La liquidità del verso – di Luigi Metropoli

Inoltrarsi in questi testi equivale ad intraprendere un viaggio
in cui la vigilanza della ragione è compagna, ma mai unica guida.

 

               La liquidità del verso: Francesco Marotta

     «Tutto quello che ho scritto a partire dalla metà degli anni Novanta, non è altro che un “tentativo” di dare corpo […] a un’ipotesi teorica scaturita […] da tutta una serie di letture, di riflessioni e di studi incentrati sulla possibilità di investigare, e dare voce, agli spazi che si aprono tra pensiero e canto». Quanto Marotta si affretta a chiarire a più riprese sulla sua scrittura è appena una traccia del suo percorso lirico. Il poeta dice e non dice, indirizza e dirama, unisce e disperde. L’ipotesi teorica è una parzialità che non rende giustizia al complesso magma che si dispone sulla pagina del poeta campano.

     Delle sue liriche è un continuo fluttuare, una sospensione ondivaga che non trova (e rifiuta) un centro (e di conseguenza un’interpretazione univoca). La concrezione del verso è materia liquida. E non può essere altrimenti: gli spazi che si aprono tra pensiero e canto sono investigabili solo da una poesia interstiziale, che sa, tenuemente, insinuarsi in zone d’ombra, in aree riflesse, in non-luoghi.

     L’elemento equoreo è il tratto distintivo delle liriche: acqua, neve, ghiaccio. Il dettato di Impronte sull’acqua e Per soglie d’increato è sempre all’insegna di una leggerezza di tocco e di una naturale fluidità che disarma per la sua disposizione ad accogliere. Inoltrarsi in questi testi equivale ad intraprendere un viaggio in cui la vigilanza della ragione è compagna, ma mai unica guida: le abbaglianti visioni che distillano mirabili versi conducono il lettore lì dove da sola la coscienza non può avere gioco. La dicotomia visione-ragione (laddove per visione s’intende il generarsi del pensiero) trova riscontro anche nel polarizzarsi di sogno e veglia, gelo e arsura, canto e pensiero.

     Negli opposti Marotta individua degli estremi all’interno dei quali muovere la sua materia poetica: più che la separazione, infatti, ciò che il poeta cerca è l’avvicinamento, il raccordo, dando agio tuttavia alle differenze di emergere nelle mille smerigliature della luce che si posa sulle parole. Il verso accarezza le cose e Marotta, da novello Adamo, nomina il creato per la prima volta. La nominazione diventa un’ibrida sensorialità che, acuendo la percezione scaturita dal vedere e dal toccare, si traduce in un nuovo senso, incline ad investire anche il campo del pensiero (Merleau-Ponty è uno dei tanti ottimi compagni di viaggio per attraversare l’opera).

     Ciò che incoraggia a trattare le due sillogi come germinazioni interdipendenti all’interno di un unico corpo è il loro carattere rizomatico. Ogni raccolta dalla metà degli anni ’90 ad oggi è una radice indipendente eppure in qualche modo congiunta alle altre (con la sola eccezione, forse, di Hairesis) dando vita ad un corpus organico e complesso. Gli intrecci e i rimandi sono fittissimi (non solo per scelte lessicali: albe, maree, prodigi, cenere… ma soprattutto per l’impianto figurale e lo svolgersi di concetti in immagini) come una trama nettunica che contamina ogni brandello dell’architettura poematica, in perenne divenire, come un fiume amazzonico con i suoi rivoli, le sue diramazioni, il suo ampio delta. L’espansione, però, non è solo orizzontale, come un ipertesto che apre finestre separate, bensì verticale, poiché ogni frammento, ogni ruscello contiene, come in un sistema di vasi comunicanti, acqua in osmosi con gli altri rigagnoli: ognuno reca in sé un tratto dell’altro e lo sviluppa coerentemente alla propria quidditas. È un tessuto unitario, la cui unitarietà è variabile di volta in volta.

     Per soglie d’increato accentua l’aspetto dicotomico della scrittura, riverberando l’identità (beninteso, ciò che è identico è latore di differenza) dell’uno-tutto nella necessità della parte-del-tutto: lo mostra fin dalla struttura del singolo componimento, spesso spezzato in due, imperniato su una sintassi razionale, pian piano sfociante in nuovi territori, oasi oniriche e visionarie che vagheggiano eden e nature incontaminate, in cui riflessione e cantabilità sono una lo specchio dell’altra. La natura è il rovescio del corpo umano dove si incidono i segni della scrittura, la trama che li unisce e separa: un testo cosmico che attiva ogni brandello di realtà (anche solo presagita). Al significante è affidato il compito di tenerne insieme le parti, grazie ad una pregevole tessitura eufonica che fa da trait d’union.

     Quest’ultimo aspetto è rimarchevole anche in Impronte sull’acqua, la cui fluidità fa da pendant alla lacerazione del verso, brachimetrico, franto eppure calmo, disarticolato su particelle minime del discorso che tendono alla biforcazione, ennesima metafora del generare. Vi è un incedere sinusoidale che getta il lettore su di un altro binario ad ogni epifora, una sorta di deragliamento che azzera il carattere denotativo per caricare di connotazione-evocazione la parola, consegnandola ad una ri-conoscibilità albale, incorrotta, farne incontro, apertura, ponte verso l’alterità, stupore.

     «La poesia di Marotta non è una poesia di identità. Perché non vuole imporsi. Ma è una poesia di impronta. Un’impronta sul calco vitale di un’altra impronta […]. In questo senso la parola di Marotta non trattiene la realtà. La tocca, perché la realtà diventi un unico con la parola» (Davide Racca).

 

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