L’arte dimenticata di morire (I)

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hanno detto è il destino
che implacabile mostra gli artigli
della sua macina a ore – hanno detto
è il deserto
che dalla clessidra esplode il suo carico di sete
di grani in lenta fiamma –

 

[Francesco Marotta, L’arte dimenticata di morire (2004 – 2005), inedito]

         I. L’angelo amaro degli assenti

 

Una fibra di pelle sotto la lente impassibile dell’ago.

Complice un soffio d’etere
snatura anche la voce sommersa da lumi di cobalto.

Impara, perché sa, l’arte dimenticata di morire.

Tu intanto dialoghi con l’ombra della tua stessa lingua
e guardi i tuoi occhi attoniti guardare
legando alle dita l’impulso irrefrenabile di un grido.

Altrove
la scintilla d’oro del mattino
regala al giorno improbabili topografie d’amore.

 

*

 

segnature di frammenti senza testimone
oscuro prologo a un presente
che germoglia rovine –
qualcosa – forse una rosa dimenticata
mentre i fiumi riordinano le stanze della loro morte
mette ali al tormento dell’attesa
lacera il silenzio che si appartiene al dolore
e scende incomprensibile
nel calco argilloso delle nostre vite –
domani
china sulla sorgente delle ore
avrai ancora parole – una lacrima di perdono
per il mio giorno che annega
nel grembo umido del tuo ricordo

(la vita ci scruta, di sera nasconde il suo volto
dietro i vetri di stagioni perdute,
immobile,
come pietrificata sullo stelo
che il male ha reciso – hanno detto è il destino
che implacabile mostra gli artigli
della sua macina a ore – hanno detto
è il deserto
che dalla clessidra esplode il suo carico di sete
di grani in lenta fiamma –
a me piace pensarla
linfa che fermenta nella pozza urlante delle mie viscere
inonda le tempie e come olio corre
brucia, vola, squarcia la scorza del seme
per fecondare altre notti,
per rifiorire altre aurore
dalla mia cenere che si appartiene al calice dell’ombra
all’alfabeto muto dell’assenza)

 

*

 

un altro giorno di sabbia senza impronte
scivola tra le dita, prende fuoco alla luce ostile
che instancabile danza dove più esile invecchia la luna –
la notte non ha più segreti
e i suoi doni rivelano al corpo
l’estraneo chiarore che avvicina ossa e ombre
in un abbraccio, un colore indefinibile che ama il freddo
come il mattino le rose cresciute sulla lingua –
il tempo che credevi privo di esistenza
compone la sua opera, conserva nel palmo
neve che profuma al tocco dell’aurora,
e intanto tu guardi il letto, il bianco del lenzuolo
aggrumarsi in macchie di calore, tendersi lacerarsi
fino a che il cielo si abbassa all’altezza dello sguardo

(il dolore naviga nella stanza
come una vela inquieta in uno stagno immobile,
cade dagli occhi, squama la pelle sul labbro
e la voce brucia, raggelata, come una stella
nei sogni del vento –
a casa, perdute nel lontano,
le mie carte parlano al silenzio parole che non conosco,
si affidano all’angelo amaro degli assenti
perché ancora un’eco rimanga – una lenta
nostalgia del mondo
mentre la morte gioca a nascondersi nei nidi del sole)

 

*

 

tiene nascosti i passi del ritorno – il fuoco della sera
mentre mi aggrappo a virgole di vuoto
come un naufrago che cerca riparo nel manto del suo sguardo
e costeggio i bordi affilati delle mani
le unghie sanguinanti
che irrorano le pupille di vermiglio –
ieri scorrevano versi tra le dita
e i fogli dell’insonnia erano colmi di parole
venute al battesimo di un lume per guarire,
oggi tornano deluse a una dimora che apre le sue porte
a voli sempre più lontani, ora che il ricordo mi scava
come una pietra fiammante di furore
sotto la pioggia che l’assale
e il mio lamento è traccia di voce che non dura,
ebbrezza stanca sulle labbra dell’autunno –

giace recluso tra torpore e sonno il suo cammino,
il lento abbandono al lunario del vento,
del deserto –
e ormai non chiedo più conforto al suo candore
quando di soprassalto, come un faro convulso
che fa cenni di luce a un naviglio assente,
cerca di modulare un grido
nel silenzio che a tratti si posa tra pensiero e pensiero,
quando si accorda al ritmo esangue del cielo e sporge dalla bocca
chiamando gli astri a disegnare la rotta,
implorando il prodigio di uno scoglio che ripara
in questo oceano che frange sabbie arse –
ma sento che la mia mente non si acquieta, e l’inventario dei giorni
rimane un canto ininterrotto di risacca
una pagina dipinta con l’inchiostro desolato degli abissi

