Da un’eternità passeggera (III)

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i passi imparano la danza
in riversate cadenze di radici
come orme schiarite
da campate di silenzi,
da sprechi di sillabe
che simulano bocche
a divinare la rotta,
la meraviglia oscura della scelta

 

[Francesco Marotta, Da un’eternità passeggera (1998 – 2003), inedito]

         III. Su creste d’aria di un alfabeto nuovo

ci sono strade disegnate
dalla lingua di terra
che spira luce tra i sassi
e le conduce,
impollinate di voci,
ai mari del racconto,
sentieri fioriti su corpi
di parole
da leggere nel brivido
della sera varcata
a rovescio delle ombre: –

i passi imparano la danza
in riversate cadenze di radici
come orme schiarite
da campate di silenzi,
da sprechi di sillabe
che simulano bocche
a divinare la rotta,
la meraviglia oscura della scelta

(nell’alba che rosseggia
anche il grano è una
macchia di sangue
che fluttua, ondeggia
per partorire occhi
dentro il vento –
tatuare la pagina del giorno
con lettere sempre in volo
su creste d’aria
di un alfabeto nuovo)

*

spira aria di sogno
dal sasso sorvolato d’acque,
tra silenziose guglie
di schiuma –
il vento lo nutre
di stralunati muschi
carichi di miti, di mari
intravisti nel ruggito
della nuvola, in torme d’ali
naufraghe di remote derive: –

è questa luce, improvvisa
cicatrice del lontano,
è questa passione,
acquario di divinità
emerse dal flutto
che si consuma in ombre,
il tempo andante
per incoscienti filamenti
di mattino

*

voci al diafano
inchiostro di un lume,
non un frangere d’aria
al capezzale delle labbra
contro pungenti balaustre
di respiro, ma nevi
intagliate
nel letargico assedio
del gelo o nella febbre
del mattino –
quando resistono
alle fronde della luce
e si rinserrano
in sfere umide di suono
sul limite alluvionale
di detriti vaganti, alle soglie
di una trasparente
dissoluzione, d’una
indicibile
alchimia di echi

*

logora le vesti
di presunte certezze,
il dubbio antico della luce,
la sua passione d’ombre,
il suo futuro risolto
in geografie di tenebre: –

sonnecchia indolente
nel sole riverso in anfore
sul pozzo, dove depone
devozioni d’erbe
e si precede, già iscritta
al libro d’ore del crepuscolo,
nel vento che ricongiunge i passi
allo scrupoloso naufragio
delle strade: –

lo stesso interminato racconto
di morire e rinascere col mondo
in variopinte voci – echi
di mappe senza cifra,
senza luogo

*

simili notti
in processioni di strade
senza soste, di stelle
appese ad un latrato,
le vegliò la neve,
tra forre ove si adunano
api di passaggio e nidi
incrinati dal vino dell’attesa,
dal liquido spremuto
a grappoli inerti di ricordi: –

solitudini più vicine
a una sostanza d’alba
dell’occhio che si perde
ai margini della sua stessa ombra,
tradito dal lampo di una nuvola
colma di salsedine,
dal grido cui tocca in sorte
un racconto di cecità,
di vuoti apparecchiati
in sintomi di luce –
il lessico affannato, sorpreso,
del disgelo

*

archi segreti di stupore
inventati dall’acqua
che si trascina resine,
muschi di anfratti
visitati al buio delle pietre,
paesaggi di ferite,
occhi incrociati
al verde delle mura,
abiti, ritratti familiari
di luci in difficili ritorni: –

tutti murati a volta
da liquide sapienze di mani
arse dal fuoco della foce –
in quel passaggio d’albe
dove il vento cifra
messaggi di marea
agli sposi infedeli della luna

*

lave residue di voci e tormento
appena più dense
della repentina grazia
che fa cenni di acrobata
dai suoi archi sommersi
e sfida il cielo
per vanto di un’antica morte –
o forse azzarda le salse
rugiade di un diniego,
un silenzio che stupisce la mano
e al nulla accosta memorie
di sbalzi, cautele di febbre: –

eccole, variopinte,
deserte estasi di un grido,
tremare d’immagini
che annottano – inconsapevoli
idoli franati
contro il muro
d’erba ostile delle ombre,
sillabe rifiutate dalla lingua,
suoni senza domani
che tentano il suo lunare
labbro, a schiere

*

viandanti
nel silenzioso, oscuro spazio
che precede l’alba,
riparo di uccelli impietriti
e umili ombre eretiche
evase dal dono acre
che offrono gli specchi
della madre: –

la notte parla di nascite,
di luci, di memorie,
ha occhi rivoltati
in pentimenti,
stelle, ali, parole
di bocca in bocca più sicure,
poi affretta il passo
a un male che cola dalle mani
e bagna un catalogo
di voci disadorne,
tace: –

l’alba sarà caduta e arsura,
un disegno inclinato
da lividi cangianti,
rosseggianti dettagli di sostanze
che offrono all’orizzonte
il tempo di riconoscersi,
mutare, svelarsi
in cifre metamorfiche
di erranza

*

ha eccessi di acque inferme
la memoria impreziosita
di mappe, di lumi,
spartiti d’oboe
disorientati nella calma
apparente del raccolto –
cancellature,
distopie di canali
tra stormi migratori
sommersi da illusorie
rose innevate,
da insostenibili pratiche
di abisso: –

alza carte come argini
a fronteggiare livide
epifanie di sere,
e si concede al privilegio
di vocaboli spaiati,
alle crepe dietro gli orli
di gennaio –
così, assediata
da rive e pleniluni,
dalla cruna fa passare tele,
labbra, linfe di gronda,
spoglie volute
di più diafane voci,
appena una ferita che
invano
tenta il volto affilato
della morte

