Poema dei doni (I) – Il dono di Eraclito

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solo il bianco
colma la meraviglia
di ciò che accelera luce
dentro l’ombra

 

[Francesco Marotta, Poema dei doni, 2006, inedito]

         I. Il dono di Eraclito

1.

trama volti dove traspare il taglio
il grumo arso di graffi
che alla pietà si stempera
e declina
in piume e acerbe fedi
di memoria

               anche l’ultimo ritratto
               sa di sguardi trattenuti a spilli

padre e madre
crocifissi alle pareti
nell’umidore che riassume
vita e nome
in febbrili transiti di anni
tracce di muschi

               li alimenta
               perché prendano fiore
               nell’innocenza senza labbra
               dei muri

voci profumate di assenza
mi parlano

               lei dice figlio
               sciogli i versi in grida
               ora che imbarca il cielo il tuo silenzio

ora che

               la rosa dei tuoi passi in rilievo
               sanguina distanze sulla carta

già lacrima il giorno
la sua ferita d’aria

               l’invisibile approdo del vivente

 

2.

solo il bianco
colma la meraviglia
di ciò che accelera luce
dentro l’ombra

               la voce è pura forma
               e parla il corpo
               che si fa piena nuvola
               lampo improvviso di grazia

un dove di ricordi
alla prova del respiro

               e appena oltre già in atto
               l’aridità del giorno
               sull’edera autunnale

un orizzonte ansioso

               la chiusa
               assordante delle acque
    
sulle mani
che si spogliano dei giorni
davanti allo specchio muto
di un lume rovesciato

 

3.

insonnia
anche questo è segno
finissima polvere
che avresti detto orma

               ala ancorata
               a palpebre di terra

se agli angoli strappati dall’incuria
l’accordo che transita
tra pupilla
e
lingua
non diventasse volo

               pozza fuggente di colore
               dove pesca il tempo
               le sue vesti d’acqua

vapore
che si sente respirare
mentre varca la soglia
delle tue lune
spente

               crateri colmi d’echi
               lontana vertigine di fonti
               di accaduto

 

4.

scheggiato da una lingua
che dice morto
il tempo che sbianca nella mano

               per te
               che prendi tempo
               come si attinge un pungolo
               un indizio
               dal tormentato rovesciare impronte

così
a un passo appena dal solco
che fino a ieri era frangere
di labbra
tu batti la riva
a misura di vela che consola

               tu
               rivestita di nebbia
               sapiente viluppo rossofuoco

tu che mi assedi

               abitabile pupilla

che mi chiami

 

5.

scrivo per regalarvi il vuoto
la mappa precisa di un’assenza
alla tavola imbandita
per il tempo che
stanco
ci precede

               si coagula in lenti giri di giostra
               sui volti che attrae
               come fa un lume
               dal fondo di oracoli
               socchiusi

ora
non è che un brivido
un tratto improvviso
sul foglio che dilegua
al primo impatto

               una pozza rigonfia
               dove ristagna acqua
               di altre
               nevi

 

6.

l’ovale che naufraga
la calma dello specchio
è un occhio in odore di cancrena

               all’alba
               premendo forte il fianco
               ho liberato il vento

forse l’ho guarito

               ricordo
               c’era mia madre in sogno

mi accarezzava il viso
muovendo in circolo le dita
come chi accende voci
sull’altare deserto
della nascita

               con le sue lacrime sospese
               tra l’ombra cava
               dove piantuma rose senza stelo
               e la fonte in mezzo ai seni

gli astri feriti
da cui attingeva luce

 

7.

libera la tua notte
dal labbro che esausto
non risponde

               dalla passione
                che mareggia indecisa
                tra nugoli di accenti

misura la consistenza
dello spazio vuoto
che in quell’acqua immobile
si illumina
e
senza immergerti
lascia che anche la pietra
del tuo corpo sciami

                quella che ieri avresti detto
                albero lampo di stagione
                respiro

io mi improvviso pagina
follia d’inchiostro

                forse mi vedi

sto dentro questa luna
di azoto
ne agito il chiarore

                calcolo quanto resta
                dell’infanzia di un lume

quanto vento fallisce il salto
dal ramo dove pescava acqua
al cratere di cellule
in fiamme

                 che si somiglia a volti
                 di speranza

 