 

*

 

ti cerco con lo sguardo lungo i viali
dove l’aroma della vita s’inarca in mille cupole ombrose
e la primavera, accesa da rituali d’equinozio,
lascia orme effimere di danza
al corpo che ti cinge, al braccio malfermo
che cerca la carezza dei tuoi fianchi –
quando tutto sarà finito ripenserai il dolore
solo nel lascito del vento, e il tuo canto aggiungerà altri spazi
alla trama imprevedibile di giorni presi a prestito,
florescenze esplose dal buio degli anfratti
come lingue della tua vela riemersa dai fondali

ma tu sei amore,
e appena taci anche il silenzio
sa di accorata preghiera e di tormento – guardami
le mani disperano, depongono notti in piena luce
mentre il tuo respiro apre gli argini
a ciò che io non sono, che non sarò mai più –
di giorni diversi parlano i miei occhi, di ore
in chiosa di un antico gioco
che lascia passi di fonte e desideri, spazza la tenebra
dalla luna dei sogni, fa dell’eterno erba straniera
ai prati in fiore di ogni altro regno

 

*

 

segreti che fermentano nel fuoco di una rosa appassita
tra ombre deserte che ritessono acque
per la lingua superstite di un seme –
proprio qui il tuo passo di danza è un’ala
nel sonno, improvvisa, che nidifica sulla soglia dei venti
descrive un bisogno di terra di voce un destino
e nient’altro che andare
incuranti del tempo,
parola impronunciabile – marea

so da sempre il tuo dire dal chiostro di immagini spente
le grida che raccogli dal silenzio
per dare labbra alla sete di pozzi prosciugati
tu – la radice che respira per me memorie di grano
processioni di paesi lontani
e volti dimenticati negli specchi bruniti
delle albe già trascorse – tu che sfogli,
al modo delle rondini, pagine di cielo
per leggere nel libro delle stagioni
i passi che annunciano la purezza del gelo
le sillabe di neve che accecano lo sguardo della morte –
con la luna nel palmo
la mia mano insegue la curva del tuo seno,
distante, in attesa,
cerca la fonte che in te si nasconde come una stella
al riaffiorare del giorno – la benedizione di una lacrima
dove immergere il corpo devastato
dei miei sogni)

 

*

 

ho il mio nome – ed è quanto mi lega alla vita
ho solo acqua per cancellare la sua esilità
dalle mie ossa, le sue radici inquiete
e il lento naufragare di inchiostri sul mio ciglio –
ho solo te, che mi salvi gridando
parole che diventano chiare a lumi di assenza –
non rimarrà ricordo
dell’ora che ci vede al bivio dei nostri cammini
tra pause di luce e carezze tenaci, i piedi
immersi nel gelo di un lento mutare
e il tuo volto notturno
che si distende fino all’ombra estrema – accorato
un transito di stelle sul verde amaro del tuo corpo – trasparente

spighe fiorite dal lume – un’acerba distesa di venti
fra i tuoi capelli e la mia mano,
parole che annottano nel respiro
come fondali d’infanzia, nient’altro che acque di un fiume
a ritroso nel transito aurale dei sogni –
la sorgente riposa in canti distesi d’esilio
illuminata a tratti dagli echi che dischiude,
nomade è lo sguardo che l’amore appena consumato
ha impresso sulla sabbia del foglio
come un sentiero – il tempo che trascorriamo
uno dentro l’altra
vicini
lontani
per sempre

 

*

 

virginale abbraccio di paure, di erbe artificiali
che offuscano le pareti
rilasciando la bianca ondeggiante vela di una presenza
l’abbandono di chi fruga nella cenere in cerca di fiamme
per ridipingere le sue parole –
i pensieri erano già preda dell’aria
sul molo di attese che risponde al tuo grido
con lo sciabordare devoto della risacca,
in questo mare, vedi, che si esprime nel desiderio della carne
in quest’onda che riflette incessante
l’ocra bruciata dei nostri corpi, la stele animata delle notti
il dolore

ti arrampichi davanti alla mia bocca
con tutte le tue carni florescenti, rimuovi la ruggine
il fango, il muschio incrostato degli anni
usando un respiro che abbaglia –
il vento ha movimenti lenti, senza verbo
dissolve il passato in rosse schiume con la sua grazia
di pollini e di onde – al suo passaggio
cresce la sera
e la speranza declina in un abbraccio,
barcollante come una candela che l’ala preme
obliquamente
al cielo

