Archeologia delle fonti (III) – Di uno stesso legame

sorgente

L’antica ebbrezza di tracciare segni
per incantare gli occhi.
E tenere la vita stretta a un foglio.

 

[Francesco Marotta, Archeologia delle fonti (2006 – 2007), inedito]

         III. Di uno stesso legame

*

Di uno stesso legame.

La parola seme

e il grido denso del vento.

La lacrima che matura appesa al ciglio

e la memoria che resiste
nella macula di oblio

che aggiunge sonno a sonno.

 

*

Tutto ciò che esiste
muore del desiderio di maturare.

Insieme.

 

*

L’ombra che va murando gli uccelli nella sera.

Perché anche l’ultimo volo si plachi.
Senza ritorno.

La notte abita lo spazio esatto

di quanto dà nome a un grido.

Un’ala costretta dietro recinti d’ombre.

 

*

Anche l’albero ricorda.

Quando si stringe a muraglia
e impiglia il vento

per strappargli il colore della sete

che l’aspetta.

 

*

La parola è il respiro della madre

nella carne.

 

*

Possedere il sapere del rovo
è dimorare il giorno che la morte diserta.

Abitare l’ombra che dura sotto il sole.

La pagina mai scritta dove il tempo

immobile

si guarda.

Si conosce.

 

*

L’aridità del cielo.

Mentre il sole – a schegge
sparisce nell’uragano che non traverseremo.

La voce –

terra secca e calpestata –

si riversa lungo il filo di luce

superstite.

 

*

Anche la stanza vuota è natura che sente.

Profusione di radici sul tavolo.

La lampada spenta
indica alla voce

il delta improvviso del suo sentiero sospeso.

L’aria sa di tracce incise
e cicatrici

da leggere al risveglio – sulla pelle.

Matrice slabbrata di invisibili fuochi.

 

*

Conta le tue chiavi.

La veglia è uno scrigno serrato di silenzi.

Dagli nome e voce.

Come al paesaggio che declina le labbra che conosci.

 

*

Apprendi che la tua orma respira

solo quando il soffio che muove
dalle labbra del vento

la cancella.

 

*

Piègati verso l’interno.

Verso il fondo.

Dove la sete devasta l’ultima sorgente

e nella frana degli argini
curva la mappa del ritorno

sopra tracciati di sabbia e brina.

Segni d’inesistenza.

 

*

Lo vedi –

anche il cielo cambia nome
ai suoi occhi notturni.

Nell’incerto bordeggiare

del rogo lunare

che lo stingue.

 

*

Resta a contemplare le rovine.

Tutto il presente
che ti porti addosso.

Le tue mani che accarezzano segnali di pioggia.

Il viso che resta immobile
tra intercapedini di fiamma.

 

*

Senza memoria d’astri
è dura pace –

linfa di radura –

la lingua attesa della luce.

 

*

Ti porge i suoi umori
secreti da forme

e pietre di confine.

Bagliori filiformi
di teche interrate
dove s’adagiava in voli radenti

il tracciato dei lampi.

Ti porge erba miracolosa – l’alba
che indugia ai vetri
e rotola intatta

in mezzo all’uragano.

Il suo passo non è che respiro
liberato dall’argilla.

Un cammino di voci bruciate.

Perché portino luce alla notte che attende.

 

*

Acquattato tra le pieghe più fonde.

Dove la parola si libera delle labbra
e trascorre di silenzio in silenzio.

Come un insetto
sul filo di invisibili

fiori.

 

*

Come fuggire –

come ricusare il sonno
delle piccole vite che in noi dimorano?

Con quale voce dire ancora del sole
se lo lasciamo pallidire
nella stretta delle nostre mani

impietrite?

 

*

In attesa.

Sulla riva di un mare ingombro

di radici.

 

*

L’antica ebbrezza di tracciare segni
per incantare gli occhi.

E tenere la vita stretta a un foglio.

 

*

Un intero universo in bilico su un respiro che muore.

Svanire così –

senza aver percorso tutta la distanza
che separa l’occhio dalla mano.

Ombra folle

che si nutre di ricordi d’argilla.

Di alfabeti dismessi.

 

***

Tratto da Rebstein – Sez. “Tracce”.

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