Postludium (II)

Nati dalle ceneri di un volo
osserviamo transiti di aurore
dalle grate vocali di giardini murati.

Portiamo in bocca
le nostre candele accese.

Nelle mani ali recise senza cielo.

 

(Da: Postludium, nota critica di Giuliano Gramigna, con un disegno di Giovanna Fra, Verona, Anterem Edizioni, “La Ricerca Letteraria – Collezione del Premio Lorenzo Montano”, 2003)

 

marotta1.jpg

 

         II. Ombre tradotte in più lucidi lumi

 

naufraga ci infiamma   l’ora  inferma   che  annuncia  i  suoi  vanti
atomo  polveroso   di  chimiche  arsure     fissando  il   fumo  che
fabra ermetici segni  sul labbro   e  si  trastulla  d’ombre  impure
tradotte in più lucidi lumi   forse  tesse  l’astro  natale  sul verde
lo guarda per vanità di viscere innevate svanire in fuochi ondosi

 

*

 

sorge alato e stempera in salive  chiuso oro dei vivi
in  simulacri  armati  di ombre votive  cifra  animata
che addestra lampi ad eternare l’attimo di un grido

 

*

 

si  riduce  negli  angoli  diseguale non essere del giorno
nitore senza durata raggrumato in trasparenti epigrafi
labiali  assiemato lungo i margini di mappe  in  precario
equilibrio  ma  ignoto alle forme del suo nascere  delira
profili  abissali  di  sfingi  sabbiose  racconta  derive  di
assenze secolari  il  mutevole  dire  di arbitrari possibili

 

*

 

oblique  adombra  memore di sguardi calcinati le anse
rarefatte tra stagioni di piogge miniate  e una lingua
che alberga incerti alfabeti di cobalto poi si aggruma
macchia riarsa sul labbro o strinata parola non vista
formulando rituali per le notti  e arabeschi di cometa
s’inabissa rincorrendo la traccia che trabocca e dura
nel dialogato stame  nelle  albagìe  di fiori di granito
invariata  caduta  nel  fuoco labirintico di un chiostro

 

*

 

lingua  di  numinosi  cigni colti al laccio  sveglia  col labbro
sazio di foglie che si tesse in seriche solitudini meridiane
crebbe  d’insidie   il  varco  traversato a nuoto  portando
in bocca  lumi di vischio e  roghi  per  il  rettile  dei  giorni
si fregia di aeree piume la voce che dal tumulo brama ali
il favo d’inchiostro  che  riversa  accenti   fonte  e  arsura

 

*

 

l’enigma di un seme trasforma il cielo in tracce di vermiglio
per bere  in coppe di eremi disfatti  la  pupilla  assonnata
in lotta  con il lume  ma  ebbe  per  guida  la  fame  antica
che bastava ai rami  immobili  contro  risacche  di stagioni
ora mostra la sete al vento in sottilissime lingue di corallo
al   corpo   offre   in   tributo  vampate  di  mani  e  questa
che  fruga  selve  di  sguardi  presagio  di  indicibili parole

 

*

 

equoree   distanze  d’incompiuto   forse  di   un  qualche  volto
che  del  vivere   nuota   voci  pallidite   o  grida  di  fanghiglia
pensando in fumo come vapora la speranza malattia d’ombre
che  cumula  sui  muri  albori   di  lumi  vegetali   e   nidi  d’api
ma  trattiene   frutti   cromati  dei  mesi  e  gabbiani  ritornati
dal maestrale  se  dura anche una foglia  sulla  bilancia  tesa
da  un  insetto  e  il  cielo  scioglie   a  soffi  d’ali   di   cristallo

 

*

 

trama a fitta rete  che mai compone  con vacui segni  un patto
d’albe  o carte aperte  a manti di fortuna   l’ultima  che  resta
straniera riversa dentro il palmo  acque dagli occhi  e  transiti
di meridiane nomadi se a un tempo remoto polare di pratiche
ascetiche  simula divinità intermedie  e  profezie  di  dismesse
vite  ignorando la rosa notturna  emersa dal sogno  di ombre
capovolte il respiro velato dell’invisibile che si fa lampo attesa

 

*

 

In più luci/di lumi

 

scrivere per dire il delirio che spira osando carte
finché  vampano  a  pelo  d’iride  disfatta  sillabe
svenate   n o m a d i   che   inventano   orizzonti

 

*

 

poi  incontri  la  tua  immagine  franata  in rivoli di polvere
come  riflessa  per  malattia  di specchi  acrobata di abissi
in tentazioni alcoliche  con dentro mute  di ordinari  giorni
in  sottofondo   musica   di   clorofilla   a  turbare   il   ciglio
ora che  fissi il mare   e  a  ogni  accenno  di  vela  svanita
riconosci  nel  palmo  il  morso  di  lingue  di  rogo  il  mare
che tace assorto nell’eco della tua obliqua molteplice voce

 

*

 

gioca  l’enigma  che  ne  raccoglie  il  nome   in corpi  segnati
nella   geografia   di   un   verso    quando   ricompone   alibi
al  pensiero  e  anticipi  d’abisso  nella  muta  preghiera  che
piagava il labbro  ma  ritrovato  dalla  sorte  a  un bivio d’api
indica un cammino tra venti di follia  fino  alla  mantica quiete
dove si origina dalle ombre l’inventario immutabile degli astri

 

*

 

docili varchi slontanano nel naufragio del sole da un’immagine
in piena sciolgono lacci alla luna  in angoli  di  pupille  invernali
per non sai quali soste o spazi appuntati sulla pelle del giorno
con aghi di grida oasi per pellegrini di alfabeti l’impossibile così
presente che le tue mani insegnano acqua a chi vola in cenere

 

***

Tratto da Rebstein – Sezione “Tracce”.
(Immagine: Giovanna Fra, Opera pittorica)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...