Impronte sull’acqua (I)

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se a fare ombra intorno
è un vento, un
tuffo a labbra ferite
nel cammino, la chioma
scomposta di lampade
che si rincorrono

 

[Francesco Marotta, Impronte sull’acqua, prefazione di Ivan Fedeli, postfazione di Luigi Metropoli, Sasso Marconi (BO), Le Voci della Luna, Collana “Cantiere”, 2008]

 

“ritorna ciò che rimane,
ritorna
inaridito d’ossido,
non come,
non concavo,
solo parole andate,
che rimangono,
a fare piaghe,
una dopo l’altra”

Giuliano Mesa

 

I.

Una rosa, in pieno inverno, è un caso, una distrazione del nulla.
Luce che si dilata, per un giorno, in un grumo di presenze.
Un ordine primordiale, ricomposto. Il corpo che parla la sua voce
più antica a disperazione della morte.

 

proprio sui margini
cresce l’ultima voce
il suo alfabeto
già respirato dal silenzio
se arrivi appena a
pronunciare un nome
sfiorando la veglia di
anime abbracciate
per agonia di una
risposta attesa, se
a fare ombra intorno
è un vento, un
tuffo a labbra ferite
nel cammino, la chioma
scomposta di lampade
che si rincorrono
si urtano, non
ti riconoscono,   ma
sono state il rosa di ogni pelle
la seta, l’oro che fascia
crudeltà di gesti
la fine del racconto
o forse il canto
dei tuoi accenti
in movimenti d’opera, del
le tue mani a strali
un laccio di sere che
si trascina astri e maree
quando in vuoti
bruniti di luce porti un paese
a spasso, dici nascimi
un sogno, nascimi ancora
strade incuranti del
ricordo, lasciami
un segno, un’
impronta d’acqua

 

*

 

una piuma, un’ala, una
figura sospesa tra
origine e bagliore, è quanto
resta per fare visita al
la notte, la sua natura di
smanie sepolte, di preghiere
tirate al cielo come pietre, un
dolce rimasuglio d’aria
il fiato di un in
visibile
ritorno a questa pace che
lontana dai tuoi fianchi, a
questo vuoto di radura, questa
piaga che profonda
in un grido, rallenta il
respiro dei fogli
che piangono cera nel
bianco,   fedeltà
che è rara e talvolta
lascia fuggire un appiglio, una
nube, un prodigio
slabbrato dietro il giorno
che migra trascinando la
voce oltre gli anni, la
impiglia tra i fili di un gioco
una storia, una luna nel
l’immediato riverbero
di un corpo, di un
lampo, di un’eco
placata

 

*

 

ha alfabeti di valli e
di aurore anche l’aria, nel
punto esatto
in cui il corpo
resuscita al richiamo del
la mano e la lingua
feroce
mente
annuncia un
nulla di salvezza, cede, si
disperde, libera il seno
animale al grido che
lo sfiora, al
l’acqua che al vibrare di
una foglia esplode in
desideri e
voluttà di sabbie,   s’incendia
e il lampo è regno
soglia, sentiero di
viandante

 

*

 

forse un sogno
che abolisce l’ordine e
separa forme
che il volo del
sole trascina, quando
declinante, scosceso
al silenzio s’avvolge
sul fondo marino, nel
l’occhio che vigila
febbri di spina
nel corallo svuotato
di seme, nel ventre
calcareo che ieri
era voce,   la conchiglia
recisa è un’
ampolla, clessidra del
l’onda, e sgomenta
rovescia la vetta
il monte, quel
l’ombra la vedi
indora le mani, le
rose di sabbia
fiorite su palpebre
cieche

 

*

 

niente che aspetti un fiume alla foce
il suo quieto
cristallo, le vene
gemmate di alghe
parlano il vivo dei venti
subìti quando il cielo
cercava di chiudere dio
all’orizzonte, goccia su
goccia, sospeso
schiumante tra
gli astri, il suo occhio
mutevole, invaso di lampi,   il dolore
mi dice continua
la corsa, riempi le mani
imbratta di sillabe, impara dal
l’acqua e poi
beviti a sorsi, travasa
la pelle dal labbro alle ossa in
giunture di linfa, non hai
scampo, non
sfuggi alla sera, sarai
luna crescente
in un coro placato
sommerso

 

*

 

agli angoli è lingua di artefice
è il caso che fissa
l’attesa, il compianto, il sentiero
incupito che mastica
fiori, la forma dei passi, la
ruggine che serve al mistero
per essere immagine, un
giro di sangue che
gli occhi
avvicina all’evento, l’assenza
che strema
pulsioni di voce,   ma
sembra riflesso anche il
pianto e la sera
rincorre la bocca, ti schioda in
un grido
svuota il letargo del
l’ultima serpe e
incantata
trascorre nell’uso che l’alba
dispone alla morte

 

*

 

attraversa un rimedio, una
zolla leggera
un carico d’occhi
al confine, e sul tavolo
a corrompersi in biade
stagioni, ornamenti, gesti
complici di anni negati al
la sete, li ricordi
che il male
qui
tenta la gola e le notti
assomiglia a un tormento
una piaga in
chiodata
in fondo al respiro, un
abisso il verde lontano di
memorie e
paludi,   e già l’ala
rinuncia la soglia, la
osserva rapita dal
fango che cola

 

