Impronte sull’acqua (II)

copertina_marotta

noi ci legammo al
respiro degli alberi
intravisti all’ultima sosta
come ombre che
imitano il sentiero carnale

 

[Francesco Marotta, Impronte sull’acqua, prefazione di Ivan Fedeli, postfazione di Luigi Metropoli, Sasso Marconi (BO), Le Voci della Luna, Collana “Cantiere”, 2008]

 

II.

Mani di un comune passato.
Fragili pagine di sabbia nel libro bruciato dal sole di ieri.
Le linee incise nel palmo sono solchi da cui germoglia l’inverno.
Il rovo innevato di parole.

 

forse è un pianto, un
parto, dove
si affolla la ferita
per emergere al
la luce, ma il crepuscolo
preme, impolvera
gli orli, la
pelle slabbrata
le finestre dischiuse
accese per il volo,   noi
ci legammo al
respiro degli alberi
intravisti all’ultima sosta
come ombre che
imitano il sentiero
carnale, la strada
in mezzo a
gli occhi, una
forbice
che recide le ore al
la radice

 

*

 

leggere al fondo dell’urna
il sole segreto che cova
l’insania, un
tormento di amanti, antica
croce di eccessi e
stupori che la carne
sfibra di morte
apparente, ma è
una fuga il mio
occhio, la trappola di
parole rarefatte
l’estasi in
quieta
di chi impara la sete
osservando il cielo che
rosseggia intorno a un lume
o una spiga in fiamme
che capovolge il
canto delle messi,   ma anche
il vento che passa e
rimesta le voci in calcare
è un tenere
assieme gli accenti e le spine
il giorno e il suo grido
stretti nel
l’ammutolito
lucore di una
pietra, di un astro

 

*

 

a volte anche il maggio pietoso
collide nei sogni col
fuoco di un grido
animale, di un volo, e
agli specchi regala ombre
più lunghe, le lune
azzurrate a
mezz’aria,   avrei potuto
essere te, il tuo
seno, quando la mia mano
ti frugava nel sonno
vampando
tra i capelli e
le cosce, avrei
potuto arderti dentro
per sempre, ardermi in
lente sostanze
la spoglia, il respiro
chiamare la morte a
scoprirsi, levarsi la veste
emergere al suono di giorni
contati, dissolversi
ai piedi del letto, nel
vapore ormai senza
più peso di un
ricordo

 

*

 

tacite rughe assediano
i ricordi, l’ago
spazza via l’assenza e
la pagina è pronta
per l’inchiostro che
vaga tra silenzio
e silenzio, un
ospite in anticipo
per la veglia dei morti, un
corpo che agli orli
ha steli di pane raffermo
cisti di sogni e
stagni dove si allunga
la radice
lunare al suo primo
apparire,   mi dici
inizia a contare da qui
i nuovi giorni, i solchi
nutriti di semi
gli accenti, poi
recita tutto il riserbo, gli
abiti smessi, il
cobalto annerito tra
i pori, le stelle
lasciate a marcire dentro
scrigni di nebbia, il mare
sorpreso a fuggire
le parole dell’onda, ora
è tempo, l’esilio del lume
già varca il confine
tra vene e
memoria

 

*

 

mancano agli occhi
spigoli, angoli, il
profilo che
assicura la bocca al
le ombre, il volo e
la frana di ali impagliate
la corda, l’ansa
di un sole al
la foce, la vertigine
che turbina nel
sonno del marmo e
alla pietra regala maree, con
cede favole d’acqua
meteore e
sillabe oscure,   non un giorno
di più, all’insaputa
dei venti, inchioda le
nevi a voragini e
cime, le mie dita al
l’ora glaciale, al
la lingua
che fruga i deserti e
sogna senza parole
piume alle sabbie, tremori
di carne a
gli specchi

 

*

 

portati via
dal calendario, come
api strappate
di notte al sillabario
dei mesi, al
la cura di laboriosi
codici, sciamano nel
sonno del
le voci, nel freddo di
lingua in cui
il miele è malattia
dei fiori, figura
stranita che
non si abitua a
passare sul greto
arido del sole, sul
la pelle di segni che parlano
l’aria, la mano
posata in un angolo e
l’ala in disarmo, in
dis
amore di volo,   qui
ci si inerpica sul
piano velato, per la
via resa bianca dal latte
dei sogni, per
la grazia che al pieno
del male si disfa in un
delirio di affetti

 

*

 

lassù, nel taglio
verticale delle rupi
anche l’acqua si
veste di suoni e le
rive, smussate dal
la fuga di rena e
radici, sono grida di sassi
levigati, un
silenzio di ore
riemerse dall’onda al
la morte in chiarità
del giorno,   per questo
la mano del sonno
toglie a ogni parola
la calce, il
pesante tra
scorrere della voce
di figura in
figura, poi s’adagia, s’
apre in sottile
vertigine, è una
vampa allarmata, e
una reliquia di sguardi
già nuota a ritroso
lungo le mura del corpo, nel
la corrente che spiuma
anni alla fronte

