Da un’eternità passeggera (I)

la pelle è un paesaggio
che si apre
a mani da semina
e consiste, limpido,
nell’oblio di polvere
del futuro

 

[Francesco Marotta, Da un’eternità passeggera (1998 – 2003), inedito]

         I. L’arte che ci perdona del sapere

più chiare nascite
senza memoria di parole
nella voce,
profili
in trame di muschi
cresciuti nel grembo caldo
della luce –
dove
la pelle è un paesaggio
che si apre
a mani da semina
e consiste, limpido,
nell’oblio di polvere
del futuro

(viste dall’alto,
da un prima di distanze,
versando dentro i calici
l’arte che ci perdona
del sapere)

*

sul labbro
sente le sillabe
intrecciare favole di nebbia,
geografie di resina e
notti immaginarie
tradotte al guado di
lampade profonde: –

la lingua assorbe tempo
dai pori del respiro,
l’infanzia
fa cenni di luce
da cieli di rimpianto
che ora svaniscono, ora
si impigliano alle fronde,
nel grido di chi sbaglia strada
e senza il dono dell’orma
va nel giorno

*

ieri
gravido di lune franate
nell’abisso
salino
di un grido –
al laccio un viola
d’ombre di crepuscolo,
negli occhi
la rotta dolente
di vele sopra mari
inesplorati: –

non altro si annuncia
in questo lento fluire
di spazi
arresi a regole d’azzardo,
solo vorticose cadute
di saggezza
nella quiete che scolora
insieme al liquido bruciato
di una bottiglia vuota –
costellazione
imprevista
di petali, silenzi
fermentati
dagli umori densi
del sangue delle rose

*

così risalgono parole
dove fa luce la pena
di sostanze in tacita
pelle d’ombra –
è luce
il non detto che lontana
in disperate finzioni,
allegorie di veglia,
fragili tracce
immiserite
sopra margini di fiamma,
in tutto simili
a un ritrarsi d’ala
davanti al picco
che domina
franate radure del linguaggio

*

incoerente rotta nell’azzurro
disegnata dall’ultimo volo,
dalle pupille di una rondine
in rallegrati lumi
invernali –
quando il tuo sguardo
cede all’incanto
di quel lampo compiuto
da sciami di cielo e
la notte frana come un porto
all’inarcarsi di onde
millenarie, poi
lacrima nell’erba nevi
elementari, argille d’isola
per modellare transiti
di epoche: –

si muore
nella calma di uno stelo
reciso dal gelo,
col passo che profonda sete
in ripetute lettere del sonno,
un breve sorso
alla ferita immobile
del sole

*

indicibile senso
di impuri,
insanabili alfabeti
per quanti segni vibrano
nell’oscura nobiltà dei morti
e prendono voci di steli
inebriati dal respiro
della falce – reciso
accordo di ostinate forme,
solo lo sguardo intatto,
non indurito da
battesimi di luce,
un fuoriuscire dall’atlante
di rituali paesaggi,
oasi che gravano
di desideri l’occhio,
gigli accesi in troppo labili
calici di mente

*

estasi annunciate
dal ritorno di ali recluse
tra orizzonti di vertigine,
in quel volo radente
che, sul nascere,
a nessuno germoglia
cristalli contro il fuoco,
ma rose aguzze
che
nel chiarore
cercano accordi con la spina: –

le senti rosseggiare,
crepitanti
resine d’inchiostro,
assomigliarsi agli astri
sfiniti tra rigagnoli di mura,
al tempo che si estenua
nel lievito di un grido,
a questa dura pace
dell’aria che regna
nel guardare

*

cardini del cielo
in fondali di specchio,
echi del vivere
in corpi fasciati d’acque
nel cono illuminato
dell’appena, quasi
una bruma
misericordiosa
che bussa alle palpebre
e ricopre, tra
nevicate di foglie,
parole miniate
con gli inchiostri delle cime: –

quanto riemerge al giorno
è colore sbiancato
di segni, la mano
che inquadra l’ombra
in brevi metamorfosi
di luce – fragili,
irripetibili
trasparenze d’altrove

*

vanescenti cerchi
in stagni illusori di eventi –
tutto trascorre
limpido
allo sguardo
tranne una pietra
covata in chimiche
stagioni d’iride, scagliata
tra le onde dei giorni
a naufragare la fitta
autunnale
che ricuce l’anima di tele,
come un ragno: –

arcipelaghi
frementi di alghe
per quanti istanti
la morte cede ai sensi
azzurrati di piovasco –
in trame di segni
intraducibili
fiorisce sulla pelle
mappe d’acque immobili,
silenzi di ninfee