*

recita, il dolore,
luci in puntuali metamorfosi,
e ancora richiama
bramiti di assenza
al ridotto di una mano
da leggere in setacciati
oracoli di sabbia: –

forse perché si migra
per legge di danza,
traversando abissi
visitati senza scandaglio,
per disperdere il mare
dall’urna sommersa
dove aleggia l’ultima figura,
il salto senza ali
al massimo splendore
della tenebra – pallidi,
grondanti stormi
levati in volo
con le pupille fisse
al grido della terra

*

attimi trattenuti sulle labbra
per carità di immagini
ordinate in nudi squarci –
si affannano a esplorare
l’allarmata dimora
di creature di suono,
difendono dal giorno
gli occhi stenebrati
dove l’affetto si ancora
e si abita ai vetri dell’attesa,
ineluttabile cifra di algebre
d’abisso: –

inquieti come lumi
accesi per il pasto delle ombre,
narrano i sentieri della sera
in toni e registri di fragore,
il disagio del simbolo finale,
la data che concede a un grido
solitarie leggende di paesi,
le risorse inaspettate del gelo,
il nome che si consuma
per sradicata cadenza
di sabbie minuziose

*

liquidi infuocati di pensieri
comprimono le tempie
col battito di pietra
che regola giorni d’alveare –
il tempo in cui cade il volto
su pagine d’improvvisi argenti,
nel gelo sommerso di rose
a stento trattenute
sulla soglia: –

tu le ricordi
che rinserravano le labbra
come fa il mare al canto
che ordina le onde
chiamandole a raccolta
una ad una – già spente
come candele sorvolate d’ali,
bianche di calce
nel profumo della voce,
indecise presenze di grazia
al chiaro di una luna
che s’avanza
dall’orbita dei loro occhi
declinanti

*

tramonto in lente regole
di rogo, che solo
stormi al delta
possono attraversare
sulle ali innevate
del migrare – l’ora che pesa
più di mille lune
sulla bilancia tesa tra due ombre,
scolora d’erbe in composti
amuleti di idoli solari,
impastati di lacrime
e di sabbia
per il viaggio inaudito
alle sorgenti d’acqua viva,
alla notte di ognidove
discesa alla cenere dei canti: –

non diversamente farà la luce,
che emergerà nell’alba
come una reliquia
dall’alveo senza linfa
del suo fiume in secca

*

dissociate sostanze d’alberi
al tocco della voce
che porta autunno
a completare
la ronda delle foglie,
sul sentiero lunare
che immiserisce al rovo
disposto a specchio
per rimirarsi
in estasi di neve,
farsi nido per la furia
placata di un volo: –

i rami si guardano
intrecciando nenie
per il vuoto,
e l’acqua spenta
penzola ingiallita
finché la pietra
che la trattiene a riva
vampa di brume –
tanto lontano l’accordo
con la parola cielo
che va a svanire
nell’impensabile notte
dei suoi accenti

*

il tempo semina sentenze,
leggendarie moralità di spina
agli angoli dell’ombra,
nella ghiaia che
declina in passi
le persone del suo verbo,
profili vocali dalle pupille arse,
abbarbicate a lembi di futuro,
al modo della spiga
e dell’ascolto: –

resta sospesa come una domanda
la rosa del migrare
coltivata in calici di lune
e di rimpianto –
le sue radici
cresciute su zolle di carta
ritornano indietro, verso
segni intravisti
in prossimità dell’orlo,
segni di fiume, ancore
accese di familiari indizi,
quell’ordine, cantato a notte fonda,
che colma col silenzio
appartenersi a terre
di nessun altro luogo

*

grida di neve
raccolte dalla mano
dove è confine incerto,
alfabeto ammantato di risacche,
il faro che
lievemente
cede a echi d’ombra –

l’ultimo lampo è un varco
che apre al corpo e
immette al vivo attimo
che brilla sale
per mai saldati debiti di stelle,
immagini di tempo
a grumi su una spina
e nel presente
profezie di esilio,
il senso di parole immobili
custodite dal labbro curvo
del vento: –

è luce che vigila
il migrare delle sabbie,
fragile, rasserenata
pupilla di ieri
che rovescia in verdi sfere
delicate chiavi di tormento,
fuochi in terre d’anni
e dispersi, nebbiosi
pollini di gelo
tra i tanti che graffiano il cielo,
aggiornano sillabari
di ferite

*

partirsi per poco
dall’inesorabile obbligo
che tradisce il segno
in minuziosi spazi
di lacustro –
tornare al silenzio
del lume ininterrotto
che veglia la pagina
e geme nel viola
dei suoi accenti di deserto –
trovare requie
in lettere mai evase,
in sussulti di risposte
disattese,
cercare altri numi,
indecifrabili
a ogni meraviglia di speranza

*

fari di assenza
in un crescendo di luci
casuali a perpendicolo –
alla foce
l’inverno è confine
stagliato tra ombre e fortuna,
un varco che batte silenzi
al segnatempo degli occhi,
nel naufragio dove insegui
relitti di stagioni,
alfabeti d’oscura sete,
un lontano di oggetti e pietà,
materia di mimiche
che plasma un ricordo,
un respiro,
una molecola di pensiero,
una stella alla cintura
che grida, si spegne,
straniera agli sguardi,
al firmamento dei secoli

***

Tratto da Rebstein del 9 marzo 2008.
(Immagine: Ivan Favale, Alfabeti sconosciuti, 2007)

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