Postludium (I)

e si tace
un cammino a ritroso
al tempospazio di un sillabario serale
un verso che rischiara
la breve eternità dei suoi accenti

 

[Francesco Marotta, Postludium, nota critica di Giuliano Gramigna, con un disegno di Giovanna Fra, Verona, Anterem Edizioni, “La Ricerca Letteraria – Collezione del Premio Lorenzo Montano”, 2003]

 

marotta1.jpg

 

 Da lì trapela,
dono notturno, una voce,
da cui tu attingi il tuo bere.

Paul Celan

 

         I. Al tempospazio di un sillabario serale

 

epifanie di segni   migranti   sull’orizzonte  di   roserespiro                 
intirizzite   di  finzioni    mentre  la   pupilla   che   alberga           
il non finito    frange  in  vertigine  di  forme    lo  sguardo       
sorpreso  da  calici  di  immagini   levate  in  muti  transiti      
e  forse  vento e parole troveranno  un   delta  nel  fuoco      
delle labbra  dove era stato un mare a fare senso  l’onda      
a due voci  assiemate a commento di luna  ora sulla pelle
straripa   fragili  pollini  d’aria  un   profumo   che  annega
oasi   rassegnate   alle  sabbie   e  si  tace   un  cammino
a    ritroso    al    tempospazio   di   un   sillabario   serale
un verso  che rischiara  la breve eternità dei suoi accenti

 

*

 

solo     tu     fossi    in    me     farmacolume    di    similoro
vela pensosa di scogli  in acque di assenza   una  mappa
per dire  in punta di lingua   la  rotta   le  foglie  cresciute      
su una cresta di suono  e  nel  palmo  la  traccia  di  neve
di corpi intravisti  furori assediati  sopiti   alla voce parole
di un viola   incarnato     abisso    in    solchi    d’impronta

 

*

 

sussurrati  bagliori    che la fortuna  tende   o  insidie
di stelle  e  spine  a  pelo  di  un  bocciolo  di polvere
decifrando  estasi  di  spighe  più di quanto s’accima
al regolo pulsante delle dita  ma  nel  dolore  invoca
all’orizzonte    fari   sentenziosi    in  vigili  mutazioni
di  luce   steli  di rupe   estranei  a  pratiche  di  tagli
se  piagata d’ombre  sommersa è la parola in ludi di
sonno   le  labbra   sfibrate   tra  ipotesi  d’inchiostro

 

*

 

dal  caso o  assediata  dal  deserto   la florescente filigrana
di carte accese da una visione che trascorre  forse decisa
da un grido che si tace  dove  l’alfabeto  dell’alba  è  rotta
per la rosa  che brucia   e inavvertita  ci cammina al fianco
fiamma  indicibile   di profezie arroccate  in chiuse d’acqua
specchio di pollini vaganti     ma non uno  che infiori giorni
al moto  se  il  cielo  sporge  dalle ultime crepe  del diluvio

 

*

 

pavesati   di    silenzio     come   ombre   di  alfabeti   scaduti
maschere d’innocenza    sul volto   per  approdare  da  cieli
inabitabili    alla  pietra al sommo  di  luminarie   rossostella 
dove   scorre  la  voce     declinando   in   radure   di   lampo
e  la   morte   si   perde   in  calligrafiche   pose  di  memoria 
né  alcun  mesto  respiro   un  raggiro  di   lama   dà  credito
all’alba    tra   ruote   stridori   bottiglie   incendiate  di  sere 
non saprei  se mi  leggi   segnando  con  frammenti  di calce
l’inverno   che   naufraga   a   vista   sul  foglio     imperfetta
presenza  poi simbolo cicatrice del bianco sutura di un grido

 

