Impronte sull’acqua – Nota critica di Francesco Tomada

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E’ una scrittura che scardina il punto di vista strettamente
razionale e ne segue uno diverso, intimo,
insito nell’anima del mondo.

 

Impronte sull’acqua – Nota critica di Francesco Tomada

     In qualità di vincitrice del Premio Internazionale di Poesia Renato Giorgi, Il Circolo Culturale “Le Voci della Luna” ha di recente pubblicato questa raccolta di Francesco Marotta, raccolta che segna un passo fondamentale nel percorso più che ventennale dell’autore. Come giustamente sottolineano Ivan Fedeli e Luigi Metropoli nei commenti che accompagnano l’opera, “Impronte sull’acqua” porta alle (per ora) estreme conseguenze un processo, già evidente nella poesia di Marotta, di ricerca di strutture formali.

     Strutture formali adeguate a una scrittura che si nutre di apparenti flussi di pensiero in strofe-cascata, di sostantivi assoluti e fratture, di improvvise aperture rivelatrici di un ordine al tempo stesso percepibile ma difficile da ricostruire. È questa una poesia ipnotica ed errante, una telecamera posizionata a pelo dell’acqua per vedere attraverso le cose dal punto di vista delle cose, è una scrittura che scardina il punto di vista strettamente razionale e ne segue uno diverso, intimo, insito nell’anima del mondo. Così “da un verso, da / una copia di scintille, ora / si scruta il cielo”: le impronte sull’acqua sono un segno di passaggio ma non una permanenza, sono un riconoscimento che non avviene con gli occhi ma ad occhi chiusi, utilizzando le parole come se sostituissero il senso del tatto. Capita allora di ritrovarsi in riconoscimenti improvvisi ed improvvisamente reali, a volte illuminanti (“… al sesso che / cova minuscole / accensioni di mondo, e / l’inguine grida”), ma più spesso dolorosi e ardenti ( “un’ / eternità interrotta al / la parola grido”, “l’arsura è un coagulo / che impregna tutte / le cose” ). Senza mai nominarlo in modo diretto ed esplicito, Marotta destruttura e ri-costruisce il calco di un uomo che proprio dal dolore prende la determinazione (“il dolore / mi dice continua / la corsa, riempi le mani / imbratta di sillabe), nel dolore trova la tensione della propria scrittura. Da un lato dunque la poesia acquista un ruolo rivelatore e quasi profetico, ma dall’altro questo passaggio non denota alcuna presunzione dall’autore ( mi sembra di riconoscerlo nel “bambino che stringe in mano / una pagina colma di / storie, ma senza segni / priva di parole”), e la scrittura stessa conduce volontariamente in un non-luogo che è insieme di tutti i luoghi e di tutte le mancanze (“l’inchiostro che / vaga tra silenzio / e silenzio). È impossibile cercare un unico filo logico che conduca il lettore attraverso questi testi, l’unica via da percorrere è uno smarrimento da cui possano riemergere immagini, oggetti, persone, accomunati però nel tessuto di un eticità che diventa via via più presente e viva: l’uomo nel suo essere in transito è l’unico soggetto che unisce la propria nascita e la propria morte, l’uomo sembra il filo che unisce nel momento in cui umilmente rinuncia ad un ipotetico possedere (“ ho eletto / a mia dimora la / materia in / differente di un’ / ombra”) e ritrova un diverso senso dell’esistere. E la sua lingua ricorda quella conosciuta ma non lo è più ( “credimi / la cera che ti porgo è l’unico / frutto del mio incendio / un pegno maturato in / sorte liquida”), acquista profondità e attitudini diverse, richiede nella lettura il coraggio di scommettere su un’altra lettura, un altro luogo, un nuovo significato possibile, coraggio che merita cercare per addentrarsi in un libro raro e prezioso per maturità espressiva e consapevolezza.

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