Archeologia delle fonti (IV) – Pupille in forme d’ali

sorgente

Aspiro a un colore lontano –
come di linfa che limpida sgocciola
e alla gola porge il dono di una morte
iridata.

 

[Francesco Marotta, Archeologia delle fonti (2006 – 2007), inedito]

         IV. Pupille in forme d’ali

*

Nella mano che raccoglie schegge di voci
si aprono talvolta pupille in forme d’ali.

Danzano nell’aria come fuochi sommersi
di mille rotte.

Il vento chiama all’obbedienza.

All’ordine del silenzio e della cenere.

 

*

Sapere chi ci chiama
nell’eco lenta che avvampa

le labbra murate del tempo.

Nella luce assente di stelle spente per sempre.

Ultima trappola del cuore –

un volto che la voce sognata
ricompone

dal suo estremo svanire.

 

*

Me ne andrò di notte.

Indossando occhi bambini che non ricordo.

Per ascoltare il tempo spegnersi
nello sguardo che senza me

rimane.

 

*

Ogni volta che scrivo

conservo una parola per la neve.

Di fiori e d’alveari
la memoria che insegno alla mia lingua.

 

*

Crescono
assottigliati dalla fame

gli occhi che l’arsura riarde

nel colore nativo

delle sorgenti.

 

*

Provo a rimembrare la mia notte.

Aggiungendo ombra su ombra.

Lacerata.

 

*

Voci di follia
prestano labbra al verso

che si fa ago

e filo.

 

*

Aspiro a un colore lontano –

come di linfa che limpida sgocciola
e alla gola porge il dono di una morte

iridata.

Luce in un murmure

che sa di memoria.

 

*

Misurata architettura di sere
coltivate ad alghe purpuree.

Da qui alla finestra – un tragitto senza ali.

Aperto a un passaggio di rovi.

 

*

Ripongo l’occhio in un’anfora gradita alle ombre.

Mi distendo nel sussulto che trapela
dall’orbita che preme.

Svuotata.

 

*

Certi riverberi
dipinti sull’onda interrogante delle messi

cime somigliano placate

di isole senza bocca –

senza radici.

Estranee a pratiche di approdi
e di stagioni.

 

*

Le mie mani se ne volano – disperse.

Un fremito informe.

O il progetto senza sembiante
di invalicabili epifanie

di eventi.

 

*

Pietra o sabbia dell’attimo – la notte che mastichi.

Come si accosta alle labbra la vita.

I suoi scarti alla lingua.

L’eccezione che traspone all’inchiostro
quanto germoglia dalla radice

verbale.

Recisa.

 

*

E’ un deserto la stanza –
nonostante un mare fluttuante

da una parete all’altra.

Inciampo nella lingua spinosa di una lampada.

Dispersa in un chiarore di selva –
la mia voce.

Cede alla mobilità dell’onda.

Vapora nel dubbio che un’eco rimanga.

Una nota nel grumo serale

di un’attesa sapiente

di nevi.

 

*

Scegli un porto riparato dal vento –

e lasciati morire lentamente.

Non dovrai fare altro che guardare
gli ultimi navigli d’onda

che approdano alle rive

e si inabissano in fiamme
davanti al tuo sguardo.

La morte è un mare di acque

mutate in cenere.

 

*

E’ duro il percorso
di chi prova a disperdersi masticando parole

o visitando rose annerite

da supplici venti di gelo.

Sempre si torna ad abitare ore murate.

Senza aver respirato il buio
dove gli steli ardono come lampade

vive.

Senza scampo.

 

*

Quando il buio è talmente fitto

che non riesci nemmeno a scorgere

le tue parole.

Madre delle mie sillabe – confine

invalicabile.

 

*

Negarsi.

Come fa il mare agli occhi
che rovesciano ombre di neve sul manto dell’onda.

Quasi presagendo un senso
al solo mostrare alla mano

ali di cima.

Silenziose tracce di monti rovesciati.

 

*

Nel sonno
il mare è un respiro che arde –

profondo sotto il peso di lune incurvate.

Che ferocemente sollevano l’acqua
ad altezza di luce.

Il risveglio sarà quell’eco che trascorre.

Che regge altre terre – altri luoghi.

Altre vele votate al deserto.

 

*

Tutto già stato.

Così si pensa.

Si dice.

Fosse pure una nebbia che ricorda

la sua infanzia d’acqua

e nomina il verso
in natura di cose che vanno.

Che trascorrono lente.

Parvenze di grida
che vegliano un crescere d’erba.

Distante.

 

***

Tratto da Rebstein – Sez. “Tracce”.

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