8.

anche la pioggia più gelida
e
fonda
si defila in angoli di fumo
in questa stanza

               qui

dove nidifico
tra filamenti di brace
e allevo rami di pietra
per fronteggiare i marosi
partoriti dalla mia stessa
ombra

               ho appena tratto a riva un ricordo
               dal fogliame alluvionale
                che ancora chiamo bocca

ho appena un ricordo

                mi resta
                questo rivolo di sangue

che dalle labbra smangiate
tenta la carta
con voce di seme

 

9.

sfigura il buio
divorando la magra simmetria
d’ombra su
ombra arresa

               la piaga che affila luci
               in fibre di catrame

l’ago in contorsione
tra le costole
e il respiro

               ricordi?

proprio qui
a un soffio esatto dal cuore
a misura di mille gocce mobili
che liberano cielo
dalla stretta dei fondali

               ancora ieri
               somigliava un fiore
               cresciuto al riparo degli sguardi
               coltivato dietro grate
               di corallo

costringeva il sole
a rinchiudersi foglia dopo foglia
nel silenzio dei suoi enigmi
di polvere

               nel dolore infantile
               di una fonte resa
               muta

al suo passaggio

 

10.

ci sono sere che arrivano
a vampate
quasi a sommergerti
presagendo il carico di sangue
occhi detriti
acidi
che la tua mano libererà
nell’ombra

               l’ombra che soffia pensieri
               in voli radenti intorno al palmo
               e grida al tempo
               lo svuota lo abita
               come il ventre
               d’una conchiglia arenata
               il respiro in lontananza
               del mare

quel desiderio
di spine aguzze d’onda
che la consuma

                ci sono sere che resti ad osservare
                la nuvola di fumo
                che sedimenta segni
                nel tuo sguardo

e

                il corpo è altrove
                la lingua non mai nata
                il non ancora
                in ciechi cumuli di calcare

esplode

 

11.

dico a volte basta
a volte è già conforto
confondere la mano con le foglie

               stringersi le dita farsi vento
               perdersi perdonarsi
               farsi dono di resina
               che l’estate pietrifica
               sul ramo

e tanto basta
se quello che ti resta
colma l’attimo
acquieta la voce
nasconde le sue tracce

               se
               vivere è ancora
               disseminarsi in pollini
               fiorire

per ritrovarsi straniero
a ogni angolo di strada

               ma io dubito del giardino
               che chiede spazio ai sassi
               aspira a farsi mondo
               e ignora il fuoco
               che ora mi stringe a pugno

che vampa

                memoria visibile
                che risale il braccio

si fissa per sempre
sotto
il labbro

 

12.

fitta d’ala
se indovini terra in un verso

               se assicuri alle labbra
               cibo di neve
               oltre la linea autunnale
                che ti separa dalla tua stessa mano

follia d’ala
il punto invalicabile
tra le pietre del giorno

                la minuscola grafia
                che ti innamora

come

                l’oscuro
                la cecità del sole

un reliquiario d’ossa
l’ultima icona
spenta

                naufragata

 

13.

mio figlio raccoglie storie
giù in cortile

                lo guardo
                scegliere tra i sassi
                il grumo levigato
                che chiama spiga
                pane

la sabbia in polvere sparsa
a cui dà nome
neve

                 è così
                 che fa primavera
                 tra i rovi

e albeggia
anche la siepe
sradicata

                 (

ma oggi
guardando quelle zolle
mi sanguina la voce
al suo richiamo

                 la piccola clessidra
                 che scuote e scuote
                 sfregando i grani
                 che stringe dentro il palmo
                 grava sui miei occhi

e io cado
sotto il peso
dei suoi pochi anni

                 come chi sporge a un tempo
                 privo d’ombre

per trattenere l’inverno

                 e non ha
                 mani

)

 

***

Tratto da Rebstein – Sezione “Tracce”.
(Immagine: Emilio Merlina, Take some of my water, 2007)

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