L’arte dimenticata di morire (II)

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invisibile
come chi, già parte del silenzio, nel silenzio
aggiunge sillabe al fuoco, echi alla fiamma
perché più alto, più profondo risplenda
lo sguardo che ti costringe ad ogni croce

 

[Francesco Marotta, L’arte dimenticata di morire (2004-2005), inedito]

         II. Lo sguardo che ti costringe ad ogni croce

 

anche l’alfabeto dei monti si fa buio
s’assiepa nelle ingiallite foglie dello sguardo
muto come il suo occhio
che cumula ieri nella dimora di un sasso
nell’onda della dolcezza che s’estingue goccia a goccia
innanzi ai giorni –
nevica, oltre l’udito, da una fragile conchiglia sabbiosa
senza mattino – e forse il tratto d’azzurro
che fa cenni d’isola e di porto nel naufragio
è il sogno di mio figlio
che cerca di fermare la marea – è la sua ala
colma di parole
che si fa strada, sicura, in fondo al cuore

 

*

 

presto le mie mani saranno terra
e i figli, stretti sul ramo come foglie l’uno all’altro
saluteranno l’estate che si congeda dai miei solchi –
sono giunto a una città che veste gli anni
con sudari di canto, immobili nel chiostro di sale oltre le mura
nel naturale volgere dell’ora in semine di vento –
porto con me reliquie di nebbia
arabescate dal freddo sulla pelle, come chi ha paura
di smarrire lungo le stagioni
il desiderio antico di tornare – che si ripete ogni sera
come il miracolo di un fuoco
quando occhi bambini mi strappano ai ricordi
e io mi tengo stretto a quel tanto di vita
che ancora palpita nell’apparente bagliore
di una stella

 

*

 

madre,
parlavi del Cristo degli ulivi – del dolore che salva
a me che, a pochi passi dalla terra, ero la pupilla assente
di una pietra muta, la sua lampada (salutavo
i cieli senza accenni di pioggia
che si erano rovesciati in cenere, i miei piedi nudi
nei rigagnoli di polvere al fondo del giardino) –
e ora dormi,
hai riposto la voce nei fori sanguinanti degli arti trafitti
come si custodisce una goccia di bellezza
nel calice dei giorni –
ciò che urlò la pozza raccolta delle tue lacrime
mi rende invisibile all’estate – invisibile
come chi, già parte del silenzio, nel silenzio
aggiunge sillabe al fuoco, echi alla fiamma
perché più alto, più profondo risplenda
lo sguardo che ti costringe ad ogni croce

 

*

 

in volo, nello spazio dove la terra non si prodiga
a disegnare confini
con le sue mani d’acqua – in volo
dove nessuna voce incorona l’abisso dei minuti
e il giorno è una dimora lontana di cristalli di neve –
oppure qui,
partecipe di un gioco
dove si affilano oracoli di gemme
da viscere premute alle pareti – in questa stanza d’aria
smossa solo dall’onda del riso di un bambino
dal pianto minaccioso della fame
dai fogli trasaliti da schegge di passato –
in quest’attimo
dove si incrociano regni
nella sfera di luce di un tratto di matita
che crea, dal nulla, il mare inesplorato dell’ultima sosta
dell’ultima speranza

 

*

 

smarrire il presente – fisso lo sguardo a un’icona ingrigita
e senza fiato frugare macerie di idoli franati
un frangere di flutti contro l’albero
perso nel suo inudibile smarrimento, cento volte risorto
nudo, ammutolito
a disperazione del diluvio che lo tenta
con mani di gemme, di lava, con fiori incomprensibili –
dicevi così era scritto
sulla pagina dove lacrima l’inchiostro
la cecità dell’oasi costretta fra confini di sabbia,
era questo il volere della pietra, non altro
che tessere luce senza fondo – la pura veste dei sogni

(sugli orli del bicchiere naufraga tutta la mia pena
come sentissi risanate le vertebre frantumate in volo
guarito lo stesso cielo che mi ricaccia ad ogni incontro
estremo –
è questa la stagione di rinascere in ogni luogo
e, silenziosi, trascinare nei sandali
la breve eternità di una foglia,
una carezza)

 

*

 

l’ombra in attesa sulla soglia
porta scritto nel fuoco delle pupille
l’alfabeto dolente di ogni passo, l’eco di ogni sentiero
l’ultima piuma evasa dal giaciglio della fame
e il volto che mi impone una storia diversa
per gli specchi –
abito la debolezza di chi si espande
dove le mani in cerchio non si toccano, si allontanano –
un residuo di tempo, una traccia di solitudine
è il peso opprimente che mi afferra l’ala
e la trascina al suolo –
accanto a te avverto, come un dolore nuovo,
il breve tragitto che ancora rimane alla fiamma sulla cera,
mi stupisce come una ferita a pelo d’onda
il lento disparire del tuo corpo
dall’orbita sigillata dei miei sensi

 

*

 

l’accoglienza è la corda più debole del cuore
quella che non si spezza, che rifiorisce
dai sogni mareggianti su un corpo addormentato
dai capelli sciolti che inondano la pelle di stupore,
è un desiderio che brucia
come uno spruzzo di sole in piena ombra
calmo nel suo tremore di tuono lontano
di fiume che straripa a delta in fuochi di marea –
erano le tue parole
io le portavo con me al largo della sera
aspre e verdeggianti in lenta fila
verso la dimora dell’inverno – non ti sei mai accorta
che qualcosa ti manca, che un passo o due
non rispondono al respiro –
tu che ogni giorno alzi torri di corallo
e ti fai porto, cesto per il pane
anfora di mondo dove la pioggia trova il suo riparo
pronta a levarti in volo
sulle spighe mature – sentinella vigile
al transito immutato dei tramonti
all’uragano che si annuncia nel tremore degli steli

 

*

 

memoria d’amore – verità che lacera i pensieri
in foglie di abbandono e porta autunno
negli occhi dove si acquietano i bagliori,
dove la sete si avvinghia alle mani come un rampicante
e il desiderio è uno stormo di anime al tramonto
un cielo di neve raccolto in gesti lenti, uguali –
nessuna stella si affaccia dal crepuscolo
se il verso chiede alla pagina echi di un lontano canto
gli anni dove la voce si confondeva al vento
il corpo chiaro il latte dell’attesa
il polline dell’alba nelle pupille cieche della notte
la vela che risveglia l’onda e la trascina
verso il suo orizzonte di isole riemerse

(forse non sai il mattino
che ieri vedevi frangere sul volto
come mi assale oggi, lontano dal tuo sguardo
col suo carico di voci di fiori di relitti – non sai
quanti segreti di lampi ribelli all’aria
si adagiano alle palpebre, rischiarano terre di rimpianto –
io raccolgo sillabe
dagli alfabeti di lingue più profonde, le sgrano
in cifre provvisorie di preghiera
alla sorgente dislagata del tuo sonno –
sto aprendo un varco all’acqua del silenzio
che mi cerca)

 

***

Tratto da Rebstein – Sezione “Tracce”.

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