 

*

 

scrivere sull’acqua dei pozzi
ignorando la luna
che la dimora e la
consuma di febbre, come
se la luce in
comunione di distanze
si disponesse al tramonto
proprio sul limite che
coniuga le labbra al
la sete, o forse
sogna di chiudersi
in un punto in
attingibile, un dove
di riverberi e di cerchi
che alleva piogge
in equilibrio di crepe
e incide sui marmi
venature per la rosa, uno
scambio di riflessi
per il gioco paziente
della goccia,   io
mi tendo sui bordi, da
sempre visito il lume
che al mio corpo accende
la stretta, abitua la pupilla
a riscoprirsi fossile, un
rudere a stella, una
memoria di creta sul
la mappa in
penombra dei fondali

 

*

 

sapere quale occhio colmato
rende leggibili i segni
e in simmetrie di fuga
si guarda guardare
nel mattino che li svela, quale
intangibile ghiaccio
alleva la sostanza
che sarà rosa, acqua
visibile, respiro, se
traduco il mio corpo
in ogni sillaba, e in ogni
pagina echi di pelle, sangue
midollo, cellule che
si fissano, bruciano, volano
in cenere a ogni cambio
di stagione,   noi si dona
soltanto, da cieli di
necessità, appena una
parola, un moto in
controllato, una domanda
arsa prima di farsi fiato, una
spina aperta ai venti
per sopravvivere, un
roveto in volo di duna
in duna, senza la carità del
la fiamma, senza seme

 

*

 

secrezioni di un male
che si abita viscere e
sangue, un viaggiare degli anni
su una corda che ha
consistenza di eco, e resiste
con l’arte sottile che
ora stringe, ora allenta, ora
brucia e rinsalda, scolora
riprende, intrisa di umori
notturni, di piume strappate al
l’ala fetale, al ritmo dei giorni
al sesso, a un amplesso
dissennato e coeso, in uno
con quello che avanza, che
resta e si oblia, si veste
ancora di vita,   nessun foglio
contiene a misura il
flusso dell’ultima acqua
il riflusso, il deflusso del seme
la cura che evoca mani
d’angoscia, e il tuo volto
bambino che strappa alla notte
una stilla, una benda inzuppata
di luce, di alcol, di fame
la promessa che dice il
ricamo pungente di altre
albe sugli occhi

 

*

 

giorno di calma sui sensi, in
aspettata quiete a
dismisura, col suo carico
vivente di memorie, con
la sua terra distesa sul viso
nuda, in attesa del
l’acqua odorosa dei sogni
della sorgente infetta di
gioie lontane sotto
traccia, di migrazioni
piaghe, giunture e intagli
profondi come un rifugio, un
sonno raccolto tra i capelli
pettinati d’ombre,   poteva
essere sguardo che controlla
transiti e tormenti, poteva
sentirsi grido ingigantito dal
le linee della mano, farsi
corpo di neve a
disperazione del lievito
d’aprile, di tutto il vento
trattenere appena un arco
di cielo immobile, fissarlo
quaggiù sulle sue gambe
dargli aria goccia a goccia
dalle labbra del cuore, poteva
resistere al pensiero e
stare col padre a raccontarsi
favole di nebbia, ricostruire
il nome, franato, che
precipitando al suolo, rese in
curabile la distanza

 

*

 

è la mente che
numera il silenzio
dei morti, e la conta
è un dolore che vive e
ramifica in chiazze di
nuvole sulla pelle, a volte
è sabbia, un tramonto
un fiore di neve
a distendersi fino al
le pupille,   a
riempire la bocca
con la sua lingua colma
di ricordi, con i resti
vaganti di un
incendio, con la sua
veste di orme, di voci
di capelli, con la
rappresa, impura
verità del gelo

 

*

 

la crosta si sazia di ghiaccio
minerale, la zolla che
preme ha la pelle
costellata di fori, accensioni
che affondano il senso e
sfumano alla resistenza
del seme, e dunque
l’arsura è un coagulo
che impregna tutte
le cose, un liquido inverso
muta occhi per uscirsene
al sole in forma di
stelo, di voce, mentre
scivola via da ogni sponda
tra un filo di sale e uno
strappo nella rete
del tempo,   ma
qualcosa s’attacca al
la bocca, un pulviscolo, un’
ombra, una creta, un’orma
sul manto del buio, un
profilo di sangue, di linfa
aggrumata
s’apprende al suono dei passi
scioglie i lacci al
sonno dell’angelo
che rovina, al risveglio, nel
vuoto di volti del
la prima dimora

 

