Testimoni silenziosi

Van Gogh, Il seminatore, 1888

intorno al collo
portavano fieri il fazzoletto nero
che li consacra per sempre
compagni di ogni pena
gli orli fasciati di rosso
per costruire legami
nel colore che annulla le distanze

 

(Da: Francesco Marotta, Hairesis (2004-2005), E-book, Biagio Cepollaro Edizioni, “Poesia Italiana”, Milano, 2006)

Testimoni silenziosi

              Conosco dimore
              dove vivono genti del sud

              uomini antichi
              solcati da penombre di silenzio.

              Li ho visti entrare
              in ogni pianto.
              Presenti al dolore di ogni sera.

              Le voci che bussano alle porte
              di labirinti ciechi

              nelle mani fiaccole di vento

              e l’anima sui gradini
              in attesa dei passi

              di ogni assente.

 

Dialoghi di vite periferiche   sopravvissute
voci di naufragio
intanto che rotola tra illusorie risa
questa stagione di sonno –
                                            arida distesa di sterpi
dove spighe d’incendio sono il frutto
maturo dei giorni e la terra
è un sigillo di ostinato silenzio
nel vento che ripete
inascoltato
                   l’ultima sillaba d’acqua alle sue sabbie.

 

Dove le case abbracciavano l’infanzia degli alberi
e le mani
                riarse
                          cingevano di sudore
la zolla dove nasce il temporale –

dove la pietra sorgiva ai margini di un fosso
era febbre di raccolto
                                   e una rosa popolata d’alba
guardava crescere la città degli uomini

pochi vecchi testimoniano ora
memorie frantumate
                                 gettate in pasto a una morte anonima

– lente figure insonni
                                   che vegliano abissi e voli
fuori dalla notte delle parole
custodi di un grido che passa inosservato
nelle strade dove non hanno nome
dove le sillabe che si univano
                                                per dare voce al mondo
diventano cenere
                            arabeschi di sogni
dilaniati dal morso di bestie affamate.

 

Io li ho visti vivere e lottare
coltivare semi di speranza
tra solchi malati di abbandono
riconoscersi simili alle foglie
nel dolore sacro
                          degli autunni
abitare dimore senza muri
aperte al passo stanco dei viandanti
asili dove approdano le sere
per sciogliere a lume di canto
gli alfabeti di neve
                              raccolti nel cammino –

li ho visti là
                    sull’arco d’amore del mio sguardo
strappare alle derive del tempo
brandelli di esistenze profili di volti
reliquie da custodire come doni
nel calice inviolato
                               di fraterne labbra.

Ho visto i loro occhi
accamparsi vigili e sicuri
                                         nella quiete segreta degli astri
dove il seno pudico delle madri
allattava i ricordi e il domani
coi suoni partoriti dentro l’ombra –

intorno al collo
portavano fieri il fazzoletto nero
che li consacra per sempre
compagni di ogni pena
                                      gli orli fasciati di rosso
per costruire legami
nel colore che annulla le distanze

Li ho sentiti
parlare all’orecchio del cielo
di storie raccattate per strada
al ritorno da guerre mai vinte

urlare accenti di rifiuto
                                     contro i passi festanti
sulle macerie dimenticate di ieri
sul sangue versato
                               dove mai si raccoglie
un pensiero –

conservavano immagini dolenti
di case diroccate alle spalle
l’esilio e la fame
                            nei deserti di paesi lontani
la luce del ritorno
                             incisa sulla pelle
nei segni dell’unico orizzonte
dove non ha tramonto

Oggi sono vele
che lentamente scivolano
nella schiuma innaturale delle acque
verso l’approdo di soli sconosciuti

sono fuochi di pupille
                                     visibili
a chi si china con labbra devastate
a chi ferito
                  dentro l’onda cerca
il cristallo che spegne la sua sete
i giorni taciuti alla sua vita –

sono volti impressi
sullo specchio nascosto della luna
mani che scavano
                             sentieri di memoria
traversando il lampo
delle stagioni negate alla terra…

 

Parlo di mani in forma di sorgenti
levate a frugare tra i sassi
per scacciare
                      notte
                                e arsura

mani da lungo tempo spente
lungo le rovine degli anni
ma vive nel cuore
                             come lingue che ancora gridano
al morso aspro della spina

lingue di fiumi senza rive
che fioriscono nell’aria
alfabeti
             evasi dalla morte
tracce indelebili
                           di trascorse
                                               acque

sillabe gravide di linfa
da stringere nel pugno
per sentirsi
                   almeno un giorno
                                                 più forti dell’oblio

 

Parlo di voi
                   testimoni silenziosi
mentre nel cielo trascorre
da lontananze di rimpianto
la preghiera di corpi
che si levano
al chiarore del mattino
steli che nella luce allevano
nuove radici
                     per camminare eretti

Ha il vostro profilo
                                l’ora
                                         che lacrima parole
fedeli al passo
                         del vento e delle messi
accimate in presagi di futuro –

mormora i vostri nomi uno a uno
il canto della spiga
                                che matura il pane
nel respiro visibile dei campi

la fonte
sulle cui labbra la terra declina
e si concede all’abbraccio della sera
alla purezza
                     di quarzo
                                      delle stelle

E’ quanto di voi rimane
ogni ombra
                    dagli occhi recisi
che dal suo grembo colmo di voci
va seminando albe
                               nelle città del vuoto.

***

Pubblicato in Rebstein del 10 giugno 2008.

Immagine: Vincent Van Gogh, Il seminatore.

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