Per soglie d’increato (III)

quale altra voce, severa
risonanza di edere e di calce,
ha smesso di esistere
nel suo spazio di fiamma

 

Francesco Marotta, Per soglie d’increato, postfazione di Luigi Metropoli, Bologna, Edizioni Il Crocicchio, “Le Invetriate”, 2006.

 

     III. LIQUIDE PARABOLE DI LUCE MALATA

 

l’inganno delle labbra
offre in tragitti di parole
occhi stranieri agli orizzonti
in fuga della sera, all’onda
il corpo minuzioso
della luna che si acquieta,
vento per dissetare
il rovescio del suo incendio,
la sua vertigine che tace
in liquide parabole
di luce malata: –

tu domanda alla pietra
che paralizza il volo
in cumuli di schegge calcinate,
quante nuvole stupite,
quanti oceani di neve
ha navigato la sua ombra
salpata in lame
aguzze di tramonto –
quale altra voce, severa
risonanza di edere e di calce,
ha smesso di esistere
nel suo spazio di fiamma,
planando nel senso turchino
di un mandorlo esploso
nell’attesa

 

*

 

segni nascosti
di angeli malinconici
nel verderosa di barche
accese di risacca,
segni obliqui di pena
nell’azzurro
trascinato dal fiume
acerbo dell’insonnia,
segni cadenti per oblio
del frutto, per il sogno
ricorrente di alberi malati,
sbracciati nel chiarore
che cancella
come ali levate
a seminare piogge: –

l’alba ritorna col suo alfabeto
immutato da millenni,
è piena d’acqua in fervide
lettere di trapasso,
mentre dai corpi la luce
in disgelate fonti
strappa prede alla notte,
anime intrecciate
al gioco irripetibile
delle sabbie

 

*

 

desti in un cerchio d’ombre,
come chi fiamma
ad altezza d’onda
e annega dentro il baratro
che la luce, in volo,
scava sotto la traccia dei suoi passi,
dissetare il labbro
all’anfora glaciale,
verde di nebbie,
di un ritorno, di un canto,
un tramonto che si trattiene
al laccio di fame degli uccelli: –

e alla fine, il vino albale
che ribolle dalle grate del sonno
fiorisce un cielo antico
dove sanguina, anche oggi,
la cima schiusa a foglie
senza impronte

 

*

 

dal fondo verdemare
di un corpo che si specchia
in carne viva,
echi di fanghiglia
sospesi sopra piazze di metallo,
dove l’aurora è un barlume
riflesso d’acquafuoco
e corre il volto
di fogliate attese,
dei mondi del crepuscolo
rilucenti in bolle di respiro: –

la falce albale
spinge fino alle labbra
estasi di spighe e ragnatele
accese su anfore autunnali –
di nuovo la pala del tempo,
vorace nei suoi passi
di vertigine, accosta
alla fronte delle sabbie
il fiore che ha provato
la fiamma silenziosa
del migrare

 

*

 

confini immobili, innevati,
per viandanti di spazi alla deriva,
oasi intraviste
in vitree iridi di eclisse,
dove l’acqua
rifluisce nell’ambra
e la sete si affaccia
sotto il segno calante delle messi: –

anche le mani,
al sorgere del mondo,
erano reticoli fluidi di linfe,
formule segrete d’erbe,
offerte votive di nuvole e maree,
fonti di steli aguzzi
dove posa l’ala
e illude l’armonia del vento
che si tace: –

anche la pagina
strappata all’onda del diluvio,
per carità di semine
e di abissi,
fermenta il rosso albore
delle lune – quegli occhi
sempre tesi
piagati da alchimie di oblio

 

*

 

nel rosa acceso di un segno
fiorito dalle volute
deserte del mare,
un segno che aduna vele
per correre l’interminabile
bianco della pagina,
fuggevoli ore di danza
già rifluite negli specchi
del ricordo,
nel delta trattenuto
per incanto di silenzi,
perché tutto resti
miniato a freddo
in tracce di favolosi arpeggi,
su tavole
smaltate di visioni: –

la fiamma leva in alto,
oltre i confini della morte,
la scienza esatta
di una goccia d’acqua –
vaporata in cenere
che eternamente migra

 

*

 

il breviario dei volti
ha spazi ricolmi di parole vive
che lasciano agli occhi
l’impronta fonda
del nevischio sull’acqua –
su quelle sponde d’uragano
la pagina arde
di fiammelle che s’immillano
in ritratti appesi a lame
d’orizzonte, come bianche
lingue di stagno
vocianti al ritmo immobile
di lacrime invernali: –

il male del ricordo,
la crudeltà del gioco
che assimila alla notte
la calma di pupille approdate
sul rovescio delle ombre,
è questo amore inquieto
che sorregge l’agonia
di un lume –
la speranza nell’incontro
col sibilo che dalla cera
ricama sillabe di vuoto

 

