Per soglie d’increato (I)

tu dialoga con lo stupore
che non conserva tracce,
con la stella che dissigilla
un senso che non dura,
con l’assenza che si desta
in palpiti migranti fatti verbo

 

Francesco Marotta, Per soglie d’increato, postfazione di Luigi Metropoli, Bologna, Edizioni Il Crocicchio, “Le Invetriate”, 2006.

 

                                Penso talvolta
                                che al suo culmine un’arte si distrugga
                                annulli ogni regola, sprigioni sapienza
                                e profezia.

                                (Mario Luzi)

 

     I. PRIMA D’OGNI DIRE, PRIMA DEL SILENZIO

 

per soglie d’increato
vanificando accenti conosciuti,
per margini brinati
di mondi lontanati
all’apparire – dove non serve
nominare ad ogni passo
il prodigio che trascorre
in mobili immagini di evento,
epifanie di lumi
rovesciati in ombre
quando già credi
di stringere il mistero,
contemplarne il volto,
tradurre le pupille in segni
e voci: –

tu dialoga con lo stupore
che non conserva tracce,
con la stella che dissigilla
un senso che non dura,
con l’assenza che si desta
in palpiti migranti fatti verbo,
al verbo estranei per legge
d’indicibile esperienza –
per osservare la vita
nello specchio albale
di una luce
pensata prima d’ogni dire,
prima del silenzio

 

*

 

inquiete luci
nell’impaziente traversata
tra l’acqua e il vento
che mormora confuse onde
alla cenere di navigli spenti –
il lampo intermittente
ha l’impeto stupito
di foglie sorprese
in passaggi di stagione,
nomadi in tracce certe d’esilio
più prossime al privilegio
che in visibilio di cadute
riporta alla dimora
invernale dell’origine: –

un solo giorno, ancora,
e la fonte arretrerà
nel nulla di un ricordo,
nella vampa dello schianto –
la vela farà rotta,
vociante di fuochi, all’archivio
interminato dei fondali

 

*

 

sugli orli dell’alba
da sempre maturano
due lampi, due bagliori –
quello che annuncia il giorno,
riaffiorando da vampate
d’ombra e di silenzio,
e quello che insiste
in remoti segnali di voce,
in lettere di dolenti predizioni,
sillabe dell’alfabeto dei salici
e della luna, che,
verdeggiante,
si ostina in diversioni
di deserto, volta al nessun luogo
di identità di febbre: –

l’alba, da sempre, si accompagna
a specchi di necessità,
disseminata per nascita
in flebili vincoli di suono,
impensabile lume
smemorato
prossimo a esercizi quotidiani
di cecità e di vuoto

 

*

 

colma del vago notturno
l’inquieta iride che annaspa
tra rituali e fantasie di approdi,
in viaggio su una corda
tra rovine malate
e corpi immersi nel lessico
fluviale della foce: –

luci commosse, riesumate
da breviari di antenati
in rapida sequenza di deserti,
ore differenti,
volti conservati in forme
infantili per privilegio
di archivi, luoghi inesatti
di ritmiche distanze: –

solo il ricordo, ultimo
congegno della mente,
sostiene l’avvento,
l’oscura epifania
parallela al morso
che la vita fatica a fior di pelle

 

*

 

l’insonnia dimora
sopra schegge di voce trasparenti
che l’istinto chiama luce,
scrigno di presenze –
aspre più del nome
che cancella
al tocco della mano,
un dono di forme
accumulate nei vuoti
che il giorno spazza di volti,
attraversando ciò che resta
di ali solari, di maree
affiorate da petali di passato,
mentre la stanza muove
verso l’urlo verde
di primavere nascoste,
di albe tagliate con lame d’oro: –

mappe lucenti della resa
che piega la bocca
per fulminazione di bave,
ossidi alcolici
dalla combustione dolente
di una più conoscibile morte

 

*

 

sguardi ermetici
d’inquisitore che osserva
in uno specchio d’acqua
il suo corpo rivelarsi
nel piatto vuoto, in alto,
di una bilancia abbagliata
di presenze –
materia organica
sotto la lente cognitiva
di un dolore cristallino,
in equilibrio instabile
tra domande che lacerano
la voce, gli accenti,
il furore che si acquieta
di condanne: –

la lampada è colma,
l’olio cola inconfessabili
desideri di pelle
e nell’inguine si rapprende
in estasi di vetro –
chiose trasparenti
a protezione della fiamma
che vacilla, cade,
illumina di notti la sua notte

 

*

 

chiare epoche
deposte in libri sacri di sapere,
trascurabili ombre
nello specchio migrante delle sabbie,
lampade discrete di apparenze
al cui riverbero tacciono
attese non ancora scritte,
esorcizzati dolori
di tempi compiuti
per inevitabile moto di ferite,
squarci dal labbro all’occhio,
dalla pupilla alla parola,
pagati in anticipi di futuro
capovolto –

dimore segrete
dove si nomina il giorno
per signoria monotona di lampi,
di istanti mai accaduti
e già piegati, sfatti,
prima che un grido di candela
li disperda – luce che sa
la voce senza durata,
immobile del buio

 

*

 

le forme fluviali del sonno
cantano l’ora necessaria
che definisce l’erba sullo stelo,
l’ora in fiamme
che accende analogie di segni
nel sacrario irregolare,
svuotato di presenze,
di idoli illustrati
su ritagli di memoria –
tra parole forzate
in geometriche regole
di abuso, una musica
ricavata dagli arbusti
che vigilano rovine
e segmenti incrociati di sguardi
sul limite di identiche
metafore: –

per questo, forse, è un vento,
un fremito di carta,
un respirare
in densi inchiostri d’aria,
il mare che insiste di risacche
sui bastioni, e frana,
tastandola di luce,
la pietra scritta in solchi
sradicati alla sua voce

