Archeologia delle fonti (II) – All’occhio cieco di una lampada

fonte

Nessuna parola dirà gli accenti taciuti
che la voce offre in pasto al giorno.
Perché il giorno è luce.
Sottrazione alla terra
degli infiniti volti che danno movimento all’ombra.

 

[Francesco Marotta, Archeologia delle fonti (2006 – 2007), inedito]

         II. All’occhio cieco di una lampada

*

A forza di guardarla
come fosse terra immobile in attesa dell’alba

ho visto la mia mano farsi vortice.

Desiderio ventoso di cielo.

Offrirsi senza un grido

all’occhio cieco di una lampada.

 

*

Quando le sere si accumulano

indistinguibili

come parole senza labbra

nessun grido commuove il cielo.

Nessun volo d’erba rallegra il cuore invaso
dell’inverno.

 

*

Non basta dire labbra
perché la parola restituisca il respiro all’inverno.

Sarebbe come bere
nel calice dove il vino non è che fermento di sale.

Seme di muschio che contempla il vuoto

della sua pietra franata dal sole.

 

*

Nessuna parola dirà gli accenti taciuti
che la voce offre in pasto al giorno.

Perché il giorno è luce.

Sottrazione alla terra
degli infiniti volti che danno movimento all’ombra.

 

*

Indivisa sostanza di vento.

Un passo che l’orma modella
dall’orma che si eclissa

alle sue spalle.

 

*

Niente di quanto fu tracciato nel bianco
si perde.

Il segno è ferita necessaria.

Sete infinita che si specchia in labbra di sorgente.

 

*

Il senso che accade è la serpe oscura in movimento.

Se tenta il sole
è per scavare nuove zone d’ombra.

Dove crescere.

Mutare pelle.

Migrare.

 

*

Fa buio
quando il sole inciampa nel lampo di un grido

che penzola dai rami curvi

del giorno.

 

*

Il ricordo è fuoco che zampilla
improvviso

dietro i nostri occhi.

Seme e canto di immagini al declino.

Annottate.

 

*

Ti parlo

perché tu colga nel vento delle parole
la semina d’ombre che l’aria

smossa

ammassa nel mio sguardo.

 

*

Fiamma distratta dalla cenere –

la morte che la estingue e feconda.

 

*

La carne non è che spazio che si logora.

Cammino sottomesso
all’ordine immutabile dei passi.

Non lontana

avvolta nei gesti abituali del cielo

la distesa inesplorata
degli astri sepolti dalla mano.

 

*

Nessuna parola dalla polvere dei fiumi.

Le stagioni crescono mute
nell’acqua necessaria che alla notte tende

vaporando alfabeti nel cammino.

 

*

C’è un dire che dà nome all’ombra.

Un dire dove l’immagine visibile

non grava l’occhio

e un ramo resta segno di offerta

illimitata

nei suoi gesti che accendono fuochi
da una riva all’altra della notte

invernale.

 

*

Il silenzio è febbre di raccolto.

Legge non scritta che trascina nel giorno
la passione del seme.

Una terra a cui l’occhio accede

privo di alfabeto.

 

*

Ogni corpo che muore si illumina un istante.

A quel lampo di fonte

si abbevera il labbro della terra.

 

*

L’ombra folle del sole

che il vento dei desideri visita.

Con mani a misura della fame.

 

*

Senza strada
gli occhi dove l’ombra si addensa

chiamando a raccolta

il silenzio dei morti.

 

*

Fino al cielo dove l’ala precipita – senza parole.

Nel vento

le voci

non hanno riparo.

 

*

La carne muore.

Trafitta da invisibili spine

d’astro.

 

***

Tratto da Rebstein – Sez. “Tracce”.

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