Douve. La voce dell’ombra tra fiamma e gelo

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Se lo spazio naturale è il luogo della verifica di una condizione
senza salvezza, la poesia si riconosce in figure e forme epurate
dalle incrostazioni della storia, in un rapporto tra sostanze
immutabili e primordiali.

 

DOUVE. LA VOCE DELL’OMBRA TRA FIAMMA E GELO

Douve même morte
sera lumière encore n’étant rien.

     Se il compito della scrittura poetica è quello di “rovinare le sacre verità” (come afferma Harold Bloom) e poi esplorare il lampo del “mondo sprofondato nell’oscurità“, Douve (1) è la stessa oscurità in cui il mondo si immerge: un intero alfabeto condensato nell’ombra, completamente raccolto nel fuoco di una intuizione che non si fa parola se non per testimoniare l’irriducibile ineffabilità dell’atto: se il verso è un “ragionare poetico“, la sua esistenza si giustifica solo come un tentativo di descrivere una materia indicibile, un mondo senza orientamento, forse “un territorio dell’inconscio, nel quale la simmetria è totale, ma i cui valori sono rovesciati” (Matte Blanco).

     Se lo spazio naturale è il luogo della verifica di una condizione senza salvezza, la poesia si riconosce in figure e forme epurate dalle incrostazioni della storia, in un rapporto tra sostanze immutabili e primordiali (notte, fuoco, albero, pietra, acqua, alba) che assumono lo statuto di simboli. Douve si presenta, essenzialmente, come simbolo/ombra (2) dell’essere, un essere strappato agli orizzonti cristallizzati dell’ideale e che si rivela e si risolve nell’esperienza concreta della finitudine e della morte: la morte, nel suo movimento incessante, nelle mille e mille forme della metamorfosi (3) corporea, si profila in tutta la sua lacerante trasparenza come uno specchio, una soglia al di là della quale il finito riscopre la sua radicale primogenitura rispetto ad ogni forma di rappresentazione concettuale. La poesia incarna lo sguardo oltre la soglia, l’inoltrarsi in territori perpetuamente cangianti nella elementarità delle forme che si susseguono: la pupilla incontra il paesaggio e vi si ingloba; la voce stessa, l’eco che si specchia nel verso, diventa forma, sostanza e paradigma del divenire, coscienza del limite, sguardo che anela all’indicibile della visione appena trascorsa, dove l’unica decifrabilità del movimento metamorfico consiste nell’immobile, ammutolita partecipazione alla rappresentazione.

     Dalla ricerca surrealista (da Paul Èluard, in particolare), Bonnefoy deriva una tendenziale linea di contrapposizione alle poetiche che si articolano intorno a idee e concetti eternati e trasmessi in forme armoniche, nelle quali gli oggetti perdono la loro fisicità e consistenza per elevarsi al rango di pure forme del pensiero: ad esse il poeta contrappone un movimento dal basso attraverso il quale l’ente reale, investito dalla luce del divenire e della metamorfosi, si snatura, si rende “altro” rispetto al concetto che lo limita e lo fissa in una immobilità senza voce, dove la parola non è che vuoto simulacro di inesistenze. La figura in cui questa metamorfosi si compie è un nome, Douve, che ha luogo, consistenza e destino di vertigine, di essere-senza-durare nelle lettere che compongono il suo alfabeto, la sua dimora inviolabile, il suo rogo fiammante di fenice (4): una figura femminile sottratta ai cieli della bellezza ideale, figura di carne/sangue/desiderio abbandonata alla fiamma e al gelo della deformazione e della devastazione, creatura che dall’orrore del disfacimento corporale trae la luce che illumina il reale, l’evento, mettendone in evidenza la sostanziale alterità rispetto agli universi della concettualizzazione, delle regole, della norma.

     Douve è lo sguardo che accompagna l’essere nella sua discesa agli inferi, al suo disfacimento e alla sua autorivelazione; è sguardo che si guarda dall’interno (in quanto esso stesso, contemporaneamente, soggetto di anticipazioni e di lacerazioni e oggetto della sua osservazione) e, proprio perché tale, si fa voce, voce che tenta l’indicibile, poesia. La poesia diventa, quindi, coscienza della finitudine, luce proiettata sulla notte dell’essere, sapienza e scrittura che si rivelano nell’atto di una parola restituita al senso originario, un senso che non è mai un unicum, un postulato invalicabile di significati definiti, un contratto universo sillabico, ma un grumo ardente di potenzialità che il poème raccoglie nella sua inesausta tensione a varcare la soglia, a penetrare nel regno dell’improbabile (5), nel profondo della vita stessa riportata alla sua terrestrità, alla sua oscura e indecifrabile solarità.

