
tu dialoga con lo stupore
che non conserva tracce,
con la stella che dissigilla
un senso che non dura,
con l’assenza che si desta
in palpiti migranti fatti verbo

tu dialoga con lo stupore
che non conserva tracce,
con la stella che dissigilla
un senso che non dura,
con l’assenza che si desta
in palpiti migranti fatti verbo

E’ una scrittura che scardina il punto di vista strettamente
razionale e ne segue uno diverso, intimo,
insito nell’anima del mondo.

Inoltrarsi in questi testi equivale ad intraprendere un viaggio
in cui la vigilanza della ragione è compagna, ma mai unica guida.

Un’impronta sul calco vitale di un’altra impronta,
quando, toccandosi, l’idròmetra e l’acqua sono un’unica cosa.

E’ dalla parola che si ritorna all’impercettibile, a quello
che è esistito, nella realtà del mondo o del poeta,
e non c’è più oppure non c’è ancora, ma è esistito
per il fatto stesso di essere stato “pensato”.

La parola risulta dunque un a-priori: è lingua-madre
e genera senso attraverso scarti, urti, flessioni, ellissi,
ossimori. La parola scatena reazioni di immagini,
è essa stessa immagine e dato reale.

Il compito della parola è quello di trovare un senso nei segni
spesso illeggibili della realtà e della storia (privata o umana),
è quello di porre un argine alla deriva, al disordine
che pur fonda il reale.

Se lo spazio naturale è il luogo della verifica di una condizione
senza salvezza, la poesia si riconosce in figure e forme epurate
dalle incrostazioni della storia, in un rapporto tra sostanze
immutabili e primordiali.

per quanto continui a costeggiare gli abissi dell’astrazione,
questa poesia non smarrisce mai una concretezza
d’oggetto come sua ragion d’essere

ciò che passa rischiara il cammino
l’orma che il tempo frana
in vuoti d’ombre
lo cancella – lo rivela