La favola del mandorlo in fiore

Gaetano Jerace

ricorda
il primo mandorlo scoperto per caso
dalle grate murate di un giardino invernale
esploso di bianco nel buio di un’infanzia negata
per soffiare luce all’aurora

 

[Da: Francesco Marotta, Hairesis (2004 – 2005), E-book, Biagio Cepollaro E-dizioni, “Poesia Italiana”, Milano, 2006]

La favola del mandorlo in fiore

rimanere – come un ultimo ricordo
che ridipinge vite su fogli murati
o calce che sbianca
pietre e
innaturali lame sospese sull’acqua
nerosangue –
risalire dal baratro al chiarore
seminati di nomi e di licheni
le dita nutrite di abbandono
al chiuso delle strade
le pupille ammutolite
che scortano lo scafo dei dannati
alle dimore sbarrate d’occidente

 

…                             dalle torri di guardia
sparano gomitoli di lettere e immagini di bambini
lievitati come il pane
                                 malati di purezza e di opulenza
prima ancora di nascere
             i corpi lucenti che perdono lune dall’iride
i sogni plasmati nella lingua
                                             senza memoria
di schermi modulari –

 

altrove
anche il mare s’impasta di vele e tra mani e
sudori rappresi
resuscita all’onda una testa un grumo di alghe
un corpo bruciato di sale
unghie capelli
frammenti di pelle che sembrano pece
piume annerite catrame
istantanee sbiadite
                              per il notiziario serale

–                            la cucina ribolle di suoni
e ovatta il cervello   gli occhi sono timer azzerati
che seguono le immagini senza guardare ormai
lontana
fuori quadro
la scia dell’azzurro striata da florescenze
di sangue –            la cena è servita dai piatti fumanti
sale un profumo che invita a raccogliersi
come in preghiera a stringere forte
quell’amore di moglie di mamma quel mostro
che colleziona tinture e ricette
da provare mese per mese
che ha partorito tre volte senza dolore
carezzata da vestaglie di lino imbottita di etere e pasticche
tra musiche soffuse
senza forcipi che frugano che slargano abbrancano
deturpano per sempre epidermide e vagina –

e allora finalmente sai   capisci
perché più alta più
                             profonda risplende
                                                           agli occhi di dio
questa civiltà di vetrine e di insegne
                                                         che mascherano il vuoto
di cliniche stupri domestici feti allevati nei bidoni
cesarei pagati con la rinuncia a quanto di umano resiste
nello spazio di un grido
che tracima rivoli di vita –
più alta più luminosa   perenne
                                                 nel firmamento dei secoli
dei secoli…

 

…               proprio lì all’altezza del cuore
dove battono cifre imbevute nell’oro e l’ora redenta
fermenta il programma che scioglie il cerone dal viso
il giorno
             inudibile nel suo smarrimento
deposita oceani e naufraghi relitti cromati –
l’usignolo
                intanto
delira di croci nel salotto familiare della solita recita
il suo canto spalanca le porte
a un battesimo in diretta   in prima visione
lava a risme compatte
                                   a gettoni di solidarietà
                                                                       ogni peccato

          (l’imbonitore che ha occupato le piazze
ride e ride suadente ai pensieri che vaporano
in fatui lampi azzurrini
da ipermercato             ride
a quelle anime ridotte a gusci vuoti
davanti al mistero di scatole numerate colme di tesori
ride   strizza l’occhio
alla frana dei cieli come un complice scaltro)

 

                                                    stanotte Esterina
nell’ora leggera che ricama la pelle di echi
come un lavacro di fiori lustrali
                                                  e gli acidi
sparsi nell’aria
cancella dai tetti malati dai ricordi
dai suoi novant’anni di voci taciute e saggezza
dalla castità deflorata
di chi ha covato furtiva solo schegge acuminate
                                                                            di esistenza

                                      (l’hai mai vista aggirarsi
             nei quartieri in degrado
             cosparsi di aghi di neve tra le case i tuguri
             i dirupi di vite
             lei che porta al pascolo figli mai nati
             a osservare distese di campi seminati di spine?)

stanotte Esterina
la scema la santa la vecchia puttana del borgo
vissuta nell’ombra di campanili di fumo
                                                               ricorda
il primo mandorlo scoperto per caso
dalle grate murate di un giardino invernale
esploso di bianco nel buio di un’infanzia negata
per soffiare luce all’aurora
                                          rivede la madre
chinarsi dai rami per cercarle la mano
stringerla forte per l’ultimo volo
                   chiusa a riccio in un chiostro di pace
svelarle il mistero
                            di una pupilla che rinasce al chiarore

                                      – stanotte
è per sempre

                     raccoglie in un vaso le stagioni perdute   le labbra
gravate dal peso di universi di versi mai scritti
e felice s’immerge
                             nell’unica lacrima
                                                         che scende dal ciglio
                                                                                           ai suoi piedi

come rugiada caduta da un petalo
trascorre alla terra in natura di linfa   di fonte

nel sonno
                approda al silenzio
                                              albeggiante 
                                                                 dei morti mai morti

***

(Pubblicato in Rebstein del 24 ottobre 2007)

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