Madre di creature ferite

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il paradiso lo scopri nel breve volo
di un bambino
senz’ali – lo vedi, beve dalla tua bocca
anni sfioriti, frutto dell’incesto
tra miseria e miseria

 

(Da: Francesco Marotta, Hairesis (2004-2005), E-book, Biagio Cepollaro Edizioni, “Poesia Italiana”, Milano, 2006)

         Madre di creature ferite

1.

Costretta dietro reticoli d’ombre, incespica
la pupilla
che a stento tiene a distanza il morso, la bocca
da cui la notte scivola (quale non era stata mai
nel libro dei millenni,
immensa, arrossata
radice sull’arco
inteso alla gelida eco dell’ultimo
grido) –

scivola, straripa, s’avanza a strappi
nutrita di sogni in tutti i pori,
marea danzante di acque che seminano spine
rovi di brina per fingere parole –

ha un sonaglio di alghe macerate sulla lingua
e tra le labbra nomi naufragati,
per ogni ora
un’onda che cancella la tristezza
e lenisce piaghe di abbandono – in cambio
chiede respiri, carnali schegge d’alba
una memoria inerte, spianata
di ogni traccia, di ogni seme, ogni pensiero spento.

Lontano,
altri deserti accolgono
il sangue disperso delle rose –
intrecciano oasi
per dare riparo a un’ala alla sua foce,
dimore dove un chiarore accende
desideri impensabili di vita
tra simulacri di anime migranti nell’afasia dei giorni

– muti, invisibili, inascoltati palpiti di mondo
davanti a tavole imbandite,
nel dormitorio che ci consola
di diventare ciechi, esistere da morti
appena nati.

 

2.

Il cerebro mareggia nel nulla del crepuscolo
ingrigia, fiamma, al suono che di specchio
in specchio
scorta la mano alle estasi del vino,
all’ammasso lunare
che attesta la nascita alberata della sera

– una mano ancora aperta
al baratro del sonno, con la sua ciotola
il suo pane marcio di detriti
arenati sulla soglia di un dolore cristallino
(anche lo schermo
soffre il segreto
del suo occhio verdemare sempre acceso,
la retina spezzata dall’onda che preme
la mandibola, il respiro) –

e di là il lutto, la predica imputridita
in mille lingue,
la benedizione oppressa di numeri,
di cumuli di tempo,
di morti assediati di colori.

Il drappo che sventola sdrucito
al sommo dalle nostre vite, è già domani –
un mosaico
di bave
di gabbiani, l’arcobaleno lacerato
da sguardi ammutoliti di clessidra,
dalla moneta che fissa la paga di caronte
prima dell’ultimo giro di giostra,
poco prima del canto dell’ultima sorgente.

E c’è chi risponde latrando
accenti sterili di resa
mentre il sale lentamente cresce come un rivolo
di lava, e a fiotti intermittenti
matura d’ombre quella fonte, scava
ci abita, solidifica notti lungo il viso.

 

3.

Non ricoprire di pietre
l’immagine che dal respiro cresce, ricresce
fino a tentare il sonno
di un dio imbiancato di rughe e di tramonti,
la sua ombra non mai coniugata
di pianto (il paradiso lo scopri nel breve volo
di un bambino
senz’ali – lo vedi, beve dalla tua bocca
anni sfioriti, frutto dell’incesto
tra miseria e miseria) –

un dio consacrato dalla sabbia
che finge neve satura di pollini
il chiarore di luminarie senza giorni,
offerte votive di frutti e di stagioni
le mani del carnefice –

e già tutto il dolore è niente, il mondo
è niente,
è tutto ciò che avviene
nella traccia ammuffita di voci e di alfabeti,
un segno che aggiunge note
a partiture di angeli malati,
a geometrie di vuoto.

Solo l’ora in attesa
al limitare di un libro
colmo di figure senza anagrafe, questo stormo
inquieto di minuti
cui sbarra la rotta un presagio di uragani
e il cielo spinge
a rovescio dell’ultimo orizzonte,
recita il suo rosario di polvere e derive

– un fragore sordo, un frangere di relitti
contro lo scoglio della prima lacrima
che reca in sorte immagini
affrancate,
memorie limpide di voci, di futuro.

 

4.

La casa sul confine della sera
ti fa cenni di saluto, accende lampade di addio
nelle pupille nere del ricordo.
Tua madre visita in silenzio angoli di cielo
numerando le ombre una a una, raccogliendo
macule di stelle
dai capelli che conserva dentro il palmo (ieri
sorpresa come una fontana
nel gioco delle ore, si fermò
orfana di giorni
ad illustrarti i fiori del giardino, la morte in attesa in mille
e mille petali di luce) –

Tu oggi nuoti nel guado assolato dei meriggi
e nomini il sangue
che ti germoglia in bocca parole senza suono –
qui è il presente –
dove un grido conficcato nel petto
traduce in sillabe di fiamma
il lontano dei mari
immobili sotto il peso di vite a pelo d’onda.

