Archeologia delle fonti (I) – Sotto un cielo in frantumi

fonte

Esistere in uno con la propria durata – come il fiume.
Acqua necessaria
che si offre alla sete di ogni cammino.

 

[Francesco Marotta, Archeologia delle fonti (2006 – 2007), inedito]

         I. Sotto un cielo in frantumi

*

Sotto un cielo in frantumi si eclissa anche il giorno.

Si distende fino alla mia voce.

Rimane in luce – il tempo di un respiro
ciò che viene al mondo

inavvertito

per insegnare alfabeti di fonte alle sabbie.

 


*

Stringo nebbia di rami nel palmo.

Ne sento le radici –

che gemono grumi di sangue velato
fino alle foglie.

Senza parole.

Restituisco alla terra
impronte di linfa attraverso la bocca.

Calchi di voci.

Di inchiostro.

I fiori del mio giardino sono ciechi.

 

*

Le labbra curve fino al sole

franano contro i muri del mattino.

Corre ancora fiato
per salutare l’inudibile spina di un prodigio.

 

*

Bevo dagli occhi un silenzio senza orme.

Il giorno ricomincia
sulla strada deserta che porto sulle spalle.

 

*

L’inverno abita i solchi della mano.

Il corpo ha il peso della notte ghiaccia
che lo trattiene.

 

*

La voce sorretta dalla mano è aria

più prossima al bagliore

inanimato

di una pietra.

 

*

Lacero – come il meridiano dove riparano

luci franate.

 

*

Il ricordo nuota a ritroso

nei fiumi deserti dello sguardo.

 

*

Occupiamo nei giorni il posto di una statua

dove dimora la voce pietrificata del mare.

 

*

L’estate è una barca che si allontana.

In balia dell’oscuro richiamo di uno stormo turchino.

 

*

Di fronte alla sera
gli uccelli sciamano come pietre rivestite di piume.

E’ il peso che basta

per avanzare nell’ombra

senza sentire il morso del suo grido.

 

*

Solo chi si inoltra a rovescio del cielo
sente la stretta materna della terra –

il respiro della sua parola muta.

Somigliare l’albero –
è questo il legame profondo che reclama ogni cosa

al suo apparire.

Esistere in uno con la propria durata – come il fiume.

Acqua necessaria

che si offre alla sete di ogni cammino.

 

*

Il colore della febbre è un grido fiorito in pieno sogno.

Erba che colma il vuoto di linfe vaporate.

 

*

La memoria costruisce templi contro la morte.

Dio non è che materia filata dai ricordi.

 

*

A volte basta un grido a franare pietra e fuoco.

La cenere è tutto cielo caduto.

Il vento –

voce che vampa senza morire.

 

*

C’è una parola che urge
ogni volta che la mano sfiora il bianco del foglio.

La mano è il labbro

che nutre di parole il suo stesso desiderio.

 

*

La mano guarisce il vento.

Fermando sulla pagina la sua corsa senza fuoco.

 

*

La mano è argilla e muschio.

Terra immutabile di una sola acqua.

 

*

Vedere il sangue sconvolto del mattino
mentre si avanza in silenzio

lungo il proprio volto.

Scoprire nelle pupille
la falla da cui fuoriesce a fiotti – come luce.

Riprendere il cammino.

Ciechi.

Come la prima parola che riaffiora a fatica sulle labbra.

 

*

A un crocevia di voci
la lingua arroventata della sera

si addentra tra strappi di vertigine.

L’eco è cielo che divide.

Interrato dal docile passaggio delle ombre.

Non c’è stella capace di ricordare

l’inchinarsi di un corpo
alla grazia scomposta del suo precipitare.

 

*

Nel giorno
ritrovare sulla lingua la parola che non trema.

Con la traccia informe del suo fuoco
sopravvivere tra rovine

irrespirabili.

Esistere al cospetto della cenere.

 

*

Tarda la mano che ritrova a stento
la traccia d’aria dove si àncora il foglio.

L’aria che ha volto di seme o di carne.

L’aria dove un bagliore fu l’unico verbo.

Incostante vento dalla bocca.

 

*

Decidere in quale ferita
lasciare che lontani l’occhio superstite.

Sognare che il gelo la affili suturandola di brina.

Prima che l’alba – immensa

si levi a dislagare

gli orli slabbrati

dell’iride.

 

*

La pietra immobile conserva il sonno dei morti.

C’è sempre un taglio

invisibile

nella parete fitta dei suoi cristalli.

Lì cresce il sole
la lenta consunzione del suo cielo.

L’onda di luce che cumula buio a buio.

 

***

Tratto da Rebstein – Sez. “Tracce”.

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