 

*

 

un divenire di radure
che sfumano in ombre
meridiane, pupille sonore
vigili sui mondi del crepuscolo –
informi angeli di verde
accesi e vampe
come bocche d’astri
tuonano spiumando nel grido
che fa ghiaccio la memoria,
esseri in disincantate
trame di volo
e un contorcersi d’ali
che pulsano antichi cieli
di peccato: –

radure delle origini,
soglie di eterni transiti
tra nidi e musiche di carne,
il raggio ostinato
della luce che vibra
franando contro voci di granito –
subito in stille, interrate
in confidenti ampolle,
sostanza primordiale che dice
indicibili arti di canto
dal minerale sepolcro
d’un bagliore

 

*

 

l’occhio del naufrago
rovescia il respiro
in terre ospitali d’asilo,
distrae l’indicibile onda
dalla stretta che esplora
l’agonia di un grido,
difende l’incessante disfatta
in tagli smeraldini di ricordi
che riaffiorano
dai deserti della gola,
simula luce di fari immaginari: –

l’ora di tracce
afferrate a mani nude,
calcolate distanze
nel sale che annebbia le pupille
e concede miraggi,
la curva solida di un monte,
la sorgente in attesa
per il battesimo d’una nuova alba –
estrema finzione,
carità di nevi
nel caldo tumulo del mare

 

*

 

                   a Nanni Cagnone

non tremano le parole
nella grafia invecchiata
delle nostre vite – alcune
si dispongono
in ibridi di carne,
cesellano malìe sui nastri
incisi nella traversata
o tardano
senza risolversi al ritorno
nelle acque rauche
di stagni memoriali,
nella vertigine innevata
di una foto segnata di polvere,
col sole bambino,
le vele distese
come campane al vento
e poche piume d’angelo
irrequieto
disposte in gomitoli di cielo: –

non trema
l’illusione spenta di rime
che curva il sillabario dei pensieri
verso immobili foglie
di sillabe malate –
anche il giorno che indossa
squarci d’acqua
ha occhi franati sotto il peso
di orizzonti troppo calmi,
lacere trasparenze
negli specchi
che mancano alla voce

 

 

gli specchi che mancano alla voce
aspettavano solo di lasciarla
agli affetti aspri del vortice
che graffia le immagini
e brucia frammenti di pelle
nel rogo anfibio
di paradisi d’acqua: –

così nelle parole si riverbera
un labirinto di brine
che assediano la favola
esemplare degli aironi
e, in grazia d’ombre
superstiti
alla danza sotto lame di luce,
eleggono nel vento
l’effimera rosa di novembre –
invisibile veglia
che vince il sogno
davanti al focolare della mente

 

*

 

deserti azzurrati dal rimorso
dell’oasi sommersa,
nebbiosa memoria
che morde di luci e ansima,
tra sabbie e sabbie,
in grumi di palme
ridotte in quarzi spersi,
invisibili calamite
di soli e di tormente
che sono acque frantumate
contro l’orizzonte: –

tornano a sera, squadrate
dal vetro che sparge al vento
luci artificiali, tornano
tra neri fiori e lo specchio
di scale troppo ripide,
inesauribili serpi
di luoghi dimenticati,
recapiti più veri
per lettere musive
senza grafie di vita

 

*

 

lume del sogno, lampada
che si accende in destinate
chiarità di assenza –
quante messi accimate,
distese nella calma della sete,
quanta certezza
di fiumi prosciugati
mette ali alla sabbia
e porta pioggia sopra copiose
ulcere di spighe: –

tale si manifesta,
oltre il lido oscuro che rende
gli anni terre sconosciute,
perennemente mute,
dove ieri vibravano voli
levati verso orienti
di visioni – tale ci accade,
nella nebbia che azzera
la pupilla, talvolta un lampo
che naviga il sentiero
e apre il varco al volto
irrivelato delle cose

 

*

 

chimere evase
da fiammanti vastità di sogni,
nell’ora, stretta
dalle onde del mattino,
che pallidisce le ombre
e le redime nel desiderio
di dissolversi in luce –
neve che dura il giorno
e poi si affretta, sciama
nell’imprevedibile gelo
di una lampada: –

il rogo nudo
dischiuso
alla vertigine del cielo
è scienza concisa
di un lontano oriente,
un rifiorire d’ali
dal mistero del fuoco,
e quasi un passo,
una pagina di carne,
una velatura desolata
in trasparenze d’ancora,
cede, per intimo fragore,
all’apparire cadenzato
di un ricomposto apologo
di febbri, di correnti

 

*

 

                   a Ida Travi

neve amara di un verso
che sconfina in favole di latte
e alla fame rivela
il dubbio del buio
in ciotole fiammanti di presenze,
lo stesso profumo
che accende i porti
a lume di mistero
e accumula silenzi di ginestre
per il lamento circolare
delle rive: –

in qualche luogo, forse
cinto d’autunno o arso
da resine di oblio,
sul cammino appena schiuso
al respiro che sorprende
e costringe la parola
in luci rituali di volti,
luci di carne e inchiostro
assorbite da estasi di polvere,
ancora si abbandona,
ebbra di esistenza,
la passione della fiamma,
la pupilla memore dei morti

 

***

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