Postludium (III)

dove la mappa vocale si fa specchio
radura alluvionale
estasi immillata di rituali inquieti

 

(Da: Postludium, nota critica di Giuliano Gramigna, con un disegno di Giovanna Fra, Verona, Anterem Edizioni, “La Ricerca Letteraria – Collezione del Premio Lorenzo Montano”, 2003)

 

marotta1.jpg

 

         III. Oltrarsi in qualche specchio all’insaputa degli occhi

 

gabbie   disinfettate   piegando   le   mani   in   posizioni   di  gioco
oltrarsi  in  qualche  specchio  all’insaputa  degli  occhi   muovere
pagando    l’impulso   che    dispone   memorie    a   un   crocevia
di epoche  (lei si produce  intanto  nel chiaro  di nebule  chimiche
e raggomitolata si offre alla sera quale feto di scimmia impazzita)
eppure  quel  liquido  oscuro  che  sciama  dal  ventre  sul   foglio
in  fondo  alla  pagina  lo  vedi   soffia  sul  seno  lettere  immobili
calligrafiche  labbra  di  adesso  ossari  di  canti  in sudari di  resa

 

*

 

traduco in infanzie le vene gli  occhi  abitati  da  penombre
di passo  così  numerose  che  non  tace  il labbro  segni
pensati nella profondità del loro suono proprio nel punto
a un bivio di luce  dove  la  mappa  vocale  si  fa specchio
radura  alluvionale   estasi   immillata  di  rituali   inquieti

 

*

 

in sogno contratta  un  varco  un  guado sopravvissuto a
immobili sabbie meridiane  e  non un grido  che  richieda
anni  a una morte fanciulla  la  sua  mutazione  in  copie
avanzi di schiuma  e  all’improvviso  leggere  nella  sera
pagine  di un mare  attaccato alle ali  la durata descrive
una sorte in archi di danza  una ghiandola tesa esplode
di  ruggine   fiore di miele   incantato dal lampo  del nido

 

*

 

ci  fosse  ancora   luce  con  dentro  un’ora  bassa  il luccichìo
che guizza  fingendo piume ritrovate a caso  cellule in semi
cerchio a gara nel sognare arpe d’erba  e il fumo acre di un
flauto il lento abisso che batte tempo agli occhi tra le vocali
brucia   vagando   come   azzurro   fossile   lampo   azzurro

 

*

 

luna su uno stagno  in punteggiate  labbra  di finzione
che va perdendo umori di conchiglia  e  riveste  giorni
di strani lampi  a  un crocevia  di rondini  ma  al  primo
grido  è un pensare  in cifre  di fondali  e  si  annuncia
tra rovi e faville  mentre  sanguina  grumi di presenze
respira valichi di piume  si  offre  a  bussole  nascoste
vermiglio squarcio  dall’immobile profumo  di accaduto

 

*

 

l’epidermide accesa da spine di stelle  innevate  da sabbie
di zodiaco  che il naufrago  tesse e ritesse  per  sortilegio
d’isole sperate  o forse  gioca  con  l’inquietudine  silente
dei relitti  e le sue labbra  gonfia  di preghiere  salmastre
se la notte cede alcuni sensi  lasciando il respiro  confuso
nei suoni vaghi di presunti porti  ma la luna va sulle onde
a scoprirsi  lume  di una pupilla  offerta  in voto  all’acqua

 

*

 

di  fughe  come  da certezze o volti  che  sanguina  il  mattino
inchiodato  all’àncora   sopraffatto  dal   lontano   dai   lunghi
incensieri   dell’ombra    così   ardisce   rose   colme   di   sete
mente  nella   lingua   dei  viandanti   di  essi  tenta  la  notte
vi fruga attese erbe stupefatte raccolte dietro grate di parole

 

*

 

rose innevate di giorni appagati dalla forma dell’andare
sorgenti di un altrove remoto nell’arsura di una pupilla
che si fa dimora  inaccessibile  di  segni   e nel chiostro
furtivo  dell’ala   si  raggomitola  tra  l’astro  e  la  sera
connubio semprefuoco che cede istanti  perciò l’ombra
rende alle mani la sua voce nutrice  l’intorno  inondato
dal  silenzio   che   annuncia   il   lontano   albeggiante
di un seme  in  limpide pozze  di gelo  carne  e  stupori
che  danzano  un  aroma   perduto   di   illuse  eternità
alfabeti  sensibili  al nome  impronunciabile  del  tempo

 

*

 

conserva  impronte sbocciate dal fondo la riva di un sasso
battezzando il passato dei nomadi in nome del suo corpo
che  dilegua  al  lievito  dell’onda  che  fu cratere  o  felce
leva sincronica di archi  o  sostanza  fumante di papaveri
forse   una  luna  in   r e s p i r i    di  cielo   sulla   gronda
divinazione di fuga in un gioco di assedi  stelo di uragano
per la parca che s’annuncia  dal guado  dilatato  delle foci

 

*

 

rotta  imprevista  di ritorno  da fuochi  di marea  e c l i s s i
notturna che fa eco da un passato di derive quando frana
in  chiari  sillabici  contro  fari  azzerati  in  ritagli  di luna e
ancora inquieta  memorie  di  venti  correndo  in superficie
albagìe di specchi un dubbio d’isole intraviste imprecisabili

 

*

 

lingua appassita come un naviglio all’àncora che da tempo
si nega all’acqua  che  dimora  e  più non traccia  un  volo
dai  fondali   dove  ricoperta  d’oboli  ansima  e  di  silenzi
la febbrile pupilla  di cattedrali d’alga  eppure  dava  voce
a  crediti  di  memoria  quando  si  tolse  gli occhi  e  cieca
lampada  d’argilla  rischiarò  le vetrate  dei suoi  a b i s s i
fiammante verbo  di  fossili   remoti  o seminagione d’albe

 

*

 

schianto   di   foglia   che  è   primavera   autunno   fuoco
del  crepuscolo   risale con folti dolori  ogni piccola morte
ogni paesaggio un ritorno e il passo una lingua bambina
per dire di un lume  nerissimo  astro  dal  gelo degli anni

 

***

Tratto da Rebstein – Sezione “Tracce”.
(Immagine: Giovanna Fra, Linguaggio mutevole, 2007)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...