Impronte sull’acqua – Postfazione di Luigi Metropoli

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Il compito della parola è quello di trovare un senso nei segni
spesso illeggibili della realtà e della storia (privata o umana),
è quello di porre un argine alla deriva, al disordine
che pur fonda il reale.

 

Luigi Metropoli – La dimora in ombra dei suoi cristalli vivi. Postfazione a Impronte sull’acqua, Sasso Marconi, Le Voci della Luna, 2008.

     L’impronta sull’acqua è qualcosa che non permane e non si trattiene. Un segno che tende al movimento più che alla posa. È voce più che scrittura, con tutte le conseguenze del caso. Scorrendo grossa parte della produzione di Marotta è sempre possibile scorgere un fil rouge, quel disporsi della parola come atto transitorio, quasi a farsi sostanza che partecipa dell’aria, del vento, di ciò che scorre (dell’acqua appunto), inafferrabile e mai testamentario. È una scelta di campo che, al di là di ogni ragione poetica, si pone come stile di vita, ricco di implicazioni sociali, politiche, in una parola: umane.
     La parola che partecipa dell’aria, come elemento naturale, è la parola che cresce con e nella realtà, in un rapporto complesso che confonde (da intendersi sull’etimo) la causa e la conseguenza di una nascita: è l’hic et nunc che adombrandosi apre all’altrove, declinandone la temporalità in un prima posto dinanzi a noi (e perciò innescando uno slittamento della dimensione-tempo, inducendola a trasmigrare, a rigenerarsi, dilazionarsi continuamente, a farsi attesa: «anche ieri / fa giorno da un / grumo di secoli», «la morte che / ci segue, che ci precede / in forma di stagioni») e in un luogo a cui si accede per negazioni e sottrazioni («un sogno / che cancella le tracce»). L’alfabeto è costitutivo del mondo, in un intreccio indecidibile (dice bene Guglielmin, quando, sottolineando le analogie tra la poesia del Nostro e quella di Jabès, ricorda la matrice grammaticale-derridiana della scrittura di Marotta).

     Errare è il verbo (e l’azione) soggiacente al disegno compositivo: l’essere nomade, viaggiare senza posa, che reca nell’accezione pur positiva, fondativa, eraclitea, un sapore di condanna, errore, peccato originale. Il compito della parola è quello di trovare un senso nei segni spesso illeggibili della realtà e della storia (privata o umana), è quello di porre un argine alla deriva, al disordine che pur fonda il reale. Perciò resta impossibile, nella prismatica girandola dei versi e dei verbi, estrarre un senso. Qui ogni segno vale se stesso e il contrario, in un azzeramento della logica aristotelica.
     La sapienza prosodica e architettonica di Marotta, qui portata alle estreme conseguenze, ci dice tutto questo: il verso si frange, si sgretola, atomizzandosi, eppure conserva una cantabilità che spiazza, riuscendo nel miracolo di mostrarsi come frammento separato e autonomo e nello stesso tempo di intessere un tappeto sonoro unitario nell’intera silloge, fitto di rimandi, echi, rumori di fondo; la parola presiede al verso, eppure in un sinusoidale rincorrersi di suoni contribuisce alla costruzione di una sintassi tutt’altro che sgranata. Ancora una volta l’immediatezza del dettaglio prevale sull’insieme, ma è solo l’effetto di un primo sguardo: a lettura ultimata ci si accorge di come l’intero libro si costituisce come un lungo poema ininterrotto e il disegno finale si impone sull’apparente frammentarietà dei componimenti.
     È il gioco mirabolante dell’acqua, coi suoi riverberi e i suoi specchi, a moltiplicare le immagini, i segni, ampliandone le possibili letture. La scrittura, la parola e, ancora più nel dettaglio, l’alfabeto, in quanto partecipi della realtà, ne posseggono la chiave di lettura, il grimaldello per interpretarne il senso. Il libro del mondo si sfoglia tra il silenzio e la lenta sillabazione del verso, quasi in un incedere ipnotico e nel contempo terribilmente calato nel nostro tempo e nel nostro spazio. L’alfabeto è qui ciò che i numeri sono nella cabala ebraica: uno strumento interpretativo e un elemento costitutivo. È da qui che bisogna partire per comprenderne la portata profetica, un ideale dover essere che, beninteso, è utopia incarnata nel reale. La poesia di Marotta è profetica nel momento in cui non rinuncia ad interpretare la realtà in chiave utopica e perciò politica. La parola è etica nel suo stesso porsi, proprio perché è calata nella realtà: afferma il reale negandosi, rinunciando momentaneamente ad una presenza per sperare ancora in un permanere sotterraneo, invisibile, caduco, eppure ostinato. Qui la negazione, quasi in aderenza alle teorie mistiche medievali (ma, paradossalmente, scrostate di misticismo e dottrina metafisica per attenersi invece all’esistente), ha il valore di un’origine e di un compimento, ma soprattutto è la cifra dell’essere terrestre che non è se non in transito. Eppure è quella transitorietà a tenere insieme nascita e morte, inizio e fine, lume e ombra (figure che abbondano nel libro), quel persistere nonostante tutto.

     Questa è una poesia del sensibile e dell’intelligibile, della perdita e dell’assenza, che rinuncia ad appartenere ad un determinato luogo e ad un determinato tempo per scommettere in un futuro remoto, in un altrove non-luogo non meno reali. L’emblema della raccolta è la splendida ultima poesia del libro, chiave di volta ed epitome dell’intera silloge: «qui ogni cosa / tiene la conta di quello / che hai lasciato, qui / sento il tempo premermi / sul capo con tutto il / peso che ti riduce a / ombra».

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