Postludium – Nota critica di Massimo Orgiazzi

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Ci si domanda cosa possa essere (“significare”) la serie
continua di immagini che all’interno di ogni lassa quasi martella
la logica del lettore, la congestiona e la forza lungo una serie di
variazioni cromatiche e sonore: ma è questo il quadro, l’epifania.

 

              Postludium – La poesia di Francesco Marotta

     Per cominciare va fatta una necessaria riflessione intorno al “significato”. “Cose che dicono e non dicono. Eppure le cose ci sono, mentre dicono, prima di tutto, se stesse, e questo dettato segue (postludium) la loro esistenza”: così Massimo Sannelli su Microcritica. “Cosa significano le cose che Marotta scrive” è una domanda che incrocia come sempre la domanda su cosa la poesia voglia dirci e come e se sappia farsi comprendere dall’uditorio. Il significato, il senso, diremmo di un’opera poetica è nella migliore delle ipotesi e delle aspettative del lettore medio, la comunicazione di un messaggio. Tuttavia chi prende in mano un libro di poesia cerca (e lo sa di cercare) una serie di indicazioni, di segnali diremmo, sorta di vettori, quasi, che gli indichino una direzione, modo altro di percepire, e qui non dico la realtà, non dico cosa: è materia di aspettativa del lettore. Forse dello stesso “significato” e dell’idea che egli ha di esso.

     Aspettarsi che il significato ci sia solo se qualcosa di scritto, parole, sintassi, discorso, si riferisce a qualcosa (aggiungerei, di riconoscibile) è l’equivoco che spesso coinvolge poesia e linguaggio tout court. Quando manca il riconoscimento, la poesia non ci parla in modo evidente di donne, di solitudine, di amore, di società, della stessa dimensione interiore sempre però costruita secondo la sintassi che conosciamo, ovvero la “poesia” senza le note e le glosse, ci troviamo di fronte ad una porta aperta su un ambiente in decompressione. Siamo trascinati verso l’esterno, quell’esterno che non ci dà molti appoggi e neanche molta speranza ragionevole di poter continuare con le nostre funzioni vitali. Saremmo, là fuori, per l’istante di lettura, “forme di vita” diverse. Come scrive Sannelli: “il libro non è più un oggetto dominabile, ma ‘l’enigma di un seme’ (p. 24) che deve trasformarsi”. Perciò ne fuggiamo. Ma l’esterno è questione di rotte, non di regole o di griglie interpretative. Rotte che solcano e si tracciano, che variano in tutte le direzioni dimensionali a nostra disposizione. E in questo esterno ci si deve lasciare guidare dal testo, perché se il testo volesse dirci qualcosa di nuovo, con tutta l’intuizione e l’amore dell’autore, non potrebbe farlo se lo costringessimo ad una lista di relazioni preimpostate che pretendiamo di dargli (e che pretendiamo che esso dia a noi). Qui non si parla nemmeno di pregiudizi, ma di logica: è normale sentirsi spiazzati di fronte a testi che non danno l’appiglio della grammatica, della convenzionale sintassi, come in tutte le circostanze in cui si leggono testi contemporanei e che più spesso mi è capitato di affrontare. Ora, il paradigma di questi testi è proprio una “scelta del paradigma”, una variazione del livello e della quota cui si ferma di volta in volta l’altezza di volo. Chi è aperto alla poesia non troverà come scusa il fatto che il testo si discosti troppo dai suoi canoni di poesia, che sia troppo freddo, troppo etereo, troppo distante. Lo affronterà e avrà il coraggio di dire, come nel caso di Postludium (Anterem Edizioni, 2003), che è nuovo, e che lo è oltre il significato che, forse, come suggerisce Giuliano Gramigna nella postfazione critica, è prodotto da un effetto di necessità spaziale e, aggiungo io, determinato da una sinossi mnemonica.