*

 

frana anche l’attesa e
l’ora spalanca tiepide
quieti d’abisso, lo spazio che
cede a un graffio d’anima, al
pallore di ombre di plastica e
ossa, immagini a picco
sfarinate nel piatto, un
pasto di sere già muffe, il
ventoso continuo di luci e
rombi che gonfiano l’aria
trapassano in dissolvenza
le strade ad altezza
di voce, i liquami di vite
arenate ai margini di un grido
filamenti, radici, qualcosa
che arriva alla porta e
vapora sull’uscio
in forma di respiro, un saluto
un sorriso stentato,   tu ora
dormi, io raccolgo la
sabbia dai vetri, la polvere
rossa che rinasce nel palmo
a ogni colpo di spugna, un varco
carnale che tracima alfabeti
parole per dire riconoscimi
sono tua madre, sono
l’acqua che
grandina sete nel
l’arsura dei giorni, la risposta
che scivola via dal
le labbra in forma di rogo

 

*

 

ascoltami, con gli occhi
accogli il colpo e immobile
pensa un cenno di saluto
per il fuoco, poi
componi la cenere
nel calice, un sorso di
calore per la tua pupilla
che ha sentito il gelo, il
dono che trascorre e
si allontana come si scioglie
l’alba all’apparire,   e credimi
la cera che ti porgo è l’unico
frutto del mio incendio
un pegno maturato in
sorte liquida
simile alla macula di
luce che annuncia la luna
ai poli, è cera o mosto
d’alghe, frumento di deserto
coltivato sui mari
di ponente, osservalo
portalo alla bocca, le linee
aguzze che nuotano
nel grumo sono un sigillo
di notti, e notte che ricorda
vene, umori sparsi, immagini
franate, come chi vive
per lasciare impronte, un
solco per la morte che
ci segue, che ci precede
in forma di stagioni

 

*

 

si piega, diventa immagine e
si dispone al pensiero
mentre affiora, la vela
che vibra e calca la marea
col suo carico di acidi, di
spoglie, di rifiuti, passioni
naufragate oltre l’orizzonte, e
aggiunge sbuffi d’edera
o di calce all’albero maestro
alla vite che prepara il vino
dentro il sonno e labbra per
ricucire l’ala nell’affanno, nel
l’inganno dell’aria
che si espande e spegne
il volo in fossili di piume
calcare al sole sulle rotte
del ritorno,   da un verso, da
una copia di scintille, ora
si scruta il cielo, il vetro
di un oracolo ventoso, nel
bianco dove opera lo stilo
e ascolta l’inchiostro, i segni
ammutolire a grado
sulla punta, a un battito
di ciglia dall’attesa, dal
nulla che
rifiorisce tra le onde

 

*

 

tardano agli occhi, simili
a stormi confusi che
hanno smarrito il passo e
al cielo guardano come a
un ignoto regno, le sere
ovattate di luna
che annaspano nei
liquidi dell’ago, nel fumo
artificiale che altera le strade
e accende voglie di luci
infette in ogni ombra, fiammelle
crepuscolari di ore incerte e
voci falsate sopra bende
di speranza, un
tanto di affetti e di scorie che
vortica nell’aria e precipita
nell’acqua salata di una
brocca, l’oceano di fiele
su cui fissi il sorriso
nel dolore,   il luogo esatto
è un gesto, la distanza
tra la mano e il buio in cui
transita l’ala al tuo cospetto
e chiede lumi, in grida
spalancate di domanda, sul
nulla di rotta che l’aspetta, quasi
dovesse vivere l’inganno
l’incanto di un’ora che
si leva, redenta, oltre il
labirinto

 

*

 

gli specchi hanno memoria
residui di certezza
assorbiti in estasi di vetro
sono scrigni dove il pensiero
fruga e, cieco, s’inventa
il profilo dei frammenti
che stringe tra le dita, ne
indovina lo sguardo, cerca di
ricomporre un suono, l’
ipotesi di un volto, di
una voce, con quella forza
vana che lo assomiglia
al passo dell’ubriaco, al
la bocca di chi vede trascorrere
il passato in forme liquide
e nel moto scomposto
crede ogni cosa possa
ricomporsi in essere, dal fango
dal fumo che respira, da
un coro sommerso di
stagioni,   mi guardo e
dico sono nel giusto, io che
mi nego a ogni pozza d’acqua
e, sordo al richiamo del
le fonti, i sogni spingo
al fondo delle arterie
consumati ad arte dal
la risacca del sangue, dal
l’abitudine molesta di
sentirmi cosa viva, un
bambino che stringe in mano
una pagina colma di
storie, ma senza segni
priva di parole

 

*

 

sapersi in sintonia
con la luce
franata dove sei stata
un attimo o una vita
prima che il
colore dell’assenza
riempisse lo spazio
vuoto dei tuoi
gesti,   qui ogni cosa
tiene la conta di quello
che hai lasciato, qui
sento il tempo premermi
sul capo con tutto il
peso che ti riduce a
ombra, eco di un
corpo che acquista
movimento a ogni ricordo
a ogni fitta che
ricolma il palmo
di schegge, di voci, di
abbandono, stimmate
di chi muore a
chi non sa morire

 

***

Tratto da Rebstein – Sezione “Tracce”

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