Per soglie d’increato (II)

colma la mano
nel buio della voce
e riportala, satura di ferite,
fino alle labbra, al vuoto
lasciato dalla prima
silllaba

 

Francesco Marotta, Per soglie d’increato, postfazione di Luigi Metropoli, Bologna, Edizioni Il Crocicchio, “Le Invetriate”, 2006.

 

     II. COLMA LA MANO NEL BUIO DELLA VOCE

 

lascia alla parola l’aura
incantata delle origini,
il lume che le compete
per nascita e destino,
il fondo oscuro
matrice d’ogni luce,
la luce viva
che inclina all’ombra
per rovesciare gli orli
della fiamma e
leggersi notte nel lampo
che l’annuncia –
oppure colma la mano
nel buio della voce
e riportala, satura di ferite,
fino alle labbra, al vuoto
lasciato dalla prima
sillaba: –

ci sono gesti augurali
che danno corpo e
suoni
all’invisibile,
all’increato che migra
tra due accenti –
un solo sguardo è luce,
lo stesso sguardo tenebra
nel varco

 

*

 

calma malata
nel muschio indeciso
che si concede al telaio dell’acqua,
al seguito di dubbi che trascina
oscurandosi di stelle,
di lune fossili
sopra salici e mulini,
nelle rapide impazienti
che annunciano folli deità
di quiete, idoli di sabbia: –

un tenero abbraccio
di pollini e di vento,
scritto sulla carta delle rive,
reclama la purezza
dei sassi levigati,
l’azzerarsi del verde folto
in controluce
in più profondi tagli
di terrestre materia,
di implacata sete

 

*

 

non cede, il cielo, alle sabbie
ammonite della voce,
all’ultimo sterpo che,
d’autunno,
s’infolta d’occhi solari
a disperdere la nebbia
che l’annienta –
non s’adombra d’altra morte,
l’erba, nel forse
di un addio senza tracce,
né la parola
s’ammanta di presagi
per riparare il silenzio
che la fascia: –

eppure rameggiano sottili,
in densità di vampa,
piegate in suoni di flauto
o di acque basse,
le false convinzioni
di un miraggio –
le carte spaiate nella mano
che soffia alla sua brace
e si respira nel vento
che incenerisce gli indici,
l’inizio, la prima lettera
in chiarità di vuoto

 

*

 

la risacca notturna
per un attimo si arresta,
rovescia le cupole vocianti
in mappe senza segni
illeggibili
come rose dei fondali –
un mare di strade
in bilico tra veglia e sonno,
un rullare di passi
nel bianco che ammanta le rovine,
la musica circolare dei relitti
che si acquieta
nella rugosa, apparente
alba dei lampioni,
intermittenza tra ostinate rese,
breviario interrotto
alla pagina quotidiana
di presunte nevi: –

poi ancora l’onda piove
afrore di grida,
mentre lontana, inavvertita,
al largo un’altra attesa,
un faro

 

*

 

angeli di tanti spazi,
occhi profondi di vertigine
e lampi
in trasparenze d’ali,
esatta disposizione di ombre
che frangono rituali
e formule segrete di pietà,
un dove di epoche
distratte dal passato
che respira in marmi
e celebra il suo peso di piume,
unge le labbra col balsamo
che consuma il sonno
perché un altro giorno
muova a partorire luci,
un nulla che finge voci
e lampade votive,
l’ordine dell’oro e della sete,
cieli levigati
nel cerchio di voli penitenti: –

altre mani, fiamme di carne
e stagioni, resine di umano
intrecciate in fili di caduta,
allevano acque
inascoltate

 

*

 

paludate albe
annunciate da un sasso
segnato dal furore della mano,
parole da raccogliere nell’erba
in florescenze d’orme,
qualcosa che l’occhio
può raggiungere
in disperate ipotesi di volo: –

un segreto in disvelati
legami d’aria e di luce,
l’intorno spalancato di segni
illeggibili,
ancora incerti,
l’istinto che li guida
a disporsi in labbra di ferite,
eppure in ascolto, immobili,
maturi d’amarezza,
di candore,
come chi sa, alla fine,
il senso della cenere, dei giorni

 

*

 

segno di finitudine
negato dal passato,
dal luogo del ritorno,
un taglio di ferita che il vento
parla al viaggiatore
come alla rosa dopo l’uragano,
straniero al suo stesso dire,
acquietato a fissare
distese di petali franati,
erbe cresciute nei vuoti
di neve sotto i passi: –

ma le domande affondano
e prendono radice,
s’inarcano,
come salici in sorgive,
nell’equilibrio elementare
del ricordo, indovinano
la traccia, un incanto di voci,
respiri appesi all’aria
fino alla prossima stazione,
alla più vicina sosta
nel deserto

 

