Per soglie d’increato – Appunti di Giorgio Morale

E’ un universo di cui il Poeta può dire soltanto, ma
senza ricostruire una trama, frammenti: “epifanie di lumi”,
percezioni, emozioni, in esse rinvenendo riflessi,
allusioni e memorie di cui non conserva traccia,
non tiene il filo di Arianna.

 

Francesco Marotta, Per soglie d’increato, postfazione di Luigi Metropoli, Bologna, Edizioni Il Crocicchio, “Le Invetriate”, 2006.

 

Giorgio Morale – Appunti su “Per soglie d’increato” di Francesco Marotta.

 

per soglie d’increato
vanificando accenti conosciuti,
per margini brinati
di mondi lontanati
all’apparire – dove non serve
nominare ad ogni passo
il prodigio che trascorre
in mobili immagini di evento,
epifanie di lumi
rovesciati in ombre
quando già credi
di stringere il mistero,
contemplarne il volto,
tradurre le pupille in segni
e voci: –

tu dialoga con lo stupore
che non conserva tracce,
con la stella che dissigilla
un senso che non dura,
con l’assenza che si desta
in palpiti migranti fatti verbo,
al verbo estranei per legge
d’indicibile esperienza –
per osservare la vita
nello specchio albale
di una luce
pensata prima d’ogni dire,
prima del silenzio

Uno sguardo spalancato su un universo che ha in sé le sue origini perenni, un magma incandescente, fluido, dove le forme trapassano le une nelle altre, dissolvendo troppo rigide distinzioni.

Già la “soglia” del titolo lo dice: mutamento, passaggio. Tramite.

Così è l’alba, ferita aperta su buio e luce, sui cui orli “da sempre maturano/due lampi, due bagliori”. Alba in sui affiorano dalla notte “remoti segnali di voce”, mentre il giorno porta “esercizi quotidiani/di cecità e di vuoto”.

In questa soglia si colloca la poesia, “prima d’ogni dire,/prima del silenzio”, in uno spazio in cui vivono “palpiti migranti fatti verbo”, pur nella consapevolezza che essi sono “al verbo estranei per legge/d’indicibile esperienza”. Infatti la “neve amara di un verso/… alla fame rivela/il dubbio del buio”.

E i versi hanno mantenuto qualcosa dell’alba, dei suoi palpiti, le parole sono d’aria e sprigionano brividi in chi legge.

***

E’ un universo di cui il Poeta può dire soltanto, ma senza ricostruire una trama, frammenti: “epifanie di lumi”, percezioni, emozioni, in esse rinvenendo riflessi, allusioni e memorie di cui non conserva traccia, non tiene il filo di Arianna. Perché quando cerca di stringerle sono già altro. Perché sa che “la fonte arretrerà/nel nulla di un ricordo”. Anche se nulla si perde, è tutto nell'”archivio interminato dei fondali”. Diventerà la materia di cui siamo fatti.

Fuori e dentro di noi, vorticano venti che spazzano, maree che affondano, frane e voli. Anche vele che salpano “nell’impaziente traversata/tra l’acqua e il vento/che mormora confuse onde/alla cenere di navigli spenti”.

Mi vengono in mente le “confuse parole” di Baudelaire, il “torbido universo” di Pascoli. Ma senza la fiducia che sia possibile chiuderlo “in lucida parola e dolce verso” (Pascoli, I due fuchi, Myricae).

La poesia, allora, come divinazione ed erranza; parole che non hanno peso per dire il divenire di cui sono parte, l’equilibrio instabile, le sostanze leggere, le presenze ermetiche.

Giustamente Luigi Metropoli nella Postfazione al volume fa il nome di Eraclito. Eraclito l’oscuro, per cui il cosmo è “gioco semprevivente che a misura divampa e si estingue a misura” e che “sullo scambio incessante riposa”, dove “tutto fluisce” e “discorde si accorda stupenda armonia da contrasti”.