*

maree incantate
da rive inaccessibili –
sporge da un grido d’acque,
tra filamenti d’isola,
come un lume
covato nei fondali,
il dio dagli occhi a stella
che emerge nel tramonto
confuso dentro orme
verdeluce: –

il suo volto
si mostra allo sbarco
terra di tormentate lune
che nel timore difende
l’oro dei suoi deserti,
e per necessità,
di dubbio in dubbio,
appronta il diario
dei tuoi disvelamenti –
ventoso diario di parole,
sbiadita rassegna
di immagini
d’assenza

*

alberi sedotti
da luci segrete di pietre
e solitarie stelle
di ponente –
alberi grondanti fuochi
di passione, gravidi
di foglie in lenta fila
al controllo delle parche,
naturali epifanie
di finitudine
in segnali di chiome,
di terragni voli: –

alberi –
nella notte
rischiarata da un bagliore,
respiri di occhi
arresi
alla voce srotolata
delle acque – al dire
che alimenta
il desiderio inspiegabile
del seme

*

vegliano i giorni
la stele irrivelata dei canti,
reliquiario di pensieri
spesi in muta grazia
e trapassati, ombra
dopo ombra,
al sonno delle sabbie,
indecifrabili
come lacrime sognate
da respiri ardenti d’oasi –
pagine di fiume
dove il senso emerge
in labili segnali di corrente
cancellati dall’aurora,
un’altra resa,
una rosa di silenzi
unica nel suo alfabeto
senza requie: –

di tante voci
gridate sull’orlo dell’abisso
solo la sete dura,
accampata
sulle labbra di stelle
incapaci d’occhi,
dismesse
radure dell’eterno

*

il segno dice della parola
quello che non è più,
il non ancora –
come una palpebra
abbassata
sull’orizzonte del foglio,
sotto cieli grondanti
della stessa attesa,
fa corpo da sempre
col vuoto
che si lascia alle spalle,
col vuoto che annuncia: –

tacere in ascolto
il suo volto segreto,
un candelabro semprevivo
sulla spuma d’astro
della parola ritrovata,
perduta,
abitata in passi d’esilio

*

respiri
impenetrabili alla goccia,
se l’acqua è nero
lume di parole
e devasta orizzonti
di radici, lingua
che taglia
a colpi di memoria
volti illuminati appena
da mute eredità di foglie

(salpa il naviglio
e si congeda
dai fiori dello stagno,
la disperazione dell’erba
è già un parlare
in lingue di cammino –
vibra alla brezza,
muove la corrente,
indica la rotta
per la foce)

*

stelle che al corpo rivelano
contiguità radianti
di stupore
e sensi accesi
nell’oro della sera –
in quei silenzi che
parlano di oscuro
quando la rosa che si osserva,
rabbrividita
nella luce assente,
costretta nell’acqua
stagnante del suo sguardo,
copula inavvertite albagie
di fiume, il suo diario
di amori appesi al cielo,
a strapiombo
sulle rapide dell’alba –

minia ingegnose chiuse d’aria
sulla pagina mai scritta
di un brivido –
il profumo di disfatta
che si improvvisa palpito
del mondo

*

dimore precarie
dove fiamma il respiro
di icone ingrigite,
un tracciato di brina e ragnatele
per copule di polvere,
architetture aeree
di remote vite
consumate in odore di nebbia,
bruciate in cifre perpetue
di non visibili volti di marea,
varchi dislagati
per smemorati rientri: –

dimore del respiro,
flutti di un ambiguo
immaginarsi
sotto insegne di vele
vaganti fino alla riva
che fa cenni di faro
dall’astro sabbioso dell’origine –
muove istanti a spezzettati,
esausti giochi d’onde,
come un fuoco
che si accende e spegne
nella pupilla disarmonica
dei venti

***

Tratto da Rebstein del 26 gennaio 2008.

(Immagine: Stefano Bernardoni, Soglie visive)

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2 thoughts on “Da un’eternità passeggera (I)

  1. salve! belle sono le sue liriche.. “stelle che al corpo rivelano” copiosa di un mix di sensazioni mi attraversano mentre la mia mente si sofferma nel leggerla… delicata come la stessa rosa citata, vertiginosa e possente dove cita “sulle rapide dell’alba”
    la scolpisco come un fiore di loto, magica e libera..

    grazie
    simonetta

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