 

*

 

hai mai provato, seguendo il profilo di un albero
che si protende in alto, verso gli abissi
dell’ultimo orizzonte
la sensazione di pupille che ti scrutano dai rami
e cancellano uragani dalla voce,
anni dai solchi innevati delle labbra? hai mai sentito
la grazia lieve di una foglia sfiorarti il capo
come il canto senza parole di una mano invisibile,
frugare tra le sabbie del viso in cerca del suo cielo?
accade qui, in questa radura del tempo
attraversata d’ombre, abitata da respiri penitenti
che annegano nell’erba di una colpa senza nome,
in queste stanze segnate dal passaggio frusciante della serpe,
dalla stretta amorosa, vitale, di fratelli perduti e ritrovati
nel fuoco di una lacrima –

(non devo più pensare quanto lontano naviga l’infanzia
dal mio porto, quante vele
premono la muraglia delle onde
perché restituisca all’abbraccio tremante del tuo sguardo
il mio corpo pietrificato di salsedine –
visitatore di roghi e di silenzi
sento che questa è l’ultima dimora che mi aspetta,
questa la tavola che fu imbandita per la mia venuta,
quando affacciato tra le edere del parto
vidi il mio giorno distendersi nel volo, cadere al suolo
franare in geometrie di ghiaia
privo d’ali)

 

*

 

è lo spazio che occupano – l’anima delle cose
portare alle labbra pazienza e dolore
tracciare solchi sul viso per scrivervi la parola seme
con le sue sillabe di solitudine
e i suoi mancati giorni, l’alfabeto delle stagioni
che, ignari, indossiamo come un vestito di gala –
ed è già tramonto –
in un viola scuro si esplorano gli abiti deposti sul letto
si contano a lumi di vertigine
le ultime flebo consumate, i liquidi miracolosi
che galleggiano nell’aria
come schegge di un mare raccolto in un bicchiere,
mentre ancora si cerca il sesso dell’amata
mezzaluce di domande dimenticate
di risposte disattese

(nella deriva delle pupille assopite
profili incerti in un reliquiario di voci,
la stanza ondeggia, i libri penzolano ingialliti alle pareti
i versi di ieri sul margine in ombra della riva –
a volte ti strappa i ricordi – il silenzio
seguendo il fuoco di un dio senza tempio, inciampando
negli strali del buio, tra le carte della tua assenza
disseminate sul tavolo)

 

*

 

nel sonno intrecci per me arabeschi d’alba,
la luce di nessun luogo, per dissipare chiazze di tormento
e se io corro esplodi in fiori d’acqua
come fiamma che allo specchio si concede
perché affastelli astri
e conservi intatta la bocca dove sverna la notte al dileguare –
io resterei nascosto alla pietà dei tuoi occhi
e ogni volto rinnego che mi scruta a fondo
per leggermi in faccia sangue che non tace,
il grido di chi è persuaso alla speranza

(il medico di guardia alla mia torre
ha in mano candele d’incenso, una luce ossuta che vaga
e invita al rito della rimembranza –
dovesse mai divampare il ricordo
sul pallido schermo delle vene assottigliate ad arte,
non avrei altro nemico che il suo sorriso
di conchiglia senza eco, la sua immagine
che si scioglie in linfe di miracolo
e inonda la stanza di afrori di salmastro,
di naufragio)

 

*

 

come l’ultimo angelo consumato dalla chiarità dell’aria
come il grido a cui la luce, sgomenta, si abbandona
la mano perde sangue dai pori
tra i tuoi capelli di madre, trascina le tue mammelle alle labbra
perché ancora il corpo bruci
sull’arco più alto dell’ultima eco – creatura
ignara di voli, di voce

(la sera trattiene nel suo acre profumo
l’inquieto vociare del fuoco – lo sento sgorgare
come acqua che si trascina
l’eterno immutabile incanto delle sue impronte di sete –
io attendo – la pupilla assonnata in ascolto
del prossimo lampo, udibile
levarsi di dio dal silenzio, guglia vertiginosa senza paesaggio
e senza notte,
senza)

 

***

Tratto da Rebstein – Sezione “Tracce”.

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