“Tutto diviene” e “logos è sempre”: in questa antitesi si colloca l’uomo e la sfida della parola. Come diceva Karl Jaspers parlando di Eraclito, “essendo il Logos l’Inglobante, è, nello stesso tempo, indeterminato e infinitamente determinabile”.

Ecco allora gli elenchi che illustrano la molteplicità; gli ossimori che esprimono con la figura il trascorrere degli opposti; le sinestesie che tengono insieme le diverse sensazioni, la diversità persino nell’unità corporea; le antitesi che dichiarano quanto resiste all’unità; le metonimie che dicono il venire in primo piano delle parti e dei dettagli.

Luigi Metropoli traccia riferimenti precisi: Bonnefoy, Zanzotto, Lévinas, Nancy. Si possono aggiungere Char e Celan. Io farei anche il nome di Rilke, che mette in guardia i viventi dal “tracciar troppo netti confini” (Elegie duinesi, I, 81-82). Poiché “Più che mai/precipitano le cose/di cui potremo avere esperienza,/perché le sopprime e sostituisce un fare senza fine” (id., IX, 44-46).

Però per Rilke il dire è salvezza, per l’uomo e per le cose: “Noi siamo qui forse per dire” (id., IX, 32), e “le cose che vivono/al trapassare capiscono che tu le lodi; caduche/fidano che in noi, i più caduchi, sia ciò che salva” (id., IX, 62-64).

In Per soglie d’increato il dire non basta, è perennemente minacciato, fragile. Talmente esso è parte, non superamento, del divenire. E’ gettato in esso. Per una degradazione della parola? O della consistenza dell’essere dell’uomo? Perché qualcosa dell’uomo si è perso? Oppure perché il Poeta spinge lo sguardo in quell’increato che non è dell’uomo ma dell’angelo e del dio? (“Un dio lo può, ma un uomo, dimmi…”: Rilke, Sonetti a Orfeo).

***

Di fronte a ogni poesia si ha l’impressione di un nuovo cominciamento. Di una ridefinizione della poesia. Del mondo. Del tempo.

Poesia del “tempo della povertà”? No, poesia del “nessun luogo di identità”, di quando anche la fiamma “vacilla, cade/illumina di notti/la sua notte”.

Oppure poesia di una nuova creaturalità, che si apre a una dimensione comune a uomo e cose di nuovo tipo, a cui guardare con rinnovato stupore.

Infatti, in questa “chiarità di assenza”, “ci accade,/nella nebbia che azzera/la pupilla, talvolta un lume/che naviga il sentiero/e apre il varco al volto/irrivelato delle cose”.

E, dove non arriva la parola, accade l’accennare lo sguardo, il silenzio, il gesto:

… colma la mano
nel buio della voce
e riportala, satura di ferite,
fino alle labbra, al vuoto
lasciato dalla prima
sillaba: –

ci sono gesti augurali
che danno corpo e
suoni
all’invisibile,
all’increato che migra
tra due accenti –
un solo sguardo è luce,
lo stesso sguardo tenebra
nel varco
“.

Qui e là un presagio della raccolta successiva di Francesco Marotta, Hairesis (leggibile sul sito http://www.cepollaro.it ): “in viaggio su una corda/tra rovine malate/e corpi immersi nel lessico/fluviale della foce”. Una raccolta dove appaiono un io più esplicitamente determinato nell’esistenza e nella storia, e un parlare più aperto.

Un’antica metafora fa della scrittura un campo. L’ho percorso avanti e indietro, il campo di Per soglie d’increato, guadagnando millimetro dopo millimetro a ogni lettura, cercando anch’io quel “varco” nel testo, il “lampo intermittente”. Poeta e lettore in un uguale-diverso cammino.

E dove il senso si faceva più oscuro, ho obbedito all’esortazione del Poeta:

Lascia alla parola l’aura
incantata delle origini,
il lume che le compete
per nascita e destino,
il fondo oscuro
matrice d’ogni luce
“.

 

(Il Primo Amore, 11 maggio 2007)

 

***

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