ErraticaMente (I) – Ciò che passa rischiara il cammino

ciò che passa rischiara il cammino
l’orma che il tempo frana
in vuoti d’ombre
lo cancella – lo rivela

 

[Francesco Marotta, ErraticaMente, 2008-09, inedito]

           I. Ciò che passa rischiara il cammino

 

I.

 

non c’è forma conclusa
che possa contenere il desiderio della mano
la sua tensione inappagata
a immaginare cammini disegnare tracce
pensare il sentiero che conduce
alla voce iniziale della terra

[…]

vedi io chiamo senso il soffio che è chiaro nome del divisibile
e risponde in natura di grido dal labbro migrante dei giorni –
chiamo grido il tempo che trascolora sopra quadranti di enigma
e si consuma nel volo
dalla sorgente albale al mareggiare fossile del sole –
chiamo tempo il cammino della spina autunnale
che cresce tra le pieghe del respiro – il suo morso ardente di sete
che ricompone
in graffi di neve la voce

la pagina lo accoglie – frutto senza vento e insieme aroma e transito di semi a un dove che ripete la nudità del ramo la gemma presagita dove s’impiglia l’aria e l’orizzonte è vigilia di raccolto calice che trabocca di stagioni

vedi io dico la ferita che abita la distanza tra l’occhio e la radice
la restituzione ai giorni del sangue della terra
il filo di sutura che ci riannoda ombra dopo ombra al moto millenario
della luna
(così trattengo nel palmo il suo silenzio –
e nel presente
il vortice che spinge la maceria al lutto dello sguardo
al compianto dell’onda che lo ammanta che riappare e si dirada poi preme e si accorda al bagliore congiunto dei passi alla fiamma matura degli steli

declinati nei colori del tramonto
in processioni di nascite inevitabili
fedeli al lume dell’acqua
che rende la notte navigabile
e muove ogni cosa con la passione antica
di crescere e passare
reggere il peso di un corpo di polvere
sul filo invisibile del vuoto)

 

***

 

l’orizzonte che la lingua varca
iscrive in un diagramma di assenze
i punti cardinali dello sguardo –
un luogo a cui si accede senza mappa
seguendo il sogno ricorrente dei morti
di farsi parola

[…]

vedi io chiamo ascolto il deserto – madre che raccoglie ogni eco
che non si fa parola e ogni riverbero conserva dei suoi grani che
migrano in dissolvenze d’oasi e di fonti
li riplasma in florescenze di voci in grappoli di sorte – e la pagina
è vertigine di spazi ancora da pensare
messe di spighe esplose o uragano di roseto
che anche il giorno allarma
e la sua ombra
eclissi ripetuta sopra specchi trasparenti d’incompiuto
dove la morte sciama in dense brine e imprime il suo sigillo
nel passaggio
sporge dal lampo di un’orma senza suono
in quel fuoco ammutolito si rivela
imbarca la chiarità di volti lucidi per febbre
insofferente ai miti
che la sua mano recide
insaziabile
decimando labbra alfabeti lingue in disuso riconsegnate all’aria

è la sua notte – il foglio – la sua dimora
matrice e approdo d’improvvise grida
che scortano al di là del pendolo
ore sottratte alla deriva
lampade di tempo e spuma
che liberano bagliori di clausura
florescenze malate di quotidiani abissi

è la sua notte – il foglio – la sua voce
che allora si tace – quando stupito sorvegli il suo silenzio
che ti ascolta
quando ignaro allenti la morsa
con cui costringi il corpo in strali di carne
e porti incendio al tuo occhio di sonno
fino a che l’iride urla una piaga di luce
e ogni immagine fluisce dall’orbita
in fiamme
precipita oltre il margine in ombra
nel notturno svelato di te che passi e rischiari il cammino

(all’occhio superstite
rabbrividito in sguardi di serpe amorosa
alla tua pupilla in attesa
insegna che l’alba è il passo mancante
il tragitto inaudito tra membra e digiuno
il cammino a ritroso – è veloce la cenere il riflesso
che nomina il bianco – verso
il prossimo rogo)

 

***

 

le ombre della caduta
levigate dal naufragio del cielo
sono segni accampati sul rovescio
controluce dell’abisso – la polvere esatta
di quanto inesplorato scompare
un lampo a oriente
un fuoco che imbrunisce

[…]

solo la pagina sa riconoscere il tempo che la mano si trascina
alle sue rive – verso i margini dove l’inchiostro misura la colpa
che coniuga veglia e passi e lentamente si agita
fermenta umori di linfa
come la sabbia al presagio del primo vento d’acqua
come il pensiero
che si fa lingua di canto
di fronte all’oscurità semplice del possibile

solo la pagina ricorda –
che abbiamo consumato tutti i sentieri tutto il pane dei giorni per quell’ultima goccia tutto il sale che basta a raccontarla tutti gli sguardi d’improvvisa lontananza dalla terra del nostro inudibile ritorno

ma le immagini e gli echi di ieri ancora comprimono la retina ancora reclamano insolubili il numero continuo delle stagioni ancora la pelle attraversa svuotata di sogni il principio del mattino –

l’ora che riemerge
spoglia della veste d’ombra del fuoco
e si lascia alle spalle la dimora materna dei fondali –
dove si scioglie e si riaggruma indivisa ogni somiglianza
dove il volto dei morti trascorre lentamente agli specchi –
alla foce

quel volto dico –
l’impenetrabile figura
che balena sul confine di ogni sillaba

 

***

Tratto da Rebstein del 14 marzo 2009.
(Immagine: Luciano Testa, Cancellazioni, 2009)

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