     Una intenzione chiaramente antimetafisica, quindi, presiede alla nascita di Douve: la purezza dell’eidos platonico, l’armonia formale di un principio unificatore del reale e dell’essere che trova nel pensiero il luogo del suo dispiegarsi e nella parola l’atto che lo rivela e lo ipostatizza, al di là della vicenda in cui l’ente reale si realizza come esistenza concreta – il luogo di una memoria che si fa voce solo per chiudere l’indicibile in un reticolo di segni che officiano un illusorio possesso – lascia il posto a una poetica dove il reale, con i suoi simboli viventi in perpetua metamorfosi, nel trapasso inarrestabile delle forme e degli oggetti (ad iniziare da quelli della mente) in un cosmo di alterità irriducibili, diventa la mappa, il théatre in cui ogni trascendenza rivela la sua cifra corporea, s’invera sull’orizzonte del divenire che ne definisce il senso: l’esperienza fondamentale della morte, “l’ivresse imparfaite de vivre“, “présence sans issue, visage sans racine“. La morte, esperienza che il simbolo della bellezza classica ha costantemente rimosso, sublimandola, dalla pupilla della poesia levata a scrutare nelle profondità della “notte dell’essere“, assume le fattezze cangianti di un corpo femminile che è pura ombra, “immobilità e movimento“, disfacimento e rinascita, fuoco che si offre e fuoco a cui ci si immola, in un gioco infinito di rimandi in cui l’alto si definisce solo a partire dal basso, dall’infimo: solo calandosi fino al dolore delle sue radici, ogni creatura trova la ragione ultima del fuoco e del gelo che la sostanziano, fino a scoprire che ogni altezza, ogni cima è esilio, naufragio: soltanto l’immobile (uno dei nomi/attributi di dio) vive la lontananza dalla morte come limitazione ed esclusione che ne condiziona l’essere, la pensabilità, la dicibilità: la vera trascendenza non è un “itinerarium mentis ad deum“, ma una “descensio dei ad inferos“.

     Solo la poesia può dare testimonianza di questa vertiginosa discesa, una poesia che è costretta a farsi materia sonora del viaggio, a fondersi coi passi, il paesaggio e la strada, in quanto il suo essere qui e ora è il segno di una lacerante impossibilità del dire. Douve è il cammino e l’approdo, la sorgente e la foce di una poetica generativa dello strappo, del frammento e della deriva, del segno che frantuma vecchi legami nel linguaggio: se nulla esiste prima del dire, l’indicibile dell’origine è materia stessa della parola, materia di deserto e di esilio, di tenebra e di luce, immagine di immagini, una presenza assente che nominando il mondo lo riscrive col suo nome più vero, il primo e l’ultimo, il-nulla-di-nome: al di là del riconoscimento di un ordine semantico che riduce gli abissi dell’oltre a pensiero, esorcizzandone la radicale alterità, escludendoli dal fluire naturale delle cose, dall’eterna, irrivelata, metamorfica epifania dell’esistenza.

 

[Da: I Nomi Propri dell’Ombra, a cura di S. Baratta e F. Ermini, Bergamo, Moretti & Vitali Editori, 2004]

 

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Note

1) Yves Bonnefoy, Du Mouvement et de l’Immobilité de Douve, Mercure de France, 1953, ora in Poèmes, Paris, Gallimard, 1982, che comprende anche le successive tre raccolte poetiche dell’autore, opere nelle quali è avvertibile, pur in mancanza di riferimenti espliciti, se non la voce almeno la pronuncia di Douve: Hier Regnant Desert, 1958; Pierre Ecrite, 1965; Dans le Leurre du Seuil, 1975.

2) Cfr. C.G. Jung, Tipi Psicologici, in Opere, a cura di L. Aurigemma, Torino, Boringhieri, 1969. Il significato cui Jung riconduce il termine e la netta distinzione rispetto al segno, è quello che meglio si adatta a rendere la complessità evocativa del linguaggio poetico di Bonnefoy: simbolo è la più adeguata formulazione per indicare qualcosa di relativamente sconosciuto, ma la cui esistenza è attestata come necessaria.

3) Cfr. Piero Bigongiari, Poesia francese del Novecento, Firenze, Vallecchi, 1968, pp. 235 e sgg.

4) Cfr. Gaston Bachelard, La Psicoanalisi del Fuoco, tr. it., Bari. Dedalo, 1973 e, soprattutto, Poetica del Fuoco, tr. it., Como, Red Edizioni, 1990.

5) Yves Bonnefoy, L’Improbable, Paris, Mercure de France, 1959, tr. it., Palermo, Sellerio, 1982. Cfr., in modo particolare, il saggio L’atto e il luogo della poesia, pp. 115-148.

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Tratto da Rebstein.

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