Postludium – Nota critica di Massimo Sannelli

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Molti nuovi autori stanno lavorando su una metaforica
e una biologia del libro, della lingua e della luce, che
comprende anche i rispettivi opposti (il silenzio, l’afasia,
la disperazione e il buio).

 

“Scenari spesso ermetici e tuttavia sempre scenari” (p. 44), secondo Giuliano Gramigna: cose che dicono e non dicono. Eppure le cose ci sono, mentre dicono, prima di tutto, se stesse, e questo dettato segue (postludium) la loro esistenza. Il gusto nuovo che guida la parola in questo nuovo spazio muore e delira, rispetto alla prima origine, che è il senso comune e comodo: muore e vive, vive morendo, cerca perdendo, vince cadendo, ecc. Infatti l’inconoscenza di p. 17 è la classica nube of unknowing.

La scrittura del Postludium di Marotta – come quella di Aperto a inverni di Guantini o di lingua acqua di Paola Zallio, o di Raffaele Perrotta, prima – può irritare, con il suo tono sapienziale e retoricamente esploso. L’irritazione è aumentata dalla contraddizione: in realtà questo libro sa qualcosa, che non può essere insegnato; e che quindi è solo segnato e c’è, semplicemente, senza connotazioni aggettivabili (p. 30: “corpi segnati nella geografia di un verso quando ricompone alibi al pensiero e anticipi d’abisso nella muta preghiera”; p. 31: “l’impossibile così presente che le tue mani insegnano acqua a chi vola in cenere”). L’insegnamento non insegna altro che i segni, tra ombra e luce. E l’insegnamento, l’insegnato e l’insegnante si fondono, perché l’oggetto è la lingua, di cui il parlante è al tempo stesso oggetto e soggetto, attivo e passivo. Questo significa che, nel mondo del nuovo “tempospazio” dell’uomo interiore, non esiste una sola realtà, né alcun Potere, grande o piccolo: “scrivere per dire il delirio che spira osando carte”, mentre le sillabe “inventano orizzonti” (p. 29), come in un gioco di bambini anarchici.

Il libro finisce con una “lingua bambina” (p. 41), dove, forse, il ricordo di Zallio è ancora forte, nella sua mitologia della (propria) infanzia illetterata e già orale (perché in PAROLA c’è PAOLA, e nomen omen; e Marotta scrive apertamente, a p. 36: “traduco in infanzie le vene gli OCCHI ABITATI DA PENOMBRE di passo così numerose che non tace il labbro segni pensati”); e insieme alla lingua (di) bambina – che parla e non parla, secondo lo stile del libro – si rivela un “lume nerissimo astro”, l’antico “sole nero” – un ossimoro puro e letteratissimo – della malinconia di Nerval e del commiato di Montale da Iride. La luce nera della fine combacia con altre evocazioni del Postludium: il “farmacolume di similoro” (p. 12), il “lento LUME D’INCHIOSTRO rosso in chiostri di silenzi” (p. 14), le “ombre impure tradotte in più lucidi lumi” (p. 21), il “favo d’inchiostro che riversa accenti fonte e arsura” (p. 23), e la “cieca lampada d’argilla” che “rischiarò le vetrate dei suoi abissi fiammante verbo di fossili remoti o seminagione d’albe” (p. 40). L’intero testo pubblicato – che è tessitura (p. 21), ordito (p. 17) e trama (p. 25) – è la “geografia” del nuovo “tempospazio” (un tempo di lettura in uno spazio cartaceo, e mai l’uno senza l’altro: “la durata descrive una sorte in archi di danza”: p. 36): cioè, come in altre scritture recentissime, il libro non è più un oggetto dominabile, ma “l’enigma di un seme” (p. 24) che deve trasformarsi (cfr. Giovanni, 12, 24).

L’espressione, anche contorta, dell’espressione, anche impura, e la nascita (anche non uterina) sono i tópoi più alti e visibili di gran parte della migliore poesia ultima. Molti nuovi autori stanno lavorando su una metaforica e una biologia del libro, della lingua e della luce, che comprende anche i rispettivi opposti (il silenzio, l’afasia, la disperazione e il buio); in parte, forse, per rispondere ad un neofilisteismo che identifica il parlato con il chiaro, il consumo e il cibo (si pensi al vero significato del parlare come si mangia). Ma c’è di più: forse un Dio – qualunque cosa/persona sia indicata, impossibilmente, dal sostantivo Dio – sta riprendendo spazio nella città dell’uomo: e, poiché è Parola, le parole umane tendono a Lui e rimbalzano, in libri che costituiscono i paragrafi inconsci di un grande Libro, a sua volta messaggio e icona dell’Altro. Forse nasce, tra le nostre mani, un Paradiso immanente o un empirismo celeste: due ossimori, o lo stesso ossimoro in due forme, che siamo appena degni di pronunciare in forme non poetiche. In termini jabèsiani, la speranza è il Libro.

(Massimo Sannelli, ottobre 2006)

 

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