia, il suo tornare al buio, all’increato, il suo ritornare alla prima parola. E’ la rivelazione pura, cioè il suo mostrarsi in unità, tale che non è possibile scindere ciò che è da ciò che è pensato. Il mostrarsi dell’Essere non è la vita ma la sua complessità mentale.
Questo apparire non è descritto secondo l’ego; la persona, il narratore, sono occultati. E’ il fatto che parla – un fatto ancestrale, possibile più che reale, che porta nel suo stesso apparire il movimento, l’avvenimento. Mi sembra questa operazione alquanto dolorosa. Il soggetto è cancellato in nome di un poema che ha corpo e voce di per sé, che non ha bisogno di un tramite. Forse neanche del lettore. Chi parla qui, dunque? Parla l’Essere tutto,

una lingua remota
che sorregge il fuoco
dell’astro che la consuma

l’evento declina
nell’umidore sparso
che assolve il naufrago
e la vela –
eredità di parole
specchiate in liquidi
fondali
di pensieri

(p. 87)

La parola si dice attraverso il tramite del poeta, raccoglie relitti di senso, li interpreta, da qui il pensiero. Pensiero affondato nei fondali.

Sono a Norimberga, la più tedesca delle città tedesche, il luogo delle grandi parate del nazionalsocialismo. Pezzi di storia, o di non senso, che è la stessa cosa. Relitti, fantasmi. Grandi silenzi. Ed è qui che il pensiero esercita il suo dominio dopo che, ciò che è rimasto di quella follia chiede se andare avanti, avere altro senso, o tornare indietro nel grande fiume dove ogni cosa sarà travasata in altre forme, in altri sensi. Può una poesia alta parlarci ancora del mondo? Mi risuonano chiari da un luogo che non appartiene al tempo ma a tutti i tempi, versi come questi:

salpare è già un ritorno
al sacrificio inutile dei morti,
scandaglio di voci
in lotta col silenzio
dove finisce l’orizzonte
e gli uccelli cadono
dentro paesaggi azzurrati d’aria
come antiche pietre
danzanti attorno al lume
delle foglie, nel vuoto
che si fa brina, esile respiro
di una preghiera assente

(p.48)

Che con naturalezza accosto a questi:

Svanire via, dissolvermi, e obliare
ciò che tu ignori tra le foglie, tedio
febbre e tormento, qui ove stanno gli uomini
e l’un l’altro ode piangere.

Il grande mito dell’estinzione della coscienza nelle acque di un fiume – dimenticare prima di poter rinascere – riesce ancora a dirci di questa necessità dell’oblio della distruzione totale, piuttosto che dell’imparare dalla storia. Così come il poeta, per poter parlare agli altri, deve fare della sua voce pasto, sacrificio e rinuncia. Oppure sporgersi tutto, martire in pasto alla folla.
In quali versi, in quale relitto occultato di questo libro possiamo sentire il respiro mascherato di Francesco Marotta? Forse in questi:

cicatrici che sanguinano
grumi impietriti di passato
al cospetto di volti familiari,
come oasi ammutolite
quando l’ombra
spegne i colori
del deserto attraversato
in sogno
e il rimpianto
è notte incurante
della giostra dei ricordi,
degli sguardi che tremano
dove lo specchio pettina
rughe tutte bianche,
febbrili
nell’assenza di movimento
e luce: –

è amore questo
diritto dell’ombra di abitarci,
estranea al tempo, senza nome,
senza lo schermo di una voce –
una visione che fiamma
nella sfera di forme
abbracciate
in flebili echi di nitore,
in lampi migranti
lungo i giorni – i vivi
e i morti
insieme

(p. 72)

 

(La Poesia e lo spirito, 16 settembre 2007)

 

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