Postludium – Nota critica di Giuliano Gramigna

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per quanto continui a costeggiare gli abissi dell’astrazione,
questa poesia non smarrisce mai una concretezza
d’oggetto come sua ragion d’essere

 

Giuliano Gramigna – Connessioni e disgiunzioni di un tempo impaginato

     Il sottotitolo del libro (“Al tempospazio di un sillabario serale”) sembra proporre un indirizzo di lettura – ma come punto di partenza o di arrivo? Le sezioni, ovvero micro capitoli, in cui si ripartisce (se si vuole chiamiamole lasse) appaiono all’inizio elementi isolati, disposti secondo una successione libera se non proprio stocastica, casuale; ma via via, accumulandosi, producono un effetto di necessità spaziale, si aggettano, si legano per ragioni di ritmo, di spazi tipografici pieni e vuoti, di impaginazione. Formano un poema o poemetto? Mi disturba il termine letterario culto e consumato – appunto un termine “letterario”, che presuppone una finalità letteraria. Tale ripartizione non mi sembra in sé più significativa dell’abolizione dei segni d’interpunzione, delle sbarrette, delle maiuscole. Tutte queste peculiarità grafiche, o tipografiche, del resto abbastanza comuni, sono piuttosto segni preliminari non di scelte, quanto di eliminazioni. Ciò che attira l’attenzione sul testo è piuttosto l’espressa assunzione del tempo nello spazio (tipografico) – di un tempo ritmico-mentale, da calcolare soprattutto sulle connessioni o disgiunzioni di ciò che vorrei chiamare qui “tempo impaginato”.

     Ma un testo letterario si legge, naturalmente, nelle sue opzioni linguistiche oltre che nella sua grafica figurativa: per esempio nei nomi (prima ancora che nelle immagini) d’inverno: «non saprei se mi leggi segnando con frammenti di calce l’inverno che naufraga a vista sul foglio», «l’inverno abitato in processioni di fuoco» e simili, magari nascosti sotto associazioni che non hanno tanto funzioni sonore quanto logiche.
Le immagini cosiddette naturali, che peraltro pullulano nel poemetto, si trasformano subito in allusioni dello scrivere («la neve scrive breviari per la luce e l’alfabeto è sale per l’uniforme ferita della notte»). Che cosa vuol dire? Che fra scrittura e mondo c’è una fusione fulminea e subito una disgiunzione; che si sta scrivendo (e leggendo) quella cosa imbarazzante che è una poesia, vale a dire una rete di rapporti inediti scoperti nel mondo stesso.

     Questo poemetto vive coerentemente delle sue contraddizioni: se è ripartito in capitoli o in lasse, la cui prima riga attacca sempre con la maiuscola, sembra poi non fare troppo conto di queste peculiarità, non stabilendo collegamenti, continuità di senso fra le lasse medesime. Se trascura una conseguenza logica fra capitolo e capitolo, persegue una forma particolare di discorso, di consequenzialità affidandosi al proprio suono. Il lettore s’industria a scoprire il refe che unisce le tessere, il ponte su cui incolonnare la propria spinta di lettore. Ma perché? Perché non cedere semplicemente alla tensione fluida che passa di paragrafo in paragrafo, di pagina in pagina? Il testo non gli chiede di abdicare a qualunque logica di lettura (comprensibile), ma di accettare quella che gli presenta esso stesso in quanto testo.

     Fra scenari spesso ermetici e tuttavia sempre scenari; fra «albagìe di specchi» (specchio si direbbe oggetto privilegiato), zodiaci, rose «colme di sete», per quanto continui a costeggiare gli abissi dell’astrazione, questa poesia di Marotta non smarrisce mai una concretezza d’oggetto come sua ragion d’essere. «DI FUGHE come da certezze o volti che sanguina il mattino inchiodato all’àncora sopraffatto dal lontano dai lunghi incensieri dell’ombra così ardisce rose colme di sete mente nella lingua dei viandanti di essi tenta la notte vi fruga attese erbe stupefatte raccolte dietro grate di parole». Tocca al buon lettore scandire, o riscandire, queste righe (non dico versi, che forse all’autore spiacerebbe).

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L’opera Postludium è tratta da Rebstein – Sezione “Tracce”.

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