Su Dopo lo Tsunami – di Biagio Cepollaro

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Ma la storia non è un sapere, è una memoria viva, oppure non è.
Il vivo della memoria coincide con le sue vittime, con i suoi morti.
La storia è l’insieme di queste voci che mute chiamano a dar voce.
Questo è il legame tra i vivi e i morti, il racconto.

 

Su Dopo lo Tsunami, da Hairesis di Francesco Marotta
(In: Biagio Cepollaro, Incontri con la poesia (2003-2007), E-book)

La storia.

L’occasione è offerta dal capodanno. La struttura ossimorica schiaccia le contraddizioni del presente storico, è la dimensione pubblica ad essere investita, è la storia stessa. Lo stesso diluvio appare snaturato, addomesticato, svilito. ‘Grasso e merda/fusi in un’unica colata di passione/miscela di accelerazioni senza nessun tormento’. E’ questo il diluvio diventato ‘acqua che consola’ ‘vite patinate’. Come se il tradimento dell’umano, snaturamento originario, presiedesse allo svolgersi della storia, ne decretasse il misto di ferocia e indifferenza. Anche qui una figura retorica è direttamente contenuto, cronaca, come dire che l’assurdo etico (non l’assurdo logico) è già dato nelle cose. Per questo sono possibili anche l’invettiva e lo sdegno, per questo basta avvicinare i termini della contraddizione chiamandoli ancora con il loro nome perchè scatti la percezione dell’orrore. ‘Ora hanno un altro cielo che li può sentire’ ‘e un paradiso dove si può svernare’. Il male, insomma, almeno una parte del male, forse la maggior parte, va ricondotto a chi di questo male ha responsabilità. Perché dimenticare ‘i passi che pestano la fame’ è una precisa responsabilità. E non si può per questa attribuzione di colpa ritenere di circoscriverne l’effetto devastante a questioni di geopolitica, questa sarebbe ancora indifferenza, l’altra faccia della ferocia. Occorre accostare questo male a quello che può toccare tutti, anche quelli più lontani e rarefatti: è il male dell’oblio che tocca anche i lettori: ‘hanno già smarrito l’arte di leggere/pensare/coniugare un fiore’.
Senza memoria non c’è direzione né individuale né collettiva, la memoria è sempre entrambe le cose, perché la storia collettiva disciplina, talvolta incide a lettere di fuoco i corpi di coloro che da lei sono trascinati. Ma la storia non è un sapere, è una memoria viva, oppure non è. Il vivo della memoria coincide con le sue vittime, con i suoi morti. La storia è l’insieme di queste voci che mute chiamano a dar voce. Questo è il legame tra i vivi e i morti, il racconto.

La realtà ossimorica.

Le contraddizioni che schiacciano sembrano una vera e propria grammatica delle cose: rovine/risvegli, aborti di rose, terre di naufragio, rantolo del sole… Eppure al di là di queste contraddizioni c’è un vedere, una veggenza: ‘il canto veggente dell’onda’. Il contenuto di questa veggenza è l’impermanente, è la schiuma che non dura. E le religioni che dovrebbero veicolare il senso di ciò che dura, immerse nella storia, non si sottraggono alla contraddizione: ‘schiere fedeli di pellegrini traboccanti d’estasi/le carte di credito strette alla cintura/ e voglie infami in voli transatlantici’. Non resta che l’infinita matrice a garantire la perpetuazione della prova. Non voce umana è tale davvero, mai la risposta umana, almeno quella che si è data nella storia fin qui, è stata pari al compito, eppure ‘mai/ la terra è stanca/ di restituire alla pietà dei solchi semine di vite/ sacrificate per il pasto dell’abisso’. Il non-umano instancabile continua a dare una possibilità per realizzare ciò che per noi è impossibile. L’impossibile di una piena umanità non concessa dall’evoluzione, o dalla non-evoluzione, della specie.

Il nome.

In tutto questo devastare, in tutta questa devastazione che sale dai millenni (la memoria quando è viva sente il sangue che attraversa il tempo, non i monumenti esangui della vanagloria e del potere) c’è qualcosa da tramandare. Non un’acquisizione, non un sapere, ciò che va tramandato è ciò che è stato cancellato. Di fronte ad una realtà ossimorica la risposta è della sua stessa natura: tramandare, ricordare, rendere ancora una volta vivo, ciò che è stato sradicato, cancellato, letteralmente fatto sparire. Nome di una sparizione che è già riscatto. E’ già seme. Il nome, come qualità umana di confine, tra gli uomini, tra gli uomini e la natura, si rappresenta come seme, potenzialità, latenza, entelechia. Quel fiore che, in assenza di memoria e arte del leggere, non si sa più oggi coniugare, quel fiore è il seme ed è la risposta. Quel fiore coniugato si fa pietra e carne, si fa respiro e sangue come in Empedocle, sangue-pensiero, che il pensiero risiede non nel cervello ma nel cuore. Ma soprattutto è ‘voce/ che non tace’.

Rovesciamento dell’ossimoro

Una sorta di trasmigrazione delle anime, una sorta reincarnazione dello stesso problema…E’ l’incompiutezza della storia, il suo mai risvegliarsi all’umano degno di essere vissuto. La voce che grida ha attraversato tutti i luoghi di collasso della storia, tutti i suoi buchi neri, tutto l’orrore indicibile ma anche l’orrore diventato abitudine e snaturato, e dunque tutte le sfumature dell’indifferenza: ‘stanotte sei tutti i nomi che la storia ha cancellato’. Questo è ciò che perdura al di là dell’impermanenza dell’onda e della sua schiuma, questa tensione che va al di là dei corpi individuali, al di là delle singole vittime: questa è la storia nel suo seme. La voce è la poesia e l’agire conseguente, è la pratica della poesia che di una figura retorica fa una norma dell’agire, che dell’estetica fa un’etica, che rovescia, secondo la necessità storica dell’utopia, il senso schiacciante dell’ossimoro.
La chiusa impone all’iniziale coppia rovine/risvegli la coppia della speranza che non può trascendere la condizione ossimorica, ma può rovesciarla: ‘imporre ai deserti/di fiorire’. Alla staticità della prima coppia si oppone la dinamicità e l’eticità della seconda. Non basta descrivere il disastro della storia, occorre disegnarsi un cammino entro le macerie, orientarsi tra le rovine e darsi un destino. ‘Imporre ai deserti di fiorire’ è contemporaneamente un’immagine poetica e un circostanziato dato storico, è contemporaneamente il segno dell’utopia e della concreta progettualità.
‘Imporre ai deserti/di fiorire’ è ancora ‘impastare il pane delle stelle’ che chiudeva Lettera da Praga, ma calato maggiormente nella concretezza dell’agire e della storia collettiva.
E’ dentro questa ragionevole speranza che il cammino può riprendere fiato dalla sua sorgente riemergendo ‘dai fondali sbarrati della morte’.

(2006)

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