*

 

la parola che suona mirabile
ha già sentito l’ombra
che trascina al silenzio
il suo profilo, la mano
ancorata al bicchiere
come il pioppo che pesca
acqua dalle foglie morte
e cielo nella vampa
ventosa del vespero –
dove il suono si ritrova
e si trasforma in ala
per segreta metamorfosi,
per amnesia e illusione
di oboli d’insonnia, rari
come pietre senza fiume
o vele alla chiusa
in disseccati rigagnoli
segnati sopra carte, sottovetro,
di naufragio

 

*

 

silice dell’umano
in grazia semprefuoco di poesia,
l’oscuro che di natura
è alfabeto che s’impone
e bagna dell’anima il mistero,
il vago apparire dell’evento,
le stimmate, l’altezza –

un murmure ombroso
che avvicina a soglie d’altro,
all’increata porpora notturna
che non si fa parola, ma
fuoco metamorfico di sillabe,
destino di accadere
senza nascere, sale della colpa,
rosa fiorita ai margini
del buio, mondo che si rivela
specchio di naufragio,
naufragio dell’occhio
che si fa mondo, argilla
vocale della fonte

 

*

 

indovinare nomi
per continuità di materia
e di voce, tutto lo spazio
in cui viaggia il mare
al di là del senso
che oppone complessi
giochi di fedeltà e di vele –

smuovere pietre
per decifrare confini
e deserti d’ombre,
fingere fiori nella chioma
orizzontale delle lampade,
immaginare negli steli
spine rovesciate,
una ferita che partorisce
gocce di bellezza: –

è questo il varco,
il guado che sfugge
a reticoli di mente,
scienza che germoglia
in ciechi giunchi
dove si compie l’estasi
che brilla,
impossibile
pupilla del vivente

 

*

 

angoli di quiete dove matura
lo spazio verticale
di angeli
sopiti, gli occhi di marmo
distesi in latenze di stupore,
le ali rapprese
in grida d’alabastro: –

si aprono
come labbra di radici
nell’ora leggera che
si frantuma in albagie
di neve – un tempo
che inclina dove la notte
incupisce passi di preghiera
e il lume appeso
a guglie millenarie
scioglie presagi a separare
l’ombra dalla sua stessa ombra,
l’acqua dall’ultima stella
che vi si specchia
e scivola
sopra gronde d’erba,
rovesciato oracolo di pietra,
icona spenta del migrare

 

*

 

salpare è già un ritorno
al sacrificio inutile dei morti,
scandaglio di voci
in lotta col silenzio
dove finisce l’orizzonte
e gli uccelli cadono
dentro paesaggi azzurrati d’aria
come antiche pietre
danzanti attorno al lume
delle foglie, nel vuoto
che si fa brina, esile respiro
di una preghiera assente: –

salpare su arcuate rotte
di pupille, al luogo
che s’innalza
in geografie d’abisso,
migrare in forza di logore
ferite, contrappeso
che tiene la voce stretta,
rasente il labbro, lungo la traccia
del suo precipitare
nel fango luminoso dei fondali

 

*

 

marchia di antinomie
il rimosso dei giorni,
la fiamma a due voci
umida della rugiada
consumata, la foglia
che acquista sole
al libro spalancato della morte: –

la mano illumina cieli
di raccolto, e
non c’è tempo,
nella stagione traversata
di nevi, che trattenga lune
in complicità di fuoco,
né l’acqua dei miracoli
che sverna in tombe d’aria
allontana dal giogo
i canti di non ripetibili ali,
l’affievolirsi di un lago
in pozze incostanti
di dolina

 

*

 

papaveri di arsura
nel lamento consacrato
degli steli – un prima di rugiade
bruciate come stoppie
per sanguinare il giorno,
ingraziarsi il vuoto: –

aspre carezze d’angeli
malati, da vegliare,
evasi a stormi
dal grido falciato delle messi,
custodi di ferite di grano,
i corpi lucenti impressi
sopra lamine di spighe,
talismani segreti delle sere,
misura imperfetta
di un mare in arrivo
annunciato dal transito
cromato dei relitti

 

*

 

esita,
come davanti a remote
azzurrità di giardino
contratte in pietre
accese sul ciglio della sera –
esita come chi teme
nel sasso ricamato di pupille
lo sguardo estraneo
del dio che abita la soglia
e conduce ai chiostri di sale
dell’infanzia, alle dimore
rischiarate dell’assenza: –

anche il dolore reclama
la sua sostanza di presagi,
di attese senza mondo,
desideri che hanno sfiorato
erranti architetture di spoglie,
compenso d’ombre
per grazia di nascita,
di più cifrati esili

 

*

 

piange in angoli
spioventi di memoria
la rosa dei corpi senza parole,
si coagula nell’erbaggio
devastato dalle sue lacrime
in grumi di una inutile
vertigine di cime,
molla iniziale da cui s’origina
il corso dello sguardo,
quale ora si desta
in neri cristalli di febbre,
stigma di voci sibilate
nel flusso indolente
delle nevi: –

                     ai bordi illunati
di ricordi in prestito,
l’ombra getta l’ancora
aurorale – millenaria ferita
che respira il sogno
di terre senza notte

 

***

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