*

 

ti cammina sul braccio
la tenebrosa
sapienza di
chi regge lumi
al mattino, ti
acceca
il risucchio dell’olio
che sciama in vapore e
incendia il tuo
occhio
che spunta in un prato,   dal
le gronde di un foglio
dove transitano stelle e
voragini, il profilo distante
di una voce
intravista per caso
si perde tra l’inchiostro e
la pelle, in
certa se
dire il distacco o
annegare negli specchi
del cielo, infinito
rantolo azzurro

 

*

 

sempre al termine
l’inganno dello sguardo
punito, trovare in se stessi
il rame che modella la festa
il gran gioco del
l’umile
sottratto al bisbiglio
del nome, al
la firma muta
degli astri, al sesso che
cova minuscole
accensioni di mondo,   e
l’inguine grida, profuma di
mosto, quando l’anima
salpa e sfavilla, si trascina
al largo il tuo ultimo
parto, pensieri
che sembrano neve

 

*

 

qui è domani, vizio
assurdo di speranza sfamata
con alcol e catrame
sfumata al cospetto dei vetri
occhieggiando il
colore del sangue
il suono che palpita e
alle vene regala desideri
di luce, la
macchia di un simbolo
tutto messi e
papaveri in
fossili d’ambra,   tutto cielo
che cresce, fiorito di spine
tra isole e agavi
in assenza di verbo
fiammante di bocche
dove si origina sabbia e
il respiro si sazia a una
fonte mai
nata

 

*

 

sa di inverno la
bava di luce
che finge l’alba ai
tuoi vetri, un
prima di latrati che
gravano l’aria
col peso di un occhio
risanato,   perché
oggi anche l’anima
invecchia, dilaga nel
folto, comincia il suo
giorno tra labbra e
lenzuola e agli occhi
regala un singhiozzo, al
la mano
che corre in aiuto una
colata di calce

 

*

 

ci sono versi scritti
con gli occhi, li
riconosci quando
tornano in superficie
spaiati in
sincronie di vuoto
e all’albero
toccano in sorte
che si fermò alla tua soglia
chiedendo ritagli di lacrime
un nome da respirare
crescendo
fino al prossimo cielo,   domani
brucerà a una
fiamma di neve, e lo spazio
del suo ultimo grido sarà
l’orizzonte tra
palpebra e
palpebra
che si restringe nel
l’orbita di fiori di
sale

 

*

 

la luna si contorce al
la parete, si
sbreccia tra i vapori
azzurrini dell’acqua
che scivola a fatica sul
la pelle,   la mia
casa è una soglia
da cui guardo il mare
farsi fiamma, e la risacca
disegnare il
dis
ordine di un’
eternità interrotta al
la parola
grido

 

*

 

l’offertorio è un sentiero
tra il letto e un
morso d’insonnia
per vedere l’occhio superstite
perdersi nel sangue e
pallidire l’ultima
immagine che scalpita sul
la retina,   anche
il calice si screpola e
ingiallisce di muffa
e perdòno, ma
la quiete non sbarra
le porte e
gli anni replicano il singolare
fumo del loro
sciamare
svanire
dissolti

 

*

 

la forma che
brancola nel buio del
la mente
sente la pupilla
divaricarsi al passo e
nel respiro
superare il furore di ogni
distanza,   ho eletto
a mia dimora la
materia in
differente
di un’
ombra
che resta
ombra anche in pieno
giorno

 

*

 

disordine di sguardi, artefice
il fuoco che altrove
spinge l’occhio a una
vicenda di transiti, al
l’ombra che avvalla e
rovina nell’erba
umida di scintille, e tu
che crolli per l’aria
nel segreto coltivi vertigini
di perdute tenerezze, la
passione che ci perseguita di
anni dementi,   e forse
solo la cenere ormai
continua ad albeggiare
in superficie, mentre
i figli, ignari
giocano un sogno
tra gesti raccolti qui
a terra, la tua bocca
in un angolo, la
veste nuda
che mi somiglia come un
grido, come un
addio

 

*

 

dal gioco
dispiega un cammino, un
vuoto di
alberi, acrobati
di luce tra
casupole di paglia e
macchie di
polvere sospese sul
la carta a un
crocevia di
piogge,   alla fine
basta l’eco di un passo
a strapiombo e
la soglia sul
lavacro del risveglio è il tuo
corpo disteso nel
la fuga, il lessico
strozzato da un male
leggibile anche
senza
occhi

 

*

 

di simile ha un
giardino, si
arcua la sua carne
nel punto in cui l’ala
affastella la pelle a
bisbigli di luce
tra le fronde, lo ricordo
nel suo respiro affannato
che inciela invano
le piume
trapassate in rivoli
d’asfalto, la sua
luna di desideri
che slarga
la bocca dove il dolore
si coagula
in vomito,   dicevi del
l’angelo come un
ruvido nero
maculato da chiazze di
volo, dicevi
nel cavo degli anni ora
temi la nascita, l’
inganno del
sangue che preme al
l’altezza degli occhi

 

*

 

riesce più il sale a
dire la verità del
la luce, quando il suo
nome è un’eco, un’
impronta su
un foglio di via, come
avviene tra il fuoco e
una vela
arenata in onde di brace
o allevando porfidi d’acqua
per la sete di
segni
illeggibili, cresciuti
in punta di dita,   anche ieri
fa giorno da un
grumo di secoli, sottrae
domande ai ricordi e
si pensa, già in odore
di sabbie, risalire i tuoi
occhi fino all’aria
che brucia, ora
tace, l’inverno è
un pantano di fumo, tu
comincia a guardare il
rivo di pioggia
che ti esce sangue dai
pori

 

***

Tratto da Rebstein – Sezione “Tracce”

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