Per soglie d’increato (IV)

le parole che dai passi
narrano il cammino alla notte,
si lasciano guardare come rose
che svelano agli insetti
il varco per il polline più fondo

 

Francesco Marotta, Per soglie d’increato, postfazione di Luigi Metropoli, Bologna, Edizioni Il Crocicchio, “Le Invetriate”, 2006.

 

IV. IL VARCO PER IL POLLINE PIU’ FONDO

 

affidare pagine superstiti
al fiume che trascorre
dove la neve brucia le sue forme
per abbracciare in altre spoglie
la sete del giunco e della riva –
imbarcarsi su rotte
primaverili d’aurora,
senza rinunciare all’ombra gelida
in cui covava la pioggia
la terra dei volti come un seme: –

solo allora
le parole che dai passi
narrano il cammino alla notte,
si lasciano guardare come rose
che svelano agli insetti
il varco per il polline più fondo –
prima che il cielo richiami lo stelo
nel chiuso del suo involucro
di cenere

 

*

 

ombre di oracolo
ridotte a grumi d’erba,
radici innevate
che disegnano grafici nidi
seguendo il rombo del vento,
il musico viandante
che incanta l’ala e la costringe
tra fili di memoria,
formule di ricordi
custoditi per la notte,
lampi di lingua esplosi
nel sonno degli alberi: –

riappare, alla pagina
dove è nudo abbozzo
il piano inclinato di strade
precipitate verso l’alto,
l’orma che si trascina
un pascolo di vite –
una candela
che seppellisce il giorno,
lacera le vesti della luce
e scrive nell’aria
il colore della morte

 

*

 

candelabri scheggiati
da semine di ragni
e muschio grigio alga
lievitano nel cobalto
di un chiarore apparente –
l’aurora d’autunno
senza ombra di gelo
traccia il disegno
della sua infanzia di cera
e spira più forte
alle porte degli occhi
per trovarvi dimora: –

qui, in precipizi di tempo,
riscopre la voce,
conversa con bocche
assenti, forse tesse
la neve nel silenzio,
omaggia una luce
partorita per durare,
contempla la verità
dell’attimo che assale
l’icona saggia
dell’ultimo lamento

 

*

 

occhi presi a prestito
dagli uccelli confusi
in stormi fedeli al passo –
per vagare
nelle dimore dell’aria,
dove gli sterpi cessano
il loro ghiaccio canto
di solitudine
e la pietra regge il volo,
leggero e indifferente,
delle stelle, la grammatica
che organizza sabbie
in palpiti di luce
intermittenti,
più crudeli alchimie
di viaggio, navigli cartacei
che mappano gli spazi
con segni mobili
di zodiaco dolente: –

gli anni maturano
ai cancelli di piccole feritoie
di vento, nel grembo
umido di una rondine
che coniuga la rosa,
la sposa al delirio dell’alba,
acrobata di braci
su sibilanti abissi di materia

 

*

 

indietro, nel passato,
dove tutto è immobile
e incombe col suo peso
di corpi trasparenti, di anni
chiusi in reliquiari d’eco –
tracce sapienti in fragili
metamorfosi di fuliggine,
paesaggi rovesciati
in riflessi di foglie ramate
che lente si perdono
a ritroso di un cammino
di sorgenti, mentre i passi,
come trappole di luce,
allontanano dal mormorio
dell’acqua: –

l’incanto, vertigine di spina,
è tutto nel monologo
della fonte che si consuma
in polvere e resine di canto –
una cadenza, per metà dolore,
che sussurra agli specchi
le lettere dell’ombra

 

*

 

impronte in verdepolvere
del giorno, un’aura
in calchi di pelle
nel florescente naufragio
della luce –
e in questo divenire
e disperdersi dell’ora
oltre le rive primordiali
della nascita, la neve
intensa
che si scompone in rime
lungo margini riflessi
di coscienza, appena
un fondersi dell’erba
in presagi di notte, nel colore
e la forma di una lampada
priva di sorgente: –

altri passi, fibre di sentieri
filati dal telaio degli alberi
e il baratro
nella scia del volo
che silenzioso sprofonda
nella fuga rossosangue
della voce

 

*

 

ore di bassa marea
a osservare le stazioni
del respiro, il vento
infetto di gioie sottotraccia,
la cifra allusiva dell’esilio
nel fuoco che suona senza peso
sui giardini e si riassetta
in corpi miniati
dentro ampolle di stupore: –

non è senza mattino l’onda
brunita di fiori di risacca,
né senza fiume la stella
di ponente che si compie
nel lampo dell’ultima vela –
testimone del seme
immortale per un attimo
prima di esplodere alla luce
il suo carico di gemme,
di lieviti, di sangue

 

*

 

albeggia
sulla tela smagrita
di angeli compresi
in breviari di sonno,
sazi dell’acqua scritta
nel libro volatile dei sogni,
dove l’inchiostro ha ciglia
e sguardi, e veglia
la cornice scolpita dagli steli,
il dubbio scacciato dal giardino
come una serpe lacrimosa
di passaggio: –

albeggia –
il giorno numera le vele
per affetto smisurato di risacca,
sollecita la foglia
a farsi spazio,
cresta desiderante
che si rifiuta al mistero
della quiete, all’immobile
sguardo della pietra

 

*

 

all’inizio della stagione fredda,
proprio alle soglie del cielo
che piove neve lenta
sulle cicatrici scavate
dagli astri dell’arsura,
lo sguardo si trascina
tra lune infette e l’azzurra
inquietudine di una nuvola
che lontana nella sera,
seminando
l’oscurità del polline
con animo disarmato
e la meraviglia attenta
del tempo che depone
i suoi alfabeti: –

gli astri furono petali,
labbra dell’ultimo vento
nascosto dietro grate di alabastro,
minuscole infrazioni
in globi cristallini di visione,
incombenti maschere di rogo
lanciate a caso nel vuoto
delle epoche disfatte –
proprio quel vapore
di ebbrezza sotterranea
che nutre schiere di mani
levate nude, in volo,
a misurare il nulla degli inverni

 

*

 

lungo fiumi confidenti
curve figure d’acqua
lambiscono occhi
d’erbe equinoziali,
si attardano in calmi
contrappunti di vento,
mentre il tremore di una rosa
apre all’orizzonte
la sua corolla deserta
di incolmabili sabbie
e la notte irraggia gelidi
navigli d’esuli sulle mani
oscurate dalle orme
raccolte –
un volo di inesistenze
tra manciate di cielo
che la febbre alimenta
come una sorgente,
una lingua remota
che sorregge il fuoco
dell’astro che la consuma: –

l’evento declina
nell’umidore sparso
che assolve il naufrago
e la vela –
eredità di parole
specchiate in liquidi fondali
di pensiero

 

***

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