*

 

tracciare   un    lento   lume   d’inchiostro   rosso   in   chiostri         
di  silenzi    distanti    snervata   rimuove  la  lingua   fossili  e
accenti  di  fratte    che  gli  occhi   hanno  pane   che   indora
labirinti d’improvvise vastità   nuvole migranti  da un passato
di   neve   al   lunario   albeggiante   di   meridiane  interrotte
un  crocevia    intravisto  appena  di paesaggi  appesi al cielo     
altrove  che accende radici sul labbro   parole di linfa   trafitte

 

*

 

dimore   di   ogni   possibile  tempo    vi  piega   dura   l’ala           
se  l’unica pupilla  s’inoltra  di soppiatto  tra anima e carne
vi  insinua  stimmate  e  distanze   e  prossimo  un  cadere       
dalla  rosa  di  venti  illuminati  da ostinate cecità    il prima  
è   un  corpo   segnico     radiante    una   piuma   riemersa 
frugando le ossa   e  incensi  al  varco  di muschiose estati     
ma ci separa  il vetro  azzurrato di una parola fuori quadro
imbarcata  d’incanto    sotto  la  costellazione  di  un  grido

 

* 

 

imminenti  ricercano  libri   sfogliando il  declino   che  lascia
passioni  combuste   residui  di  canti   non manca la fonte         
segnata da eretici celesti lunari e a frotte questa ambigua
locuzione di sillabe   sprigiona  l’evento   si eleva  a  rilievo
il ricordo dipinto  l’inverno  abitato  in  processioni  di fuoco
ma  continua   sancita in corpi violati   la parola   si ammira
rimira lo spazio che accade   sopraffatta  da incanti deserti

 

 

carte   da   cifrare   in   silenzio   sentinella   di  eremi  deserti
mentre  la  neve  scrive   breviari  per  la  luce    e  l’alfabeto
è  sale   per  l’uniforme  ferita  della  notte    o  forse  sei  tu
che manchi  a guarigioni d’ombra   coniugando  l’atto  ebbro
degli   occhi    all’infanzia  naufragata   nel  ricordo   e  vuoto
rimani tra grappoli d’incenso  vanescente specchio dimorato
dalla   chimera   dell’estate    dall’identica   voce    incenerita

 

* 

 

coloriture  e  echi della luce   ancora  s’aggirano  in  tonache
lacustri    vergando  in chiarità di spume  un limbo di parole
assenza  che beve l’urlo  al chiuso dei sagrati  o  geografia
di fari  pronunciati  in  trasparenti  roghi  d’acqua   ma oltre
la sponda  fanno vibrare imbarchi di tempo   linfe incantate
che seminano erbe nei sassi  un rito d’incorporee palpebre
lampade di vetro   in  quel  rosario di  onde  contro  il  cielo

 

*

 

radiografie   di   alfabeti    parlati    combinati   di   nausee         
covate  in  letarghi  di preda  forse  il tempo li ha graziati
sigillando  nell’ambra   labbra e silenzi   visioni  arate  da     
avverse marine nel transito di secoli prima   labili  oracoli
riemersi  da  angoli  quieti  in liquidi segni di sale    segni
di un solo  dolente profilo   lo specchio riflette ombraluce  
d’oblio     l’immagine    cresce    lingue   spinate    florilegi           
impigliati nell’occhio  di  dio   imboscata di pupilla  sonora

 

*

 

stampi   sulla  frana  del  buio   se  dal  lontano si  svuotano
le stelle  in labirinti  d’aria  che  forzano  soglie  d’orizzonte
ma  non  è  delle  notti  irriflessa  traversata  di  specchio o
grazia  disarmata  di  acrobata   che ti sorprende a illazioni
d’inconoscenza  e  tu  annaspi  a lume di peccato  in  quieti
alvei  di  acque  che trascorrono  alla  curva  d’intermittenti
reliquiari  d’ombre   traccia  sul punto  di sparire  dall’ordito

 

***

Tratto da Rebstein – Sezione “Tracce”.
(Immagine: Giovanna Fra, Opera pittorica)

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