 

5.

Coscienza: quanto rimane al bivio
tra dirupati alvei colmi di storia, crimini e macerie
e l’urlo inudibile di comete dissolte
dietro gli occhi –
traccia di acque abrase
che ancora si dura e in parte schiuma
dove è giusto albeggiare ricoperti di schegge
e al silenzio offrire quanto tra i vivi
è ancora vita, neve fragrante in ceste
di parole (il vuoto intorno
cumula nidi di palude per l’ala che si cerca
e nuda annaspa
dopo il naufragio dell’ultima speranza) –

Il fuoco spento, a misura degli sguardi
rischiara ancora il cielo ai vincitori
– le case, fatte di calce e cenere
perdono vento in flutti salati di preghiera, confuse
nell’ombra di una stella
che porta inciso dentro il nome seme,
l’attimo che ferocemente cerca luce.

(Solo l’esilio resta
agli ultimi abitatori delle sabbie – migrare ai chiostri
dell’aurora, trascinando sul labbro
il sogno di pianure senza notte
– attraversare cammini di spine, tra simulacri
di immagini mute rapprese dentro l’ambra,
curvi presagi
dell’era glaciale prossima a venire).

Non lavare le mani alle mie rive,
mormora l’alba ad ogni nuovo incontro,
non ripulire il fango
prima di ricamare croci sulla fronte –

piuttosto
addestra la tua polvere
a essere voce che parla in altri segni,
sbozzola i fossili
fanne scorza di pane e vino – il pasto che conforta
il dolore di un dio senza più figli,
nel silenzio del suo mondo che va cieco.

 

6.

Che tu sia maledetto in eterno
signore degli eserciti
dominatore di sabbie millenarie
di regni appesi al cielo o chiusi
a scrigno in cattedrali d’alba
impastate di lacrime e di sangue
pietra su pietra, luce su luce
abisso azzurro di puttane e mercanti di stagioni
di teste mozze, di acque di sorgenti deflorate
di bambini immolati alla tua gloria
di donne stuprate, di voci calpestate
di occhi ridotti a squame dal fuoco che purifica
e porta pace in terre di tormento –

dio dei poeti che parlano in tuo nome
di crociati armati di membri benedetti
per inseminare il bene in moltitudini malate
per scacciare il male alla radice
dal midollo venduto pochi denari al chilo
dalle vagine sventrate a colpi di preghiera
di vergini infanti che partoriranno sale
non più corpi di cani, di infedeli.

Che tu sia maledetto, relitto osceno del diluvio
idolo che si quieta nel furore,
notte di notti, immagine di notti –
maledetta la tua stirpe di ombre salmodianti
di morti assiepati sotto le tue grasse insegne.

Guardami –
io che non so pregare, che non ho mai pregato
io oggi prego
non te, i tuoi feroci altari
ma il respiro che parla nei sogni di mio figlio
– il respiro della mano
che al risveglio gli accarezza il viso
mentre in silenzio depone un fiore
nell’urna d’aria della luce

– un fiore per non dimenticare
i mille giorni e mille, tutti i mancati soli
le voci assenti, recise sullo stelo
dei suoi fratelli che non avranno nome.

 

7.

Luminescenti segnali di festa in ogni strada –
ai margini, come seguendo orme
senza suono,
il passo ampio di chi si impenna e vola
dove il silenzio è madre,
il dono di un’ora che si trascina
fino a che il mondo emerge dalla sua pelle infetta
e si abbandona al richiamo
del lume che tace nel profondo (il papavero
intanto
assorbe nel colore
i nomi in cui trapianta la sua sera, la nuda piaga
delle spighe sradicate) –

Declinare la cenere, coniugare gli occhi
a immaginari residui di scintille,
per dismisura di umano bruciare divise e bandiere
dare fuoco ai giorni di dicembre
procurarsi una lingua
che parla il seme e il verbo del disgelo

camminare di fianco all’angelo
che recita i nomi degli assenti
essere le sue gambe, l’acqua che porta alle sue labbra –

e ancora urlare quanto negli occhi resta
trapassando dal sonno
alla veglia misericordiosa delle ali,
portare la sua ombra stretta al dito
reggere grani e vento, farsi sete.

Farsi sete – cercare il ristoro di ogni fonte
abbeverarsi all’eco
dell’altro che reca in mano
la voce ferita che ci salva,
l’alfabeto dell’unico cielo che ripara.

 

***

Tratto da Rebstein – Sezione “Tracce”.
L’immagine è tratta dal sito www.kelebleker.com

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