     Il titolo, che richiama il termine di un’esecuzione musicale, la chiusura di una performance è accompagnato da un sottotitolo: “al tempospazio di un sillabario serale”, che viene subito ripreso nella prima delle quattro sezioni in cui è suddiviso il libro, ciascuna delle quali è un insieme di lasse in prosa poetica di lunghezza variabile. Nella prima di queste lasse, Epifanie di segni, la chiusa contiene la possibile chiave del testo: “si tace un cammino a ritroso al tempospazio di un sillabario serale un verso che rischiara la breve eternità dei suoi accenti” (p. 11). In un qualche modo, se si prende l’ultima lassa del libro e si legge: “ogni piccola morte ogni paesaggio un ritorno e il passo una lingua bambina per dire di un lume nerissimo astro dal gelo degli anni” (p. 41) non si può non collegare la lingua bambina al sillabario serale, al cui tempospazio, alla cui dimensione che travalica ogni riferimento, si riconduce una ricerca che risale alle origini del linguaggio e dell’espressione. In mezzo, nel percorso di ciascuna “stazione”, il percorso di una distorsione del linguaggio, di una nascita difficoltosa dello stesso, come scrive Sannelli “una biologia del libro, della lingua e della luce, che comprende anche i rispettivi opposti (il silenzio, l’afasia, la disperazione e il buio)”. Il termine “parola/e” compare nelle lasse della prima sezione sempre o quasi sempre, con maggiore frequenza, seguita da “alfabeto”, “sillabe” e poi da “voce”. E’ come uno scheletro (immagine che spesso ho usato per descrivere la poesia di altri autori, si veda Paolo Fichera, “Lo speziale” nella discussione on line su LiberInVersi) che si costruisce attorno da una serie di ossa principali/portanti, una geometria, anche qui frattale, che si sviluppa secondo i principi dell’autosimilarità e si dipana intorno alla “parola”, al sistema simbolico che ci fonda e ci fa “forme di vita”, prima e dopo qualsiasi tentativo di analisi del linguaggio. Ed ecco che quel qualcosa che nasce e si forma nel/attraverso il testo, quello che potremmo definire il linguaggio prima del linguaggio, un qualcosa privo di nome, evocato, “farmacolume di similoro” è ricercato così, nelle “dimore di ogni possibile tempo”, è scrutato nelle cose, nei nomi, nelle parole, “mappa per dire in punta di lingua la rotta le foglie cresciute su una cresta di suono” (p. 12); la geografia, la mappa di un tempospazio a monte dell’essere forma di vita e tentato, possibile significato, è una ricerca che va nel silenzio, tra “alfabeti scaduti maschere d’innocenza sul volto”, tra ruderi e rovine di qualcosa che ha perso l’attività, di ciò che da metafora viva si è ormai spento in convenzionale, in codice ordinario. Ma è attraverso la componente di vitalità e attività e rigenerazione dell’essere che è dire, comunicare e che vale il flusso combinatorio, apparentemente caotico in cui si susseguono le lasse, “questa ambigua locuzione di sillabe” (p. 15) che avviene questa perenne ricerca. C’è insomma un flusso che contiene le stesse regole attraverso le quali esso si manifesta, anche se non dovremmo parlare di regole, siamo a monte di queste: perciò un flusso che contiene gli impulsi, i “microurti” attraverso i quali si cambia e si evolve e genera un quadro, un’epifania. Ci si domanda cosa possa essere (“significare”) la serie continua di immagini che all’interno di ogni lassa quasi martella la logica del lettore, la congestiona e la forza lungo una serie di variazioni cromatiche e sonore: ma è questo il quadro, l’epifania. La sequenza, il montaggio delle lasse, le parole in esse, le stesse sillabe, le paronomasie e le omofonie del testo, il suo ritmo, compongono il quadro, una sorta di quadro frattale e semi-caotico che è, rimane, come sospeso, nella sua dispersione come oggetto sacro: lo stesso delle ossa per divinare il futuro, degli steli di millefoglie dell’oracolo, il mezzo per unire in senso sincronico ciò che spazialmente e cronologicamente è sulla carta e quanto in una zona che potremmo definire inconscia.

     “Il linguaggio è tutto” si dice tornasse a ripetere Wittgenstein nella sua prigionia a Montecassino. Lo è per il filosofo, forse. Lo è per il poeta. Ma ecco che di grado in grado ci spingiamo a definire una sempre più ampia fascia di connessioni tra il linguaggio, qualunque cosa esso esattamente sia, complesso[completo] o meno (“E quante strade o case ci vogliono perché una città cominci ad essere una città ?”, L. Wittgenstein, Philosophische Untersuchungen), tra il linguaggio e la realtà che pretendiamo di descrivere. Se come dice Marotta “portiamo in bocca / le nostre candele accese” (p. 28), scrivere è davvero “dire il delirio che spira osando carte finché vampano a pelo d’iride disfatta sillabe svenate n o m a d i che inventano orizzonti” (p. 29). E’ l’autogenerarsi di un mondo (come già scrivevo intorno a “Per soglie d’increato”, una poesia che genera mondi, la dimensione narrativa di una poesia che difficilmente classificheremmo come tale e che pure si estrinseca nella creazione di atmosfere, in qualcosa di più di una trasfigurazione della realtà). Un ordine apparentemente casuale, chiuso alla logica come lo è lo stupore (stupore che muove ogni continuo passaggio del testo), che si rifiuta di insegnare (e qui dissento un po’ da Sannelli, ma come dice lui stesso si tratta di impressione del lettore), di suggerire formule e regole, e capace di stratificarsi, di generare una necessità linguistica nel tempo e nello spazio. Ecco che da qui si può estrarre un possibile significato di quanto intende Valerio Magrelli per impegno della poesia “sul linguaggio”. Come recita Celan in epigrafe all’inizio del testo, per far trapelare “dono notturno, una voce / da cui attingi il tuo bere”.

 

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