*

 

nominare ombre
e al silenzio indicare
legami di pietre limpide
nell’umile sacramento
di corpi interminabili
per nascita e memoria –
muovere nel cerchio d’ossa
che la parola ripete,
indefinita presenza,
a simulare universi
ben coltivati, una sapienza
fredda, in chiaroscuro,
evocata per numerare soli,
segni, anni in rantoli
di croce, cui ci si abitua
per ostinato pudore
di certezze, per la semina
terrestre dell’angelo taciuto
che indora il pane
su labbra di ferita

 

*

 

deserti di lune ondose
definite da un vento
segreto d’acque,
la sabbia iridata
dalle oasi del cielo
si combina in casuali
parole senza suono: –

lontane dal tacito
accordo degli alberi,
amare presenze
danzano grazie irrivelate
e nel silenzio
vestono accenti
che sgomentano la luce

(da sorgenti di transiti
stelle in attesa
maturano albume di derive,
il lampo millenario
di devozioni,
le lettere cifrate
dove fu scritto il sogno,
la lingua chiarovestita
delle pupille)

 

*

 

musica di fertili segni
in reticoli d’albe
passate al rogo
per trasfigurate algebre
e alchimie di memoria,
nutrite del fuoco che si cova
in molecole di canto,
nell’acqua alata
che sanguina da iridi di quarzo –
umana linfa che gocciola
sulle piaghe del sole,
senza riparo
in un lievitare d’astri
che maturano
il cristallino franto
di un dio dalle piume
scolorite: –

le stelle della terra
sono respiri lenti
dalla cenere – rossocromate
fibre di fiori germogliati
dalla febbre chimica
dei morti

 

*

 

brandelli di miracolo
incisi su lastre accese
di vermiglio, lumi adornati
in una rinuncia quasi felice
alla liturgia che aggiorna
i suoi rituali su schermi
modulari, vetrose e fredde
icone dell’eterno: –

questa l’arte che almanacca
primavere in prestito
e fiori cresciuti
in epoche di fossili –
varianti impossibili
di movimenti animali,
stridori disciplinati,
e sulla soglia, o in tasca,
un bere incomparabile
al labbro astrale
che grida sterpi dalle radici
dove fu millanni fonte,
fiume, occhio di mare
evaso dalla lava

 

*

 

approdare da oscure morti
al chiarore di una rosa
che doma la siccità
se appena lambisce la sabbia
strappando umidore
di muschi all’aurora –
tesa nel suo azzurro
arabescato velo
di miraggio innevato,
cresciuto a perdita d’occhi
lungo le mura del giorno: –

tra i grani ammansiti dall’aria,
sepolcri di stupore
invitano il dio dei venti
e dei deserti
a farsi corpo –
attimo di una più umana
breve eternità di tenebra
e di luce

 

*

 

tirare a sorte un grido
sul confine, incenerire
valichi e radure, soste
nel giallo acerbo dei lampioni,
sotto la piena che sciama
all’immutato bersaglio
della luce –
sibilano ali e regole del gioco,
indefiniti resti di piovasco,
cristalli della frana
nel biancore che si attarda
prodigioso di volti,
di ombre, di fumo: –

a tanta ora un torrido
fiume di fiori più crudeli
risponde, in solitari uragani
brevi di braci –
e, d’improvviso, provvisoria,
una rosa dove ardere

 

*

 

stimmate di un verso
covato nell’assenza,
levigato al lume del mattino
col sale di cui sono gravide
le ombre quando lontanano
oltre margini d’abisso
e il cielo è già una pagina
del libro senza sonno delle ore: –

solo una sillaba
attraversa le acque e si offre
all’altra riva del giorno,
scivola portando in bocca
la rotta per il vento,
nelle mani il crepuscolo
dove si spoglia il mandorlo
del suo mistero tagliente,
dell’acerba curva di sorgente
che respira inavvertita
nel suo nocciolo di tenebra –
reliquia di corpi
in divenire
o soglia possibile d’eterno

 

*

 

varchi di parole
nel riflesso dell’acqua
sottile che le aggruma
e le dispone
per ripetuti transiti,
scale di voci vaganti
che si rincorrono
scambiandosi l’ombra
dei loro corpi d’aria
moltiplicati dal bagliore
delle immagini – attratti
da precipizi d’angeli
che invano cercano
di risalire il cielo
lungo la luce di ghiaia
che li trascina al fondo
di un estremo desiderio: –

il tempo incaglia le ali
in fluidi involucri
di suono, sillabe
di pietra coprono il sentiero
fino alla prima stella –
quella che s’incendia
e brilla più in fretta
di un baleno,
per non annegare,
ancora viva,
tra le maree di un grido

 

*

 

cicatrici che sanguinano
grumi impietriti di passato
al cospetto di volti familiari,
come oasi ammutolite
quando l’ombra
spegne i colori
del deserto attraversato
in sogno
e il rimpianto
è notte incurante
della giostra dei ricordi,
degli sguardi che tremano
dove lo specchio pettina
rughe tutte bianche,
febbrili
nell’assenza di movimento
e luce: –

è amore questo
diritto dell’ombra di abitarci,
estranea al tempo,
senza nome,
senza lo schermo di una voce –
una visione che fiamma
nella sfera di forme
abbracciate
in flebili echi di nitore,
in lampi migranti
lungo i giorni – i vivi
e i